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Vedere Guillermo Del Toro fare Frankenstein è interessante quanto sentire gli Oasis fare una cover di Hey Jude, ma questo non significa che non ci siano cose apprezzabili.
Del Toro arriva a Frankenstein non come ultima spiaggia, ma ancora carico, ancora innamorato della materia, pronto a divertirsi con una marea di dettagli soprattutto visivi.
Lo spettacolo è vedere le continue composizioni, la profondità esasperata e i colori che sembrano ispirarsi più alle graphic novel che ai vecchi film.
Quando il film sembra una serie di dialoghi didascalici a quadri in movimento è dove dà il suo meglio e sembra la fiaba ideale con cui farsi compagnia nelle serate di pioggia.
Quando Del Toro piazza cose come il primo esperimento pubblico di Victor, col mezzo cadavere, o le visioni dell’Angelo della Morte, o densissimi tocchi scenografici dalle ispirazioni più disparate, è dove ti sembra di vederlo dietro le quinte ideare gioiosamente ogni piccola sfumatura.
Quando sfida apertamente la sequenza del vecchio cieco ormai irrimediabilmente rovinata da Mel Brooks e Gene Hackman, lo stimi fortissimo.
Quando manovra la fisicità di Jacob Elordi (impressionante, sia per stazza che per espressività) è dove senti che aveva aspettato letteralmente tutta la sua vita per quel momento.
Il Frankenstein di Guillermo Del Toro ha il piglio di chi vorrebbe diventare contemporaneamente una versione personale e definitiva del romanzo di Mary Shelley: da una parte vorresti dire che meritava una chance sul grande schermo; dall’altra – impatto visivo a parte – il risultato è comunque un giocattolone più debole e ridondante di quanto vorresti che fosse.
Del Toro ha fatto un film con molta azione: gente che viene lanciata, lupi dilaniati, esplosioni e tutto ciò che si conviene. E la fattura è davvero buona, così come la costruzione di un mondo gotico e un filo steampunk, uno degli ambiti in cui l’immaginazione di Del Toro eccelle.
Il problema è che questo è un film senza idee. Ha un grande immaginario gotico, ma non ha una visione di come possa modificare la storia.
Soprattutto è un film privo di idee narrative valevoli. L’unica, fatta eccezione per l’espediente di raccontare la seconda parte dal punto di vista della creatura, è quella relativa al suo rapporto con la morte. Nonostante sottolinei più volte (a parole) il fatto che il problema della creatura è di non poter morire e quindi essere costretto a vivere anche quando le persone più care sono scomparse, non riesce mai a convincere di questo dramma. Non parla davvero di morte, ma semmai della fatica ad accettare il lutto, cioè la morte altrui, e di come questo sia ciò che fa compiere alla creatura il passaggio all’età adulta.
La malinconia di questo Frankenstein acculturato e sensibile, rimasto solo con un cuore infranto, che poi viene anche accusato di aver fatto del male a qualcuno quando non è vero, incarna quell’idea burtoniana che i mostri siano tutte quelle persone che non si conformano e si sentono sole, che vivono nella società senza sentire di appartenerle pienamente. Sarebbe una grande idea per Frankenstein, se non fosse che qui è espressa a parole e non per immagini.
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