The Brutalist |
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Un film di Brady Corbet.
Con Adrien Brody, Felicity Jones, Guy Pearce, Joe Alwyn.
continua»
Drammatico,
durata 215 min.
- Gran Bretagna 2024.
- Universal Pictures
uscita giovedì 6 febbraio 2025.
MYMONETRO
The Brutalist
valutazione media:
3,61
su
-1
recensioni di critica, pubblico e dizionari.
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Un''arte che sopravvive
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| giovedì 13 agosto 2026 | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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Recuperato su Netflix in una torrida serata estiva, credo di aver visto il regista Brady Corbet precedentemente solo nel ruolo di attore in un film di Noah Baumbach, e onestamente non conoscevo i suoi lavori da dietro la macchina da presa. Ebbene, il film mi ha sorpreso per la grandiosità di immagini che acquistano una dimensione quasi architettonica, accompagnate da una colonna sonora nervosa, emotiva e intrusiva. Non è soltanto una storia lunga (tre ore e mezza): c'è il peso del tempo che cade addosso allo spettatore, così come si percepisce il peso opprimente del cemento delle costruzioni brutaliste. Non è un'opera che vuole piacere a tutti i costi, ma ambisce a lasciare una traccia profonda; mostrando la materia, le imperfezioni e la struttura, non cerca di apparire, semplicemente è. László Tóth, architetto ebreo ungherese sopravvissuto all'Olocausto, sbarca negli Stati Uniti nel 1947 cercando di ricostruire la propria vita e di ricongiungersi con la moglie Erzsébet. L'America dovrebbe essere un luogo di rinascita in cui ricominciare, sì, ma a patto di accettare le rigide regole di chi detiene il potere. L'immagine iniziale della Statua della Libertà capovolta funge quasi da monito: il sogno americano esiste, ma forse impone di essere guardato da una prospettiva ribaltata. Il punto di svolta arriva con l'incontro con Harrison Lee Van Buren, un ricchissimo industriale che riconosce il talento di Laszlo e gli affida un progetto mastodontico: la costruzione di un auditorium sulle colline della Pennsylvania. Ed è qui che il film assume la forma del conflitto, mettendo in scena lo scontro insanabile tra potere e visione artistica, tra denaro e libertà creativa. Laszlo non è un semplice immigrato in cerca di fortuna, ma un individuo che porta inciso dentro di sé il trauma indicibile di ciò che è accaduto in Europa; è un uomo difficile, ferito, tormentato, orgoglioso e autodistruttivo, ostinato a costruire qualcosa che possa sopravvivergli. Adrien Brody, va detto, è straordinario nell'interpretare un uomo che sembra non riuscire più a vivere davvero nel mondo: c’è sempre una barriera invisibile che lo separa e lo allontana dagli altri, persino quando è accanto alla moglie o alle persone che ama. A tal proposito, Felicity Jones è altrettanto superba nel dare spessore a una donna che conosce intimamente il dolore, comprende suo marito a fondo e rifiuta categoricamente di farsi relegare al ruolo di semplice consorte del grande artista. Il vero tema del film, in fondo, non è l’architettura, ma l'esorbitante prezzo che una persona deve pagare per poter essere sé stessa. Tratta di un’identità indissolubilmente legata alla necessità di creare e dell'amara consapevolezza che ognuno è prigioniero di qualcosa: che sia il passato, il denaro, l’ambizione o il disperato bisogno di riconoscimento. Alla fine, ciò che conta è cosa rimane e cosa scompare; e Laszlo resta attraverso quell’opera che, seppur commissionata da un miliardario desideroso di innalzare un monumento alla propria vanità familiare, finisce per trasformarsi nella cruda testimonianza del trauma di Laszlo, un memoriale dedicato alla sua storia e a quella di milioni di vittime. Laszlo non smette mai di essere un sopravvissuto: la sua lotta non è terminata con la guerra, dovendo continuamente digerire compromessi e umiliazioni pur di difendere la sua visione. Eppure, vent’anni dopo, a Venezia, lui è ancora lì; non ha vinto, non ha dimenticato, non si è liberato dai fantasmi del passato, ma resiste. La sua architettura non è vana decorazione, bensì materia viva che si fa portatrice di memoria. Forse avrei preferito un finale meno didascalico: il film aveva già espresso tutto lasciando parlare le immagini, i corpi e lo spazio, sicché verbalizzare a posteriori il significato dell’opera appare quasi superfluo. Tuttavia, è un lungometraggio che mi ha colpito profondamente perché possiede una voce personalissima e non si limita a raccontare una storia, ma riesce a cambiare il tuo sguardo su qualcosa che credevi di conoscere già. Personalmente, ripensando a un recente viaggio nei Balcani, quei monumenti in cemento che a prima vista mi erano parsi severi, grigi e quasi ostili, hanno acquistato oggi per me un significato totalmente nuovo: un’architettura che ha il coraggio di mostrare il proprio scheletro nudo appare, infine, molto più onesta
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