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Studentessa alla vigilia della laurea in filosofia viene contagiata da una vampira di nome Casanova, traendone piacere, forze e vitalità. Sprofonda nell'abominio del sangue, contagiando uomini e donne con cui viene in contatto. Girato in un bianco e nero (Ken Kelsh alla cinepresa) che percorre tutte le sfumature del nero e che ricalca, nella sua mescolanza di espressionismo e realismo, i toni, le luci, le linee e i tagli del cinema noir americano degli anni '40 e '50, è un angoscioso e delirante film sul disagio, il contagio, la solitudine, l'angoscia, la morte. A. Ferrara e il suo sceneggiatore Nicholas St. John ricorrono a un materiale narrativo di pulp fiction (un horror che sconfina spesso nella truculenza della spazzatura violenta), imbottendolo di citazioni che sono una piccola antologia del pensiero negativo a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento. Tra Nietzsche e Auschwitz, il 10° film di Ferrara è una interrogazione sulla presenza del Male nel mondo.
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