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Apex inizia con un prologo stile Cliffhanger, il trauma che scatena il percorso di redenzione della protagonista. Che in questo caso è Sasha, un’appassionata di arrampicata e sport estremi che sta tentando la scalata della Parete dei Troll in Norvegia.
Cinque mesi dopo, ritroviamo Sasha in Australia, dove ha deciso di chiudere il cerchio con una bella gita in un parco naturale, a fare canoa tra le rapide.
Sasha sta andando da sola a fare una cosa che non bisognerebbe mai fare da soli; glielo dice la prima guardia forestale che incontra, praticamente l’unica faccia amica in un Outback dominato da buzzurri pervertiti e violenti, tanto per rispettare la regola d’oro del cinema americano secondo cui al di fuori degli USA c’è un mondo intero popolato di buzzurri pervertiti e violenti che non vedono l’ora di fottere i turisti americani.
Sasha la avvertono tutti, dalla prima guardia forestale allo stesso serial killer matto che poi la perseguiterà, Ben, che ha il fisico asciutto del solido Taron Egerton.
Il resto del film lo potete immaginare, solo che lo immaginate sbagliato: tutto si può dire di Apex, ma non che segua per filo e per segno le tappe di questo tipo di film. E questo a discapito della sua stessa riuscita.
L’intenzione è palesemente quella di puntare su una sfida più mentale che fisica, più sull’arguzia che le mazzate. Il che non sarebbe nemmeno malaccio, se non fosse che la scrittura è molto meccanica, scolastica persino.
Il film si tiene abbastanza alla larga da trovare motivazioni o giustificazioni alla condotta di Ben e si premura di renderlo meno immediatamente ripugnante del maniaco medio di questo tipo di film.
Ben è matto, questo è certo, ma ha una sua filosofia di vita e, nel rapporto con la natura, non è così diverso da Sasha. Tra i due si instaura una specie di strano legame basato sul rispetto reciproco, che si evolve in maniere anche inaspettate.
È tutto molto interessante, ma va a detrimento della goduria, perché la percentuale di inseguimenti, trabocchetti e pura azione è veramente limitata e, in un’ora e 35 minuti, sembrano succedere davvero poche cose. Sasha viene catturata troppo presto, e ottiene il vantaggio cruciale su Ben troppo presto. Tutto ciò ammazza la tensione in più punti, e se un film su un serial killer che bracca una persona nei boschi dell’Australia mi perde in tensione, va da sé che abbiamo un problema.
In ogni caso, Kormákur si conferma abile a girare le scene di montagna, Charlize Theron ha preso lezioni di arrampicata per farsi buona parte degli stunt da sola e il suo magnetismo è più che sufficiente a reggere il film. Comunque non ci si annoia, gli attori sono bravi e 95 minuti passano in fretta.
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