| Titolo originale | Safar e Ghandehar |
| Anno | 2001 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Francia, Iran |
| Durata | 90 minuti |
| Regia di | Mohsen Makhmalbaf |
| Attori | Ike Ogut, Nelofer Pazira, Hassan Tantai, Sadou Teymouri, Hoyatala Hakimi Monica Hankievich, Noam Morgensztern, Zahra Shafahi, Safdar Shodjai, Mollazaher Teymouri. |
| Uscita | venerdì 12 ottobre 2001 |
| Tag | Da vedere 2001 |
| Distribuzione | Bim Distribuzione |
| MYmonetro | 3,27 su 8 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento martedì 7 ottobre 2025
Kandahar, il nome di un'antica città afgana che fino a pochi giorni fa era noto a pochi e ora è inevitabilmente nella memoria di tutti; una donna, Nafas, giornalista afgana riuscita a riparare in Canada nel momento in cui i talebani prendevano il potere In Italia al Box Office Viaggio a Kandahar ha incassato 4,4 milioni di euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Delle protesi artificiali che scendono ondeggiando dal cielo attaccate a dei paracadute e, in controcampo, una massa di mutilati che arranca con le stampelle nel deserto per raggiungerle e impadronirsene. Questa è l'immagine che resta impressa sulla retina della memoria di un film che ha come tema primario la condizione delle donne in Afghanistan. Una giovane donna afgana, emigrata da tempo in Canada, tenta di rientrare in patria attraverso l'Iran per raggiungere la sorella priva di gambe che ha deciso di suicidarsi allo scadere di tre giorni. Inizia cosi' un viaggio attraverso la cancellazione dell'immagine stessa delle donne, oltre a quella del loro ruolo sociale. L'accompagneranno nel viaggio, a turno, un bambino cacciato dalla scuola per diventare mullah, un nero americano che si improvvisa medico mentre cerca di trovare un Dio che non vuol farsi raggiungere e un imbroglione per vocazione e necessita'. Makhmalbaf gira un film meno poetico di altri suoi ma animato dal bisogno di denunciare una situazione tragica. Rischia pero' di fare propaganda alla situazione iraniana in cui la donna gode certo di maggiori riconoscimenti ma non si puo' definire 'libera'. Il regista negae rilancia: "È invece un avvertimento ai nostri integralisti affinché non esasperino una situazione già difficile".
Kandahar. Il nome di un'antica città afghana che fino a pochi tempo fa era noto a pochi e dopo l'11 settembre è inevitabilmente nella memoria di tutti. Una città sottoposta ai bombardamenti angloamericani e nel recente passato luogo in cui i talebani esercitavano, data la sua collocazione geografica, un controllo ancor più rigido che altrove. Su tutto e tutti e, con particolare accanimento, sulle donne. Ed è una donna, Nafas, giornalista afghana che è riuscita a riparare in Canada nel momento in cui i talebani prendevano il potere, la protagonista del film di Mohsen Makhmalbaf. Riceve una lettera dalla sorella minore che le annuncia l'intenzione di suicidarsi in occasione dell'ultima eclisse del secolo non sopportando più il modo in cui le donne vengono discriminate nel Paese. Cerca allora di raggiungerla penetrando in Afghanistan attraverso l'Iran. Nel corso del viaggio incontra delle persone che l'aiutano e altre che cercano di imbrogliarla. In questo campionario di umanità emergono un bambino cacciato dalla scuola coranica perché non sufficientemente attento agli ordini impartiti e un falso medico. La scena della visita alle donne dà, senza bisogno di calcare la mano, la misura dell'oppressione. La donna sta al di là di una tenda e può avvicinare a un buco della stessa la parte del corpo che il medico deve auscultare. Non le è però possibile parlare. È il marito o il padre a fare da tramite della comunicazione. È un momento atroce del film così come il lancio dal cielo di protesi che gli amputati, in seguito all'esplosione di mine antiuomo, raggiungono correndo sulle stampelle. Una sequenza difficile da dimenticare. Così come la figura del trafficante delle stesse protesi e la lunga teoria di donne che si muove nel deserto. Con burka di diversi colori ma con il nero nel cuore.
Una ragazza afgana che vive ormai da anni all'estero dove fa la giornalista, decide di rientrare in patria in seguito ad una sconcertante lettera della sorella che ne annuncia l'imminente suicidio. La ragazza vive a Kandahar e la sorella decide allora di intraprendere un pericolosissimo viaggio nella terra natia ormai da anni in mano al regime dei Talebani.
Messaggio dal mondo dei morti viventi. Serrate nel "burka", l’abito che le ricopre dalla testa ai piedi, le donne afghane sono delle sepolte vive, delle non-esistenze che si trascinano in un Paese devastato da guerra e intolleranza. Il mondo ha già conosciuto altre tragedie simili, dalla Cambogia dei khmer rossi alle stragi del Ruanda. Stavolta, però, nessuno può dire di non sapere, nessuno ha il permesso [...] Vai alla recensione »