Cuore sacro

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Un film di Ferzan Ozpetek. Con Barbora Bobulova, Andrea Di Stefano, Lisa Gastoni, Caterina Vertova, Massimo Poggio.
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Drammatico, - Italia 2005. uscita venerdì 25 febbraio 2005. MYMONETRO Cuore sacro * * - - - valutazione media: 2,40 su 89 recensioni di critica, pubblico e dizionari. Acquista »
   
   
   

Federica Lamberti Zanardi

La Repubblica

Ero in metropolitana, saranno state le undici di sera. Ho visto una signora di una sessantina d’anni, seduta con la testa china. Si capiva che era sfinita dalla stanchezza. Forse tornava a casa dal lavoro. La sua fragilità mi ha stretto il cuore. Ma perché una donna così anziana deve ancora lavorare, ammazzarsi di fatica, invece di stare a casa sua al caldo?». Ferzan Ozpetek non riesce a trattenere la sua partecipazione quando parla delle persone che incontra per strada, sugli autobus, nel metrò. E che raccontano un’Italia sempre più povera, a due dimensioni: una evidente, diurna, apparentemente solare. E l’altra notturna, sotterranea, popolata da essere umani che hanno bisogno di tutto: una casa, da mangiare, un po’ di attenzione. Sono gli esseri umani che sconvolgono l’animo e la vita della protagonista di Cuore sacro, il quinto film del regista turco, forse il più bello, sicuramente il più maturo, il più emozionale.
Da oggi nel cinema, Cuore sacre ò la storia della presa di coscienza di una giovane donna, Irene (una straordinaria Barbora Bobulova), manager rampante abituata ai palazzi di vetro e acciaio milanesi, che per le strade, i palazzi antichi, i vicoli di Roma scopre una parte di sé nascosta e un mondo che non pensava esistesse. Quello dei disperati, dei sofferenti, degli emarginati. Non a caso a Roma, la città italiana con il più alto numero di senzatetto, circa seimila. Un’umanità a cui Irene decide di dedicarsi totalmente, spogliandosi di tutto come una sorta di San Francesco del terzo millennio. Così Cuore sacro, nell’essere un viaggio nel bisogno di spiritualità che avvolge questa epoca, è anche un percorso per i luoghi dell’emarginazione romana che Ozpetek mostra senza alcun atteggiamento paternalistico e nei quali ci fa da guida.
«Per costruire alcuni scene del film ci siamo fatti aiutare dagli operatori della comunità di Sant’Egidio. Mi hanno portato in luoghi che fanno venire i brividi. Come quella che io chiamo la valle dei tubi. Vicino al quartiere di Cinecittà c’è un campo dove sono stati abbandonati granai tubi di cemento: li dentro vive una comunità di rumeni. Hanno materassi, lavatrici rotte, frigoriferi abbandonati che usano come armadi. I tubi sono la loro casa. La polizia li ha mandati via e ha messo delle grate all’ingresso dei tubi, per impedir loro di tornare. Invece sono di nuovo li, perché non hanno un altro posto dove andare».
La valle dei tubi si vede in una delle scene più forti del film, quando Irene viene portata da padre Carras (Massimo Poggio) a «scoprire» l’altra faccia di una metropoli che nelle periferie nasconde i suoi «scarti», le sue vergogne:
grotte cupe e scure dove si accalcano donne, vecchi e bambini con volti stremati. «Avrei voluto davvero girare nella valle dei tubi, ma era troppo pericoloso. Gli esterni di quella scena sono stati realizzati alle grotte di Salone, delle vecchie cave di tufo sulla via Tiburtina, subito dopo il raccordo anulare, dove con lo scenografo Andrea Crisanti, abbiamo ricostruito i tubi di cemento. Per gli interni delle grotte, invece, siamo andati alle fungaie di via dell’Almone, fra l’Appia nuova e l’Appia antica».
Un altro del motivi che hanno portato il regista a non girare il film nel luoghi «veri» del degrado è stato però Il rispetto della gente che lì ci abita. «Sarebbe stato come profanare qualcosa di privato, colpire la sensibilità di quelle persone: chiedere ai poveri di “fare” i poveri mi sembrava orribile», dice Ozpetek, che teme come la peste la possibilità di cadere «in atteggiamenti da dama di carità».
Anche in Cuore sacro, come nelle Fate ignoranti l’influenza delle strade e dei luoghi dove il regista vive è stato determinante. «Nel periodo in cui scrivevo la sceneggiatura abitavo in via del Cardello, a pochi passi dal Colosseo, perché stavo ristrutturando la mia casa all’Ostiense. Un giorno un mio amico restauratore mi dà appuntamento in un vecchio palazzo di via del Colosseo. Arrivo lì e ho come un’illuminazione: il palazzotto è proprio quello che stavo cercando per il film. La casa di famiglia dove Irene, la protagonista, ritorna dopo trent’anni e dove sua madre è morta in modo misterioso». Palazzo Rivaldi è diventato così il set di Cuore sacro, con le sue stanze buie e ampie. E anche tutti i vicoli della Roma più antica, le strade di Trastevere, la mensa di Sant’Egidio in via Dandolo e il centro di accoglienza di via Anicia. «Ci sono stato varie volte. Bisogna essere trasparenti: ascoltare e guardare chi va li a prendere i pacchi alimentari. Scopri che esiste una nuova classe sociale, quelli che le statistiche Istat definiscono in modo asettico “i nuovi poveri“. Gente che non ce la fa ad arrivare alla fine del mese e che ha bisogno di aiuto ma si vergogna a chiederlo». Nel centro di accoglienza vengono distribuiti ogni settimana 1200 pacchi e chiunque viene accolto senza chiedere nulla. Come la signora ben vestita che, in fila per il pacco, quando le viene chiesto per chi lo prende dice: «Non è per me ma per una mia amica». «Ho assistito davvero a questa scena» dice Ozpetek «e non ho potuto fare a meno di metterla nel film».
Cuore sacro è costellato dl situazioni emotive, Incontri casuali fatti dal regista. Come la donna somala che Irene vede nella stazione della metropolitana a cui regala i suoi gioielli. «Mi è tornata in mente una ragazza africana che ho visto una notte di inverno. Faceva un freddo terribile, lei era seduta per terra con una vecchia coperta addosso. Aveva la testa china. Quando sono passato mi ha guardato. Io mi sono sentito morire: ho immaginato lei nel suo Paese, nella sua casa, con la sua famiglia».
Di questi sentimenti e di una Roma altra, diversa, sotterranea, è fatto Cuore sacro. E alla fine non si può far a meno di chiedersi: perché è proprio un regista straniero a raccontare l’Italia che vogliamo nascondere?
Da Il Venerdì di Repubblica, 25 Febbraio 2005


di Federica Lamberti Zanardi, 25 Febbraio 2005

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