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PRIMETIME.
Preso dalla curiosità di vedere un altro film in concorso a Venezia, della A24 e con Robert Pattinson e nell’aver scoperto che fosse un’opera prima del documentarista Lance Oppenheim, posso dire che le aspettative erano pressoché molto aleatorie e a scatola chiusa. E il risultato è un film interessante, ben girato, ben interpretato e ben scritto. Quest’ultima almeno in parte.
2006, il giornalista Chris Hansen conduce il programma tv della NBC To Catch a Predator basato nell’incastrare e riprendere dei predatori sessuali, solitamente pedofili, attraverso un’organizzazione vigilante con finti minorenni, subdoli messaggi e un finto indirizzo dove farli venire, il giornalista fa’ loro la ramanzina per poi farli arrestare dalla polizia appostata all’ingresso. Il programma, seppur controverso e discutibile, è molto seguito, tanto da tenere testa ad altri prodotti cult dell’epoca quali My Name is Earl e Lost. Le vicende narrate riguardano la vita privata di Hansen, non proprio del tutto rosea tra lavoro e famiglia, la produttrice Andi Bender insieme al capo anti predatori Xavier Von Erck intenti a mandare avanti il programma e il giovane Dan Plumb che interpreta il finto minorenne e aspira a diventare un attore affermato con tanto di tessera di sindacato e agente. La svolta inizierà quando la scoperta di un “pesce molto grosso” accomunerà i protagonisti tra ricerche assennate, riflessioni, ripensamenti e conseguenze amare.
Va detto che come opera prima Oppenheim dimostra una tecnica registica corretta, quadrata e coerente. Casca all’occhio una fotografia sgranata, a tratti analogica e col filtro dei ormai vecchi televisori a tubo catodico con i contrasti di blu e rossi e il rapporto 1,50:1. Questa, insieme alle sezioni televisive a quattro schermi rende appunto l’idea della diretta via cavo. Curiosamente, solo in una scena specifica tra Hansen e uno dei predatori che gli sbatte in faccia una realtà più complicata rispetto al format, cambia completamente con tutte le sgranature tolte e anche il rapporto, anche se per pochi istanti. Un montaggio ben serrato tra sequenze televisive, le vicende private dei nostri e i vari flashback.
Buone le musiche che richiamano gli anni 2000 nella loro atmosfera, insieme ad un’ambientazione fedele tra scenografie, costumi e i vari apparecchi elettronici. Un cast che se la cava bene tra un Robert Pattinson ben calato, solitamente metodico e alcune volte un po’ sopra le righe, ancora meglio Skyler Gisondo nell’interpretare Dan, ottimo nel sembrare sia adulto che minorenne tra espressioni e flemme, buona Merritt Wever nella produttrice Andi, un tanto carismatico quanto stropicciato Matthew Maher nel cacciatore Xavier, buona Phoebe Bridgers nell’altra finta minorenne Del Harvey e delle piccole parti per Anna Faris e Matt Smith.
E qui con la storia si passa tra luci ed ombre. È chiaro il focus del film: mettere in discussione un sistema di gogna mediatica attua non tanto a risolvere un problema sociale quanto nel fare audience. È vero che i predatori sessuali venivano sputtanati e denigrati, ma quanto potevano essere meritevoli di tale pena? I loro cacciatori, lo staff e lo stesso Hansen erano a tratti peggiori di loro o nutrivano dubbi e perplessità nel loro operato? Pur di fare il picco di ascolti quale sarebbe stato il prezzo e chi lo avrebbe pagato? Lo stesso pubblico, che ingrassava i palinsesti del programma, rispecchiava la mentalità dell’epoca, al quanto voyeuristica, tra il secondo mandato di George W. Bush e i vari nemici della libertà dipinti come tali? Ed infine, tale sistema innescato da To Catch a Predator avrà delle ripercussioni tali da ritorcersi contro? Tutto ben esposto, affrontato e discusso attraverso i vari personaggi.
Tolto però Dan Plumb che ha un percorso narrativo pieno tra preparazioni attoriali, i faccia a faccia con i predatori sessuali, le discussioni con Hansen riguardanti il loro operato, i vari rimorsi e un epilogo da traguardo raggiunto in maniera grigio-nera e in buona parte anche il cacciatore Xavier quasi sotto deliri ossessivi nel cercare il pesce grosso tra chat-line private e messaggi adescatori sul filo di perderlo all’amo; i problemi sorgono con i restanti personaggi.
Chris Hansen, per quanto protagonista, non è caratterizzato appieno nella sua vita privata, tanto che non si conoscono i suoi figli, sua moglie e la sua ex-amante e tale sottotrama sembra quasi scollata dal resto. Tranne forse sul finale, anche se in superficie. Viene dato spazio a Andi Bender e Del Harvey, ma anche il loro percorso, al di fuori dei colleghi, non offrono molto da dire. I vari predatori sessuali, il più delle volte sgraziati, con stress post traumatico e anche diversi handicap, non sono inquadrati appieno nel poter anche comprenderli, tranne forse il pesce grosso finale. Infine si ha tanta voglia di attaccare un certo pensiero americano, un sistema televisivo e di pubblico, ma senza mai puntare veramente il dito, rimanendo quasi in sospeso.
Forse è un po’ la solita pecca dell’esordiente dove forma e sostanza non sono sempre ben amalgamate, ma comunque rimane una buona partenza per Lance Oppenheim. Al quale gli si augura un bel futuro di definitiva transizione tra il girato esposto e il girato narrato.
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