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Il tempio delle ossa è un film di zombie in cui, colpo di scena, il pezzo grosso dell’orrore non è “gli infetti corrono” e nemmeno è “la civiltà crolla”: qui il cuore pulsante è una gang/culto di satanisti brutti e cattivi che fanno cose brutte e cattive, con un’estetica sorprendente e una devozione da setta di periferia.
Il Tempio delle Ossa, ambientato qualche ora dopo la fine del primo capitolo, si stacca dal film precedente e diventa qualcosa di diverso.
28 anni dopo era un palese discorso sull’isolazionismo: la Gran Bretagna come enclave regressa, comunità chiuse, autarchia emotiva, paura dell’esterno, e quel retrogusto di “siamo noi contro il mondo” che, letto in controluce, faceva suonare tutto come una favola nera sulla Brexit e su come si costruiscono identità collettive sulla sottrazione, sul restringimento dell’orizzonte.
Spike era il punto di frizione: un figlio del nuovo mondo che sente che qualcosa non torna, che dietro la retorica della comunità c’è una rinuncia alla complessità, alla cura, alla pietà.
Il sequel prende quel seme e lo porta nella sua fase più tossica: cosa succede quando gli “ultimi di noi” non solo sopravvivono, ma cercano un senso? Cosa succede quando non bastano le regole, ma serve una fede? E soprattutto: che tipo di fede ti inventi, se il tuo patrimonio simbolico è fatto di frammenti di cultura pop, traumi infantili e ricordi spezzati?
La risposta qui è spietata: ti inventi una religione dell’abbandono di ogni convenzione. Ti inventi una liturgia dell’anti-empatia. Ti inventi un’etica capovolta in cui la crudeltà non è un effetto collaterale della sopravvivenza, ma un atto “sacro”, un gesto identitario e scuoiare persone una carità da elargire.
In questo senso il satanismo del film non è tanto “Satana” nel senso teologico, quanto la caricatura perfetta di un bisogno umano: ritualizzare l’orrore per renderlo accettabile, estetizzarlo per smettere di chiamarlo col suo nome.
La contrapposizione fede/scienza diventa il vero punto del film: da una parte la fede satanica come metafora di fanatismi contemporanei, dall’altra la scienza come tentativo disperato di restare civili, anche se coperti di iodio e circondati da teschi.
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