Il suono di una caduta |
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Un film di Mascha Schilinski.
Con Hanna Heckt, Greta Krämer, Filip Schnack, Helena Luer.
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Titolo originale Sound of Falling.
Drammatico,
durata 149 min.
- Germania 2025.
- I Wonder Pictures
uscita giovedì 26 febbraio 2026.
MYMONETRO
Il suono di una caduta
valutazione media:
3,07
su
-1
recensioni di critica, pubblico e dizionari.
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Troppa carne al fuoco
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| giovedì 12 marzo 2026 | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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Dopo la visione del lunghissimo film “Il suono di una caduta” di Mascha Schilinski, premiato (premio della Giuria a Cannes), mi sono sentita spaesata.
L’idea di fondo, o più comprensibile, della Schilinski, è la seguente: diverse generazioni, abitando la stessa casa, una fattoria nella Germania del nord, si trovano a rivivere, nei medesimi spazi, situazioni familiari ed esistenziali analoghe, con particolare attenzione ai temi del sesso e della morte. Le voci narranti, che emergono a sprazzi, appartengono a quattro ragazze (una è ancora bambina): la piccola Alma (Hanna Heckt), che vive durante il periodo della grande guerra, Erika (Lea Drinda) nel secondo dopoguerra, Angelika (Lena Urzendowsky) negli anni ’70-’80 e infine Lenka (Laeni Geiseler) in anni più recenti. Lo strato che si espande maggiormente è il primo, là dove viene dipinta una famiglia patriarcale, che non esita a sacrificare due figli: uno, per impedirgli di andare in guerra, a costo di mutilarlo, un’altra donandola come schiava domestica e forse sessuale a un contadino. Il tutto è visto dagli occhi candidi di Alma che, dal buco della serratura, osserva questo e altro, incluso il macabro rituale per fotografare la sorella morta come se fosse viva (la scena degli occhi cuciti può essere risparmiata alle persone sensibili). In effetti il volto di Alma, dalle trecce bionde arrotolate attorno al capo è quello che rimane più impresso e ci intenerisce, anche nel suo volo finale, poco chiaro nelle dinamiche.
La sceneggiatura non prevede una transizione lineare lungo l’asse del tempo, bensì dei salti improvvisi, non sempre ben giustificati, da uno strato storico a un altro. Questi salti continui, a cui si aggiunge il gran numero di personaggi da fissare nella memoria visiva, e la tendenza a non terminare singoli episodi, producono disorientamento nello spettatore, costretto continuamente a fare il punto, riepilogare, interpretare.
Si aggiunga il fatto che stilisticamente emergono dei segnali forti: la fotografia, ottima nella cattura delle ombre, delle luci e dei colori, comporta talora delle sgranature. I movimenti di macchina alternano inquadrature soggettive (come quella di Alma che si guarda il vestitino nero da lutto) e oggettive, riprese veloci e statiche. Il sonoro è evocativo: ricorrenti un rumore sordo di tuono o il ronzio fastidioso di una mosca. Segnali, che, per essere decodificati, andrebbero collocati in un sistema dotato di senso razionale, in realtà mancante, perché la dimensione prevalente è tendenzialmente onirica, puramente emozionale. Insomma, il difetto principale è che c’è troppo di tutto. Questo sfoggio manieristico sia nella forma, sia nel contenuto risulta eccessivo, quasi barocco. Al punto che, pur apprezzando, doverosamente, certe sequenze, il giudizio sull’insieme non può essere lusinghiero.
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