Vacanze romane

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Un film di William Wyler. Con Gregory Peck, Eddie Albert, Audrey Hepburn, Artley Power, Hartley Power, Harcourt Williams.
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Titolo originale Roman Holiday. Commedia, b/n durata 119 min. - USA 1953. MYMONETRO Vacanze romane * * * * - valutazione media: 4,33 su -1 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Cenerentola anni Cinquanta Valutazione 5 stelle su cinque

di minnie


Feedback: 6118 | altri commenti e recensioni di minnie
giovedý 21 maggio 2015

“Vacanze romane” ovvero quando un film, girato in pochi mesi in stato di grazia, rappresenta il fim perfetto: scoperta di una nuova star, soggetto ricalcato su una favola universale, descrizione di un periodo della vita che tutti, più o meno, abbiamo attraversato, che segna l’impercettibile passaggio dalla giovinezza all’età adulta, la linea d’ombra di conradiana memoria.

William Wyler aveva nel 1952, quando il film , vincitore l’anno dopo di tre Oscar, fu girato fra giugno e settembre, 50 anni: forse l’età in cui con più rammarico si guarda a quell’età in cui ci si poteva davvero divertire, quando si avevano a casa mamma e papà eppure (o proprio per questo, sapendoli lì, al ritorno) si tentavano i primi passi da soli nel mondo...come accade alla principessa Anna. Ovvero Audrey Hepburn, un’incantevole 23enne dal vitino di vespa, sulla Vespa mitica insieme al giovane (37enne) Gregory Peck: la dolcezza, la bellezza di questo film sta tutta qui. In un incontro, in una breve vacanza, holiday, nella santità come sembra suggerire la parola inglese (il titolo originale è proprio “roman holiday”), che c’è in certi momenti della vita, attimi che non si ripeteranno. Wyler lo sapeva: quando alla fine del film fa girare Joe Bradley, il giornalista, verso la sala dell’incontro con la stampa, conclusosi poco prima, a palazzo Colonna, uno dei più fastosi di Roma, con lui ci giriamo tutti noi, noi che abbiamo adesso l’età del regista di origini ebraiche, poi diventato un’icona di Hollywood (nel 1959 girerà Ben-Hur), e diamo un’occhiata alle foto di quand’eravamo giovani, di quando vedevamo questo film con la speranza d’incontrare un Joe e un’Anna in giro per la città. O comunque di vivere qualche giorno a Roma così, in totale spensieratezza, protetti magari da un’anonimato che ci rendesse ancor più liberi. Meraviglioso il soggetto di Dalton Trumbo (Oscar), sommo sceneggiatore e soggettista, che ricorda sin dalle prime inquadrature la favola di Cenerentola, anche se qui Anna è da subito una principessa e la scarpa non la perde, ma piuttosto se la toglie durante la presentazione ufficiale, subito soccorsa da un suo cerimoniere che la invita a ballare. Una favola anche la scelta di Audrey, allora attrice alle prime armi seppure già molto attiva a Hollywood: “Come sono andata, bene?” chiese quando credette che il provino fosse finito, mentre Wyler aveva continuato a girare e rimase stupefatto dell’adesione della bella sconosciuta  al personaggio, esclamando: “E’ lei!” E con molta galanteria Gregory Peck scommise sull’Oscar alla miglior attrice protagonista fin da subito: seconda statuetta. E terza statuetta (oltre alle nomination per Wyler stesso e per la sua regia) alla mitica costumista Edith Head: questo film è una summa dell’eleganza degli anni Cinquanta. Vitino davvero minimo, pochi incredibili centimetri, camicette con le maniche rimboccate, foularino al collo, ballerine e per la scena finale, un meraviglioso abito di pizzo macramè. E capelli corti, tagliati in una barberia che fu per molti anni meta turistica, come tutto in questa pellicola: quando la principessa Anna, richiesta di quale città abbia ammirato di più nel suo giro, risponde “Roma”, da sola sarà ed è valsa più di mille depliant. Audrey poi sarebbe stata maestra di eleganza, fin dal ritiro di quel primo Oscar, con un abito a fiori di cui si serba ancora memoria. E l’appartamento da single del giornalista Joe Bradley, in via Margutta 51, dove lo mettiamo? E il fascino di una professione, quella del paparazzo,  interpretato da Eddie Albert (ed ebbe la nomination per questo film, davvero segnalatissimo nella premiazione del 1953) che anticipa di molto gli anni della dolce vita? Così “Vacanze romane” è un film universale, lo si vede da giovani e ha un senso, lo si vede anni dopo e ha ancora un altro senso. Resta il fatto che è un capolavoro, in un bianco e nero memorabile. E non dimentichiamo la musica, deliziosa, a firma di una grande compositore come fu il francese Georges Auric (1899-1983), con echi di note mitteleuropee, quella cara vecchia ciciltà di cui questo film è leggermente intriso. 

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