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Ghost War è quel tipo di film che non è cane, non è lupo e sa soltanto quello che non è.
Non è più una stagione di Jack Ryan, perché dura un film. Non è davvero un film di Jack Ryan da cinema, perché ha addosso quella patina da streaming premium che ormai riconosciamo al volo: tanti esterni belli, tanti SUV neri, tanti monitor con la gente che dice «Lo abbiamo perso», qualche faccia seria illuminata da schermi blu, però poi quando dovrebbe mordere ti lascia sulla mano il segno di un cane anziano che non voleva far male a nessuno.
Non è nemmeno brutto-brutto, sia chiaro. È confezionato, professionale, “guardabile” per usare un termine un po’ cafone, pieno di gente brava che fa cose da gente brava.
Ma è anche il tipo di film che finisci, chiudi Prime Video, vai in cucina a bere un bicchier d’acqua e già mentre apri il frigorifero non sei sicurissimo di ricordarti il nome del cattivo.
Ryan è tornato a una vita quasi normale, da family man senza family, poi, ovviamente, la normalità dura il tempo di un respiro perché c’è una missione internazionale, una vecchia unità black-ops fuori controllo, gente morta che non doveva morire, Dubai fotografata come se ogni grattacielo avesse firmato una liberatoria con primo piano obbligatorio, Londra, server, inseguimenti, vecchi peccati dell’intelligence e il classico grande tema da spy movie moderno: e se i buoni avessero fatto cose da cattivi quando nessuno guardava?
Che è una domanda interessante, certo, ma anche una domanda che il cinema di spionaggio si fa più o meno da quando qualcuno ha scoperto che la CIA al cinema funziona meglio se ogni tanto la CIA è il problema.
A livello di trama siamo dalle parti di un qualunque thriller in cui ci sono agenti bruciati, operazioni clandestine, file da recuperare, informazioni da trasferire prima che il download arrivi al 100% e gente che entra nelle stanze dicendo «non sai in che guaio ti sei messo». Roba che conosciamo.
Roba che se sei cresciuto a techno-thriller, Bourne, 24, Homeland e tutto il reparto servizi segreti con problemi di governance interna, puoi praticamente montarti da solo nel cervello con i pezzi avanzati degli ultimi venticinque anni.
Il lato action, purtroppo, è poca roba. Non perché sia girato male in senso tecnico, anzi: è televisione costosa, con un buon controllo degli spazi, con quel livello Prime Video alto che ti fa capire che i soldi sono arrivati, li hanno spesi. Però non resta.
Non c’è una scena che ti fa drizzare sul divano, non c’è un’idea visiva davvero memorabile, non c’è una coreografia che ti venga voglia di rivedere.
C’è gente che spara, vetri che esplodono, barche che sfrecciano sul fiume, agenti che entrano, agenti che escono, gente appesa, gente che corre, ma tutto resta in quella zona grigia del competente dimenticabile.
La zona in cui ormai vivono molti prodotti streaming: abbastanza ricchi da non sembrare poveri, non abbastanza personali da sembrare necessari.
Jack Ryan: Ghost War non è il disastro che poteva essere, ma è un’occasione piccola travestita da occasione grossa.
Ha il suo patatone al centro, ha un cast solido, un personaggio con quarant’anni di storia sulle spalle, ha un universo narrativo che potrebbe diventare un parco giochi geopolitico meraviglioso, ma si accontenta troppo spesso di essere “un buon contenuto Prime Video”.
E se c’è una cosa più triste di un brutto film, è un film medio che ogni tanto ti fa intravedere il film migliore che avrebbe potuto essere.
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