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gaia
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domenica 31 maggio 2026
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lo spazio della comprensione
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“Grazie per avermi tradita”, diceva la scrittrice Elena Ferrante all’indirizzo della regista e sceneggiatrice Maggie Gyllenhaal, all’indomani dell’uscita della traduzione cinematografica dell’omonimo romanzo da lei scritto.
Anche in inglese il film conserva lo stesso titolo della versione cartacea. Notarlo ci è utile perché, se da un lato la continuità tra le due forme narrative è così garantita, dall’altro rimane lo scarto tra la lingua originale e la traduzione.
La figlia oscura diventa The Lost daughter e questo – a mio avviso – è il punto in cui si apre e insieme si condensa tutta la questione relativa alle specificità e ai limiti della traduzione.
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“Grazie per avermi tradita”, diceva la scrittrice Elena Ferrante all’indirizzo della regista e sceneggiatrice Maggie Gyllenhaal, all’indomani dell’uscita della traduzione cinematografica dell’omonimo romanzo da lei scritto.
Anche in inglese il film conserva lo stesso titolo della versione cartacea. Notarlo ci è utile perché, se da un lato la continuità tra le due forme narrative è così garantita, dall’altro rimane lo scarto tra la lingua originale e la traduzione.
La figlia oscura diventa The Lost daughter e questo – a mio avviso – è il punto in cui si apre e insieme si condensa tutta la questione relativa alle specificità e ai limiti della traduzione.
La tensione tra l’indecifrabile e l’irrecuperabile, che le due versioni del titolo anticipano, è il filo su cui cammina Leda Caruso – la protagonista interpretata dalla brava Olivia Colman – che è traduttrice e professoressa universitaria di Letteratura comparata negli Stati Uniti.
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La lunga sequenza iniziale, sulle note di un jazz stile anni ‘50 caldo e suadente, ce la presenta come una donna libera e indipendente: alla guida di un’auto a noleggio, attraversa il paesaggio tra verde e mare di un’isola greca, diretta all’abitazione che ha affittato per una breve vacanza.
Leda è una persona che osserva: appena arrivata, fa un giro per l’appartamento, notando il dettaglio del cesto di frutta sul tavolo; ma ha bisogno di tempo per comprendere: si accorgerà solo il giorno dopo che, sotto le apparenze, la frutta sta marcendo.
Un movimento simile di scoperta ha inizio poco più tardi quando, sulla spiaggia che frequenta, arriva un numeroso e chiassoso clan familiare di americani del Queens con origini greche, che occupano ogni luogo in cui vanno con rozza prepotenza.
Un alterco iniziale tra Leda e una di loro stabilisce la tensione che rimarrà latente per tutto il film, costruita attraverso le inquadrature in campo medio delle occhiate insistenti che i membri del gruppo le rivolgono, e più spesso attraverso il montaggio di campo/controcampo che rende lo sguardo circospetto della protagonista più eloquente.
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Tra i membri del gruppo, attirano la sua attenzione la giovane Nina e sua figlia Elena. La cura costante richiesta dalla bambina fa riemergere inaspettati e dolorosi ricordi per Leda, che anni prima si trovava nella stessa situazione di esaurimento della giovane madre.
Il rispecchiamento tra Nina e la protagonista, e la progressiva riscoperta del suo vissuto attraverso i flashback, sono sostenuti da un ritmo narrativo lento che però non annoia. Il montaggio raccordato e i movimenti fluidi di camera, insieme alle inquadrature in primo piano e mezzo primo piano, lo bilanciano, restituendo la tensione che si gioca tra il presente e il passato, diventando talvolta opprimente e talvolta malinconica.
Nel presente, Leda si sente osservata tanto quanto lei è osservatrice: la camera la accompagna sul sentiero di ritorno dalla spiaggia, come ad aprire il dubbio che sia seguita, e insiste poi nervosamente sul primo piano di Nina, che osserva la donna come se cercasse di capirla o di farsi capire.
Nel passaggio ai flashback, le inquadrature si fanno più strette e le riprese più dinamiche: entriamo nella mente della protagonista e avvertiamo la corporeità dell’affetto per le figlie, ma anche la fatica e il lavorio di contenimento della donna – l’ottima Jessie Buckley la interpreta da giovane – per “cercare di non esplodere”.
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Le immagini del passato di Leda riecheggiano nel presente di Nina, spesso ritratta con la figlia abbarbicata addosso a lei, e sono rese speculari attraverso la ricorrenza degli stessi elementi.
Così, la bambola è sia quella che Leda ripescava dalla sua infanzia e regalava ad una delle due figlie, sia quella che nel presente mette furtivamente in borsa prima di unirsi alle ricerche di Elena, la legittima proprietaria, allontanatasi in una caletta poco distante dalla spiaggia.
La protagonista ritrova la bambina – che porta il nome della figlia del personaggio di Leda nella mitologia greca – ma non le restituisce il giocattolo né allora né i giorni seguenti, non sapendo davvero spiegarsi perché l’abbia preso in primo luogo.
Vedere la piccola Elena maltrattare la sua bambola le ha ricordato la figlia Bianca, che aveva conciato male quella regalatale, e la reazione impulsiva che lei stessa aveva avuto, gettando il giocattolo dal balcone.
Forse, nel gesto di appropriazione della bambola di Elena si cela un bisogno inespresso, legato al suo passato. Come confiderà a Nina ben oltre la metà del film, Leda ha abbandonato le sue figlie per tre anni. Ritornata, ha recuperato il rapporto loro, ma forse non è riuscita a fare davvero i conti con il suo senso di colpa; non tanto quello di averle lasciate, ma quello di essere stata bene senza di loro.
“Stavo cercando di non esplodere, poi sono esplosa ed è stato fantastico”, dice con le lacrime che le rigano il volto, come a voler tenere insieme due verità a un tempo: rispetto alle scelte fatte, puoi sentirti in colpa per il loro impatto sugli altri ed essere grata per gli effetti che hanno avuto su di te.
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Dopo la conferenza “Translation and the art of failure”, alla quale Leda è stata invitata a partecipare, il professor Hardy le dice audacemente: “Il suo lavoro è eccitante”. In quel momento, il riconoscimento intellettuale da parte dell’uomo, con cui intreccerà una relazione extraconiugale, la fa sentire di nuovo vista come persona, e non come funzione.
Alla cena con tutti i colleghi, si siedono vicini e si corteggiano sulle parole di Yeats, richiamando la sua interpretazione del mito di Leda e il cigno. In più, Hardy nel simposio nomina Auden, lo stesso autore di cui, in una scena precedente, sentiamo recitare un verso in italiano ad un’escursionista italiana, ospite, insieme al compagno, di Leda e il marito.
Nella trasposizione del film nella nostra lingua però si perde questa sfumatura – nell’originale Leda cita il verso da The Crisis in italiano – a dimostrazione di come la traduzione dei dialoghi richieda una mediazione; però se ne coglie lo stesso un’altra: il titolo della poesia rispecchia la crisi che Leda e il marito vivono.
C’è anche qualcos’altro da notare: l’escursionista capisce la frase in italiano ma, estrapolata dal contesto, non ne comprende il senso; perché conoscere non equivale a comprendere. Leda, dal canto suo, di quella donna, che per prima le fa intravedere una possibile alternativa alla sua vita, pare comprendere più di quanto le parole non esprimano.
La scena sembra rendere visibile il concetto di ospitalità linguistica, elaborato da Ricoeur – citato anch'egli nel simposio – in riferimento alla traduzione: ospitare l’altra lingua necessita la creazione di uno spazio di attenzione per accoglierla e comprenderla.
È ciò che fa Leda con l’escursionista e sembra farlo anche con Nina: rivolge l’attenzione alla loro esperienza e la traduce dentro di sé; evocando per somiglianza il proprio vissuto, sente di capirle.
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Le corrispondenze nel film non solo lo strutturano, ma si dispongono ad assurgere a simboli, com’è il caso dell’arancia sbucciata in un’unica striscia continua.
Il serpente di buccia d’arancia ritorna più volte nella storia, ma il momento in cui assume maggior rilevanza è quando il montaggio in sequenza ci mostra prima la giovane Leda sbucciare l’agrume per l’ultima volta, prima di abbandonare le figlie, e subito dopo Leda 48enne che riesce a cavare dalla bocca della bambola il verme che vi si era insinuato.
L’espulsione di quella creatura può essere letta simbolicamente come un passo ulteriore della protagonista verso la comprensione, pur non raggiungendo ancora il livello di cui Yeats nel suo Leda e il cigno parlava, domandando: “Così... ne assunse anche la sapienza, col potere, prima che il becco, apatico, la lasciasse cadere?”
Sapienza non è solo profondo sapere, ma saggezza. La domanda che in retrospettiva possiamo cogliere nel film allora è: Leda Caruso diventa saggia?
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Nel finale, dice di sé a Nina, sconcertata dalla scoperta che aveva preso lei la bambola: “Sono una madre snaturata”, che in inglese è reso come “unnatural mother”, acquisendo – per i cugini anglofoni – una sfumatura un po’ diversa. Nella nostra lingua la parola sembra descrivere una madre che ha perso la propria natura, nell’altro idioma invece pare suggerire che non l’abbia mai avuta.
Eppure, non direi che Leda si sia snaturata: si è tradotta. Ad ogni passaggio, da madre a madre che abbandona a madre che ritorna, ha perso qualcosa e ha acquistato qualcos’altro. Non c’è via all’indietro in questa traduzione.
Ora che le figlie sono cresciute, si apre un nuovo spazio per lei, necessario ad accogliersi e comprendersi ancora, attraverso Nina. La giovane è il testo con cui compararsi (come lo era stata l’escursionista in passato), che consente a Leda di tradursi in un’altra versione di sé.
Ma, se tradurre significa comprendere senza perdere la propria identità e riconoscere l’alterità, allora la restituzione della bambola da parte di Leda può essere letta come il riposizionamento etico del traduttore, e l’atto di Nina che la infilza con uno spillone può essere considerato come l’espressione dell’intraducibilità residua.
La tensione non si risolve, si accetta.
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signorbagheri
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martedì 22 luglio 2025
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una al film cinque a olivia
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Se non fosse per la Colman sarebbe un film molesto e basta tanto per citare parafrasando uno dei successi misteriosi della misteriosa ferrante dalla cui omonima opera Gyllenhaal trae un dramma senza capo e senza coda incentrato su un abbandono giovanile delle due figlie con flashback a iosa stancanti da parte di una madre snaturata come lei stessa si definisce per poi riappacificare la propria coscienza con una semplice telefonata la poteva fare prima sbucciando una arancia senza badare alla buccia tagliata in un certo modo maniacale e questo sarebbe un simbolismo criptico per adolescenti da far venire la pelle di anatra dopo aver dato di matto per tutta la durata del film facendoci impazzire con il bambolotto di una terribile bimbetta figlia di camorristi locali ma per piacere.
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biox
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venerdì 14 marzo 2025
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inguardabile
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Inguardabile, lungo, lento, insistito, ripetitivo, senza ritmo, noioso.
Non ho resistito fino alla fine.
Aggiungo che già prima stavo alla larga da Ferrante, ora ho un motivo in più, continuerò così.
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matteo
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martedì 15 ottobre 2024
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anatomia di un abbandono
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Il film è tratto dal romanzo omonimo della Ferrante che, devo essere sincero, non mi è piaciuto. Trovo tra l'altro che sia un soggetto difficilmente traducibile e adattabile alla narrazione cinematografica perchè e questo lo si evince faticosamente dal film, il romanzo è impostato sulle memorie, sulle reminescenze che fanno da contorno a una scelta radicale della donna. Se la Colman fa del suo meglio per mostrare il volto della sofferenza e del dubbio disperato di una donna intellettualmente colta, il contorno, ciò che l'accomagna in queste riflessioni e in questi ricordi, assomiglia un po' a un palcoscenico da soap opera. Inoltre è proprio sul finale che il film riscrive, a mio parere in modo scellerato il libro.
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Il film è tratto dal romanzo omonimo della Ferrante che, devo essere sincero, non mi è piaciuto. Trovo tra l'altro che sia un soggetto difficilmente traducibile e adattabile alla narrazione cinematografica perchè e questo lo si evince faticosamente dal film, il romanzo è impostato sulle memorie, sulle reminescenze che fanno da contorno a una scelta radicale della donna. Se la Colman fa del suo meglio per mostrare il volto della sofferenza e del dubbio disperato di una donna intellettualmente colta, il contorno, ciò che l'accomagna in queste riflessioni e in questi ricordi, assomiglia un po' a un palcoscenico da soap opera. Inoltre è proprio sul finale che il film riscrive, a mio parere in modo scellerato il libro. Chi sia la figli oscura e pechè si possa definire tale non è difficile capirlo ma le pieghe nelle memorie e nele giustificazioni a posteriori, a volte un po intellettualmente sofisticate, più che interessare, annoiano. Pessima, per concludere, la tentata verosimiglianza tra la protagonista giovane e quella attuale. Per chi ci crede.
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felicity
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domenica 4 agosto 2024
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l''attenzione è la forma più pura di generosità
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La figlia oscura è uno dei rarissimi film che interpellano lo spettatore su un soggetto tabu: il bisogno di una donna di allontanarsi dai suoi bambini, figli piccoli che richiedono una permanente domanda di attenzione.
Chi lo prova è davvero una cattiva madre?
Leda capisce che anche Nina sta vivendo il suo stesso senso di asfissia; e, descrivendo la sensazione di quando se ne andò, confessa che fu fantastica.
Narrato in modo semplice e suggestivo, un film adulto, ottimamente recitato.
Del corpo di una donna di mezz' età, lontana dalla pacificazione della vecchiaia e ancora vicina ai fremiti della giovinezza, Olivia Colman coglie insicurezze e turbamenti, che dalla mente si imprimono sulla carne.
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La figlia oscura è uno dei rarissimi film che interpellano lo spettatore su un soggetto tabu: il bisogno di una donna di allontanarsi dai suoi bambini, figli piccoli che richiedono una permanente domanda di attenzione.
Chi lo prova è davvero una cattiva madre?
Leda capisce che anche Nina sta vivendo il suo stesso senso di asfissia; e, descrivendo la sensazione di quando se ne andò, confessa che fu fantastica.
Narrato in modo semplice e suggestivo, un film adulto, ottimamente recitato.
Del corpo di una donna di mezz' età, lontana dalla pacificazione della vecchiaia e ancora vicina ai fremiti della giovinezza, Olivia Colman coglie insicurezze e turbamenti, che dalla mente si imprimono sulla carne.
Gonfia, ammaccata, preda di sonni disturbati in cui riaffiorano i tormenti legati a una scelta che non ha ancora perdonato a se stessa, Leda osserva il mondo divisa tra i sentimenti cardine della liberazione femminile. Da una parte sorride, legge, prende il sole, gode appieno della sua autonomia. Dall' altra combatte contro malinconia e solitudine, ripensa a quando, anni prima, giovane, amata e desiderata ha lasciato compagno e figlie piccole per vivere un altro amore. Una ferita aperta, mai rimarginata.
Gyllenhaal esagera con la matrice letteraria e intellettuale, eccedendo in sovrapposizioni e sostituzioni. Anche per questo, però, nella sua confusione e superficialità riesce a trasmettere il peso della condizione di Leda, la sua presenza di troppo nel mondo in cui si muove, la sua età sbagliata, la sua necessità di liberarsi, di uscire dalla meccanica del gioco che lei stessa ha avviato, fuggendo sia dalla vita in cui è cresciuta, sia da quella che si è costruita.
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astromelia
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martedì 23 agosto 2022
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thriller morboso quasi disturbante
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sembra una tragedia greca,in realtà finisce a tarallucci e vino.....tema scottante e da sempre relegato sul fondo di un bidone senza chiusura,archetipo d'insegnamenti atavici che oggi sono senza valore soggettivo,una madre dei tempi andati non somiglia più alle giovani madri odierne,giusto recriminare sui ruoli descritti (gli uomini non c'entrano), la fine un pò pasticciata ma sembra anche annullare il credo della protagonista....
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montefalcone antonio
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giovedì 16 giugno 2022
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negli abissi mentali di una «madre snaturata»
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“The Lost Daughter” è l’ambizioso esordio alla regia dell’attrice Maggie Gyllenhaal, che ha adattato il romanzo del 2006, “La figlia oscura”, di Elena Ferrante.
Leda, professoressa di Letteratura italiana a Cambridge, ha deciso di passare le vacanze in un’isoletta greca.
Prestando attenzione e curiosità ad alcune persone e vicende, la protagonista ricorda il complesso rapporto con le proprie figlie e si interroga sulla figura di madre, sull’«egoismo» che aveva dimostrato preferendo la carriera (e un amante) alla cura delle piccole. L’opera, interessante e intimistica, sa coinvolgere e mettere in scena un’intricata rete di sguardi e immedesimazioni, desideri e rifiuti.
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“The Lost Daughter” è l’ambizioso esordio alla regia dell’attrice Maggie Gyllenhaal, che ha adattato il romanzo del 2006, “La figlia oscura”, di Elena Ferrante.
Leda, professoressa di Letteratura italiana a Cambridge, ha deciso di passare le vacanze in un’isoletta greca.
Prestando attenzione e curiosità ad alcune persone e vicende, la protagonista ricorda il complesso rapporto con le proprie figlie e si interroga sulla figura di madre, sull’«egoismo» che aveva dimostrato preferendo la carriera (e un amante) alla cura delle piccole. L’opera, interessante e intimistica, sa coinvolgere e mettere in scena un’intricata rete di sguardi e immedesimazioni, desideri e rifiuti.
La sceneggiatrice e regista traduce la complessa dinamica interiore di Leda in uno sguardo ravvicinato sulle bravissime Olivia Colman e Jessie Buckley (Leda da giovane), che diventa a sua volta un’altra forma d’attenzione e un’ossessione, una presenza soffocante come la richiesta d’amore e ascolto di tutte le bambine della pellicola. Per la protagonista la serena vacanza si trasforma in una discesa negli abissi della mente, un momento catartico in cui fare i conti con le zone d’ombra dell’essere madre.
La camera a spalla attaccata ai volti di Leda giovane e alle due sue bambine dà forma a incubi e angosce sempre più crescenti: chi decide come poter essere madre, tra la volontà e il dovere di esserlo?
Personaggi complessi e atmosfere tensive fanno da riflesso a lancinanti sensi di colpa, tormenti e turbamenti che continuano per anni e derivano da una scelta difficile, amara, consapevole, anticonformista e audace: la «fuga» dal ruolo di madre per ritrovare la bussola interiore ed esprimere liberamente altre parti del Sé come donna. La maternità in quest’opera viene affrontata in modo non convenzionale, mostrando una donna che non si sente pronta a rinunciare alle proprie ambizioni. Si attesta sempre più l’urgenza di liberare il corpo della donna da una visione che la vuole madre a tutti i costi e in un certo qual modo, in quanto biologicamente predisposta per questo.
E’ una scelta discutibile quella che lei ha effettuato, ma la Leda non l’ha mai rinnegata – anche se forse non pienamente convinta, dato che resta oscillante tra autoindulgenza e autopunizione.
In coerenza con tutta questa materia concettuale/narrativa viene anche l’aspetto stilistico/formale: la colonna sonora fa da contro altare alla regia insondabile di Gyllenhaal. L’utilizzo delle musiche di Dickon Hinchliffe è asfissiante; amplifica il suo comportamento spaesato, nevrotico. Anche il montaggio sincopato e alternato di Affonso Gonçalves fa da cassa di risonanza al contrasto tra diacronia e sincronia della storia, nonché alla frattura e al caos interiore dell’Io di Leda.
Resta però sottotraccia la sensazione di uno script un po’ troppo “programmatico”, esagerando con la matrice letteraria e intellettuale, eccedendo in sovrapposizioni e sostituzioni; e dove gli intenti femministi finiscono per frenare purtroppo la fluidità narrativa e un approfondimento di tutti gli aspetti che si prospettavano dalla trama (vedi il depotenziamento del secondo tempo e del finale della pellicola).
Film doloroso, ma anche estremamente liberatorio sulla maternità; al netto di vari limiti, ha comunque il pregio di farci emozionare e ragionare (e non senza piacevoli momenti di bellezza) su una questione oggi di massima importanza, quella appunto della rivisitazione dei ruoli di genere.
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dana scully
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lunedì 23 maggio 2022
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insomma
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Premesso che non ho letto il libro, il film mi è piaciuto poco. Olivia Colman sempre meravigliosa, ma tutto questo dramma che uno si chiede, ma cosa sarà mai successo nel suo passato, e poi va beh, si sgonfia tutto perché, capirai. Oltre alla storia secondo me deboluccia (devo ancora capire tutta questa fascinazione per la Ferrante), ho trovato la regia estremamente fastidiosa con questi iperprimi piani ovviamente voluti ma che stroppiandone la frequenza gli si toglie la drammaticità. Per me è vun no.
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vilma
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giovedì 21 aprile 2022
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di oscuro vi è poco
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Film interessante sulla voglia di non essere solo materiale riproduttivo ma di anelare ed aspirare ad altro nella vita che non sia accudimento
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luca scialo
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sabato 16 aprile 2022
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buone idee ma confuse
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Lena Caruso è una insegnante americana di letteratura italiana, in vacanza solitaria in una località vicino Corinto. La pace che cerca viene subito disturbata da una famiglia chiassosa e maleducata, le cui dinamiche però le riportano alla mente il suo passato da madre. Non proprio irreprensibile. Tanti gli errori commessi, tra cui l'abbandono per tre anni di marito e figlie per seguire un affascinante collega quando era ad inizio carriera accademica. A coniugare passato e presente una bambola, smarrita dalla bambina di quella famiglia. Esordio alla regia per Maggie Gyllenhaal, tipico volto dolce e rassicurante da commedia americana. Sebbene in molti la ricorderanno per aver vestito i panni dell'avvocato Rachel Dawson ne Il cavaliere oscuro, il ritorno.
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Lena Caruso è una insegnante americana di letteratura italiana, in vacanza solitaria in una località vicino Corinto. La pace che cerca viene subito disturbata da una famiglia chiassosa e maleducata, le cui dinamiche però le riportano alla mente il suo passato da madre. Non proprio irreprensibile. Tanti gli errori commessi, tra cui l'abbandono per tre anni di marito e figlie per seguire un affascinante collega quando era ad inizio carriera accademica. A coniugare passato e presente una bambola, smarrita dalla bambina di quella famiglia. Esordio alla regia per Maggie Gyllenhaal, tipico volto dolce e rassicurante da commedia americana. Sebbene in molti la ricorderanno per aver vestito i panni dell'avvocato Rachel Dawson ne Il cavaliere oscuro, il ritorno. La pellicola ha risentito pesantemente dello scoppio della Pandemia, che ha costretto la truppe a lasciare gli State in favore della Grecia, al fine di completare le riprese e non perdere i finanziamenti. Infatti, questa trasposizione dell'omonimo romanzo di Elena Ferrante non riesce del tutto a trasmettere il mistero del libro, così come riesce solo a tratti a trasporre i sentimenti contrastanti provati dalla regista. Bella comunque la fotografia e apprezzabile il tentativo di connettere la natura fuori coi sentimenti interni di Lena, interpretata dalla pur brava Olivia Colman.
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