| Titolo originale | Nichnasti Pa'am Lagan |
| Titolo internazionale | Once I Entered a Garden |
| Anno | 2012 |
| Genere | Documentario |
| Produzione | Israele, Francia, Svizzera |
| Durata | 97 minuti |
| Regia di | Avi Mograbi |
| MYmonetro | 3,00 su 1 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 14 novembre 2012
Il regista Avi Mograbi e il professore Ali al-Azhari raccontano le storie delle proprie famiglie originarie di Damasco.
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CONSIGLIATO SÌ
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Ali Al-Azhari siede nella cucina di casa sua e parla dritto in camera, dietro all'obiettivo il regista israeliano Avi Mograbi, suo ex studente di arabo, che gli propone di girare un film insieme. Tra i due amici c'è complicità e distensione, sebbene tra le loro parole, presto, si faccia spazio l'ombra dello scontro che ha alla base le mire territoriali successive all'istituzione dello stato di Israele (1948). Dopo aver passato in rassegna le foto di famiglia di Avi, alla ricerca di un passato che non ha conosciuto, i sopralluoghi arrivano fino al villaggio in cui è nato Ali, più tardi interdetto agli arabi. Come spiega Ali Al-Azhari alla figlia Yasmin, un documentario è “un film che parla di ciò che succede davvero”. Senza nessuna mediazione o ricostruzione, basta saper rispettare e poi mettere in immagine ciò che si ha intorno: questo lavoro che somma ad una regia solo apparentemente estemporanea il trascinante rapporto tra i due protagonisti riesce nell'obiettivo, muovendosi tra le pieghe del presente per scavare, invero, nelle sue radici. Ancora a lavoro sul conflitto arabo-israeliano, l'autore di Z32 plasma una testimonianza pubblico-privata che mette nero su bianco il paradosso di una terra lacerata dall'interno, seguendo tre diverse linee. L'amicizia formalmente vietata tra l'arabo Ali e l'ebreo Avi, l'inchiesta sulla famiglia di quest'ultimo e il racconto – in voice over e su immagini urbane – di un amore lontano nel tempo cui il ridisegno dei confini mediorientali ha tarpato le ali, infatti, convivono insieme al fine (teorico) di ribadire quanto lo scambio vicendevole tra le parti e il dialogo siano gli unici antidoti allo scontro. In uno dei momenti più toccanti, lo stesso Mograbi racconta al professore-maestro di essersi innamorato di un'araba con cui potrebbe andare a vivere solamente lontano dalla sua terra, provando ancora sulla pelle il distacco e la mancanza di senso del tutto. All'ampiezza e alla complessità del discorso portato avanti si oppone una scioltezza che trasforma l'insolito film-sopralluogo in un giardino, sospeso tra ricordo e sogno, dove la speranza per un cambiamento non è del tutto perduta. Per il cineasta, senza dubbio, è ancora legata ai più giovani: come Per uno solo dei due miei occhi si chiudeva con la dedica “A mio figlio e ai suoi amici che si rifiutano di imparare ad uccidere”, Sono entrato nel mio giardino – titolo della canzone che scorre sui titoli di testa – è idealmente dedicato alla piccola Yasmin, figlia di padre arabo e madre ebrea, che supera la diffidenza e il razzismo dei compagni di classe e guarda dritta verso un futuro diverso.