| Anno | 2026 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | USA |
| Durata | 109 minuti |
| Regia di | Werner Herzog |
| Attori | Kate Mara, Rooney Mara, Orlando Bloom, Domhnall Gleeson, Hugh O'Conor Michael Hough, Simon Delaney, Shane Connellan, Terry McMahon, Malcolm Adams. |
| Distribuzione | I Wonder Pictures |
| MYmonetro | 2,75 su 7 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento giovedì 3 settembre 2026
Le sorelle Jean e Joan Holbrooke sono inseparabili e vivono all'unisono. Un amore le porterà in tribunale e poi in fuga verso nuovi viaggi. In Italia al Box Office Bucking Fastard ha incassato 4,8 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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In Irlanda, Jean e Joan Holbrooke sono due sorelle che vivono in simbiosi, non si separano mai e parlano all'unisono, completando una le frasi dell'altra. Allineati sono anche i loro sogni e le loro aspirazioni, in particolare quelle sull'amore enorme e senza compromessi che immaginano. Credono di averlo ottenuto con la frequentazione congiunta di Gareth, autista di limousine che però ha in mente qualcosa di più occasionale. La loro storia finirà in tribunale e spingerà le due sorelle a lasciare la città per rifugiarsi presso la zia, dove le attendono nuovi incontri, nuove creature e nuovi viaggi verso luoghi lontani.
Ormai decano del cinema mondiale - oltre che documentarista, esploratore, filosofo - Werner Herzog tiene ancora viva la mitologia personale conservando un po' della sua leggendaria aura enigmatica. Bucking Fastard ne segna il ritorno al cinema di finzione da cui mancava dal 2019, ed è una favola di scoperta coerente con la sua poetica, seppur di maniera e non sempre a fuoco.
Quella delle due sorelle ("ma non gemelle") che vivono come una sola entità è un piccolo barlume di storia vera; tutto il resto è frutto della penna di Herzog, in una sceneggiatura che procede per associazioni laterali e rimane imponderabile fino all'ultimo istante. Kate e Rooney Mara, sorelle ed entrambe attrici di un certo peso, erano tra le poche soluzioni possibili per dare credibilità alla trovata e rafforzarla con un tocco un po' meta; insieme occupano ogni inquadratura sovraccaricando le composizioni e sdoppiando la grammatica filmica, mentre nei dialoghi evitano la monotonia della ripetizione con piccole variazioni, alternandosi oltre che sovrapponendosi. Jeanie e Joanie sono anime pure, avulse dal reale come i più classici protagonisti herzoghiani ma non del tutto ingenue; anzi, sono decise nell'espressione del desiderio e risolute in una visione del mondo che non sarà propriamente verosimile ma si fonda su ideali di romanticismo ("è forse un crimine amare?") e pulsione verso l'ignoto. C'è in loro - all'apparenza così miti che il film propone un carosello di personaggi in visita pronti alternativamente ad aiutarle oppure a sfruttarle - la traccia degli Aguirre e dei Fitzcarraldo e dei grandi archetipi del regista tedesco, rivisti però in chiave offbeat e insolitamente femminile, con una bonaria e forse divertita autoreferenzialità.
Con l'eccezione dei suoi documentari, divenuti sempre più un solido sotto-genere, la filmografia di Herzog degli ultimi due decenni può dirsi generosamente eterogenea, quando non semplicemente claudicante. L'interesse della nuova opera sta nel raccogliere una sorta di greatest hits degli ingredienti della sua produzione drammatica e mescolarli con le fascinazioni per il mondo naturale e quello scientifico, ambiti a cui ha dedicato vari titoli non di finzione. Le due protagoniste finiranno quindi alla scoperta di montagne e caverne (come in Cave of Forgotten Dreams), relazionandosi con una straniante compagnia animale (menzione d'onore per la salamandra delle caverne) e spingendosi sempre oltre, cercando le isole Òrcadi e l'uomo perfetto perfino nell'oscurità sotto la roccia. L'assemblaggio di tanti elementi diversi incuriosirà certamente i fan più accaniti del regista, e rimane testimonianza preziosa di quell'istinto associativo e anticonformista che non gli ha mai fatto difetto.. Chissà però quanto è rimasto delle altre sue caratteristiche, in primis l'avversione al compromesso, in un'opera che sembra ritagliata da provenienze diverse (con tanto di ambientazione irlandese un po' posticcia) e percorsa da un'energia residuale. C'è ancora della poesia nell'universo di Herzog, benché trovarla ci richieda di addentrarci sempre più in profondità nelle caverne, e con fede sempre più incrollabile in ciò che non è immediatamente visibile.
"Tutti dovrebbero scavare un tunnel in una montagna almeno una volta nella vita". Questa frase, pronunciata nel film, potrebbe essere benissimo una massima di vita dello stesso Werner Herzog, che alla vigilia dei suoi ottantaquattro anni, con un Leone d'oro alla carriera ricevuto l'anno scorso, non ha ancora smesso di scavare nei territori più estremi dell'esperienza umana.
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