| Titolo originale | Dal kom han in-saeng |
| Anno | 2005 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | Corea del sud |
| Durata | 118 minuti |
| Regia di | Jee-woon Kim |
| Attori | Lee Byeong-Heon, Shin Min-a, Kim Young-cheol, Hwang Jung-min, Jeong-min Hwang Yu-mi Jeong, Ku Jin, Hae-gon Kim, Roe-ha Kim, Kim Young-Chul, Byung-Hun Lee, Gi-yeong Lee, Mu-yeong Lee, Eric Moon. |
| Uscita | venerdì 12 maggio 2006 |
| Tag | Da vedere 2005 |
| MYmonetro | 3,04 su 12 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento martedì 28 aprile 2015
Ultra violenza ultra raffinata nel nuovo film del sudcoreano Kim Jee Woon. All'insegna della vendetta. In Italia al Box Office Bittersweet Life ha incassato nelle prime 3 settimane di programmazione 27 mila euro e 12,8 mila euro nel primo weekend.
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CONSIGLIATO SÌ
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Sun-woo è il killer perfetto: un'implacabile macchina da guerra al servizio del boss mafioso Kang. Quando questi chiede a Sun-woo di tenere d'occhio Hee-soo, la sua giovane e attraente compagna, tuttavia, qualcosa non va più per il verso giusto. Sun-woo rifiuta di eseguire un ordine e ne seguirà un'infinita scia di sangue.
Capostipite del sottogenere revenge movie, interno al noir sudcoreano, A Bittersweet Life è un inno alla magnificenza estetica del cinema di Kim Jee-woon. Un'idea di cinema, quella di Kim, per cui nulla di quel che va a costituire l'oggetto dell'inquadratura appare per caso e l'attenzione è pari per ogni minimo dettaglio, sia esso un movimento di macchina o un particolare anatomico. Una fotografia estetizzante nella migliore accezione possibile del termine, al servizio di un action che sa essere brutale senza mai abbandonare il proprio gelido aplomb. Quello tipico del killer con un codice d'onore, incarnato da un Lee Byung-hyun mai così vicino al suo punto di riferimento, l'Alain Delon melvilliano di Frank Costello faccia d'angelo. E mai così sensuale, pericolosa e inafferrabile invece la Shin Min-a di Volcano High, in un ruolo che richiama la torrida Madeleine Stowe di Revenge: esemplare la prima apparizione in scena di Hee-soo, attraverso le inquadrature di Kim Jee-woon, traslato dell'occhio di Sun-woo. Un paio di scarpe, lunghi capelli che vengono pettinati e già il meccanismo della macchina per uccidere si inceppa: il servo si libera dalle sue catene e dall'esterno osserva incredulo l'ingranaggio, nella sua grottesca precisione.
Una coppia di caratteri stereotipati per un film che è la stilizzazione pregevole di una serie di luoghi comuni cinematografici, elevati alla perfezione, privati di ogni significato e spettacolarizzati. Quello che si respira in A Bittersweet Life e che si percepisce nei volti e nei corpi di Lee Byung-hyun e Shin Min-a è uno splendido e inafferrabile vuoto, il luogo in cui il cinema svela il suo trucco e torna a svolgere la sua funzione primaria.
Non c'è dubbio che il tema della vendetta sia centrale nel cinema sudcoreano. Mentre nelle sale italiane si proietta "Old Boy" di Park Chan-Wook, "A bittersweet life" di Kim Jee Woon ("Two Sisters") è stato presentato fuori concorso al 58esimo Festival di Cannes. Protagonista è Sunwoo, manager di un lussuoso albergo di Seoul, nonché braccio destro di Kang, capo della mafia locale. La sua vita, più amara che dolce, scorre fra regolamenti di conti, riscatti di crediti, lotte fra bande rivali. Fino al giorno in cui il boss gli chiede di sorvegliare la sua giovane compagna per scoprire se lo tradisce. Naturalmente Sunwoo si innamora della ragazza, e, pur sorprendendola con un l'amante, nasconde la cosa a Kang. Ma la verità viene a galla e da qui inizia la faida di cui si parlava poco sopra.
Lo stile di Kim Jee Woon è davvero raffinato: estremamente patinata la fotografia, elegantissimi gli ambienti dell'albergo, coreografiche le numerose lotte. Tanto che in questo gangster movie, che diventa quasi un western nei primi piani dello scontro finale fra Sunwoo e Kang, la violenza viene sublimata nell'atto stesso di mostrarla.
La brutalità delle immagini regala uno spettacolo visivo senz'altro affascinante, anche se, al contrario che in OldBoy, tutto resta in superficie. Ma forse è solo un sogno...
Ci sono ben più che patina "fotografica" e ambientazioni arredate con gusto in questo film che definire "gangster movie" è molto riduttivo. L'opera del regista coreano ha il pregio esclusivo (e ormai molto difficile da rintracciare in produzioni odierne) di toccare con sensibilità sfuggente e poetica le sofferenze amorose al pari delle furibonde e sanguinosissime lotte che mai si susseguono senza [...] Vai alla recensione »
Il cinema coreano, come del resto molto del miglior cinema orientale, è la dimostrazione che in arte la forma è tutto, o quasi. Prendiamo Bittersweet Life di Kim Jee-woon, nome di culto per il pubblico cinefilo. È un film di genere, un noir basato sul tema sempreverde della vendetta, con un campionario insieme ironico e compiaciuto di scene di violenza e proterva crudeltà.