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Masters of the Universe fa le sue cose migliori quando rinuncia a ogni complicazione e si mette ad altezza bambino.
È un film innocuo: se gli algoritmi sanno fare qualcosa, è svuotare un film di una qualsiasi personalità, ma renderlo inoffensivo, mai davvero fastidioso.
Il sentimento dominante è il panico di deviare dalla formula classica del blockbuster supereroistico moderno, ma traspare comunque un certo affetto: quel tipo di affetto sincero, ma indeciso che hai verso una cosa che hai amato intensamente per un periodo chiave della tua vita e che invecchiando non sai bene come prendere ma non vuoi abbandonarla, come i nonni alle cene di Natale.
Le due ore e 20 si reggono anche grazie a Nicholas Galitzine che dà il 100% e ne esce con onore, a Idris Elba che trattiene l’ego e capisce il suo posto e a un paio di comprimari azzeccati come Jóhannes Haukur Jóhannesson e Alison Brie.
La maggior parte degli altri non pervenuti, a partire da una inspiegabilmente sprecata Kristen Wiig che doppia un robot senza personalità. Mentre indovinate chi delude? Jared Leto. Fa di tutto per camuffarsi, ma lo si riconosce lo stesso per la mancanza abissale di carisma. È uno Skeletor che avrebbe dovuto mangiarsi il film, e invece è buttato via a macchietta dimenticabile.
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