Nirvana

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Il nirvana che non č possibile conquistare. Valutazione 3 stelle su cinque

di GreatSteven


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giovedė 23 marzo 2017

 

NIRVANA (IT, 1997) diretto da GABRIELE SALVATORES. Interpretato da CHRISTOPHER LAMBERT, DIEGO ABATANTUONO, SERGIO RUBINI, STEFANIA ROCCA, CLAUDIO BISIO, SILVIO ORLANDO, AMANDA SANDRELLI, BEBO STORTI, HARUHIKO YAMANOUCHI

Nel 2005, nell’agglomerato nord, un’immaginaria metropoli è divisa fra il centro (i cui quartieri riportano nomi di città famose, quali Bombay e Marrakech) e le periferie. Una neve incessante cade dal cielo. Il programmatore Jimmy, nell’antivigilia di Natale, è procinto di far pubblicare il suo ultimo videogame, Nirvana, ma un virus elettronico s’infiltra nel computer e fornisce una coscienza al protagonista del gioco, Solo, che capisce di essere un personaggio virtuale e che tutto il mondo che lo circonda è fittizio. Siccome Nirvana dovrà essere distribuito su tutte le piattaforme del globo, Jimmy deve trovare un sistema per cancellare Solo, ma per farlo ha bisogno di Joystick, hacker-angelo senza più ali che ha scambiato le sue cornee con due marchingegni oculari che gli mostrano la realtà in bianco e nero, ottenendo in cambio sistemi sofisticati per accedere a tutti i programmi informatici in pericolo. Il calvario di Jimmy e Joystick per le zone malfamate delle periferie, parallelamente alla progressiva presa di coscienza di Solo che si fa ammazzare più volte andando avanti nei livelli del gioco e cerca di convincere la prostituta Maria della loro inesistenza, porterà il programmatore a ripercorrere la sua passata storia d’amore con Lisa, a pestare i piedi alla gang locale della Yakuza giapponese e ad infrangere innumerevoli regole del potere costituito, tutto incentrato su un funzionamento elettronico, che una società ipertecnologica impone tassativamente di rispettare. Il ricordo dell’ex fidanzata di Jimmy è inoltre contenuto nell’hard disk mentale di una giovane informatica dai capelli blu. Alla fine il piano del tormentato progettista di videogiochi ha successo, e Solo riconoscerà profondamente in lui un’amicizia sincera. Nel repertorio cinematografico di Salvatores, si configura finora come uno dei tre film (insieme a Educazione siberiana e a Il ragazzo invisibile) in cui il regista accantona il registro comico-avventuroso e si cimenta con altri generi, con l’onnipresente difetto di calcare troppo la mano sulla violenza e con la pretesa un po’ fuori dal mondo di spiegare con sguardo lucido i motivi che giustificano il suo utilizzo fino a formare regimi, espliciti o impliciti, per l’appunto basati sull’omertà dei sudditi e sull’impiego di mezzi aggressivi per soggiogarli. Se il recente Il ragazzo invisibile traballa e Educazione siberiana è invece un capolavoro, questo film sci-fi si trova in un delicato ma convincente equilibrio, soprattutto perché detiene il merito di essere una pellicola italiana che crea ambienti particolari e si addentra in spazi nuovi e quasi inesplorati, il che capita assolutamente di rado nel cinema nostrano. La cosa è stata resa possibile grazie alla messa a disposizione degli stabilimenti milanesi dell’Alfa Romeo, in cui le scene son state girate. Avrebbe potuto essere un’opera di denuncia allo strapotere del mondo elettronico, della tecnologia terribilmente pervasiva e dell’inarrestabile informatizzazione degli individui umani, ma il discorso politico tende ben presto a lasciare il passo ad un suo omologo di genere sociologico che, traendo anche spunto dai canoni della commedia, racconta, con un linguaggio espressivo crudo ma efficiente, la crisi d’identità dell’uomo moderno, che è incarnato nei tre personaggi principali, ognuno coi suoi dubbi e le sue parole: Jimmy (C. Lambert più vivace e meno statuario del solito) non riesce ad accettare la fine di un amore travagliato ma giusto, e ammette egli stesso di lavorare dietro commissione e senza capire il senso intimo di quello che crea; Solo (Abatantuono con le lenti a contatto, con una saggia recitazione sotto le righe) ha ricevuto dal virus un’intelligenza attenta e dunque è in grado di percepire l’inconsistenza della sua vita e l’inevitabilità dei compiti che ha da svolgere in quanto primo attore di un videogioco dove l’aggressività verso i nemici costituisce un motivo di piacere per chi gioca davanti allo schermo; Joystick (S. Rubini è decisamente il meno riuscito del terzetto, anche per via del suo eloquio logorroico) si è asservito al dominio incontrastato della tecnocrazia e ha annullato la sua identità, ma si presta ancora per aiutare i suoi alleati e a questo scopo fa sfoggio delle sue ampie conoscenze informatiche e, pure, della sua noncuranza delle leggi. La sceneggiatura perde pochi colpi, specialmente nelle scene dove le parole vengono oscurate dalla devastante ampiezza dei colori scenografici, e sa costruire una storia intelligente che mischia il sarcasmo al cinismo, il pathos alle necessità sociali dei suoi caratteri. Molto azzeccato l’asciutto (per quantità) reparto femminile, con una Sandrelli birichina e compassata e una S. Rocca introversa che costituisce un punto d’appoggio fondamentale per la crescita interiore e il carosello tribolato del protagonista, definita dalla critica come la rivelazione essenziale di questo giocattolone fantascientifico che non si prende troppo sul serio, ma tratta temi assai importanti e ha il merito e il pregio di non azzardare giudizi definitivi, lasciandoli magari allo spettatore e limitandosi (per modo di dire) ad esporre un racconto avvincente che si potrebbe leggere facendo riferimento anche alla letteratura del Novecento, citando, anche con un certo gusto da grafomani e divoratori di libri, autori come Pirandello e Orwell che hanno saputo esaminare la distruzione dell’io e l’edificazione di un potere che può tutto proprio perché annulla la personalità e conferisce troppo spazio di manovra alle macchine.

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