| Anno | 2020 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Israele |
| Durata | 90 minuti |
| Regia di | Ruthy Pribar |
| Attori | Alena Yiv, Shira Haas, Gera Sandler, Liran David, Tamir Mula Evgeny Tarlatzky, Nadia Tichonova, Eden Halili, Mirna Fridman. |
| Tag | Da vedere 2020 |
| Distribuzione | Lucky Red |
| MYmonetro | 3,59 su 7 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 10 febbraio 2021
Una madre deve fare i conti con la scelta della figlia disabile di perdere la verginità.
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CONSIGLIATO SÌ
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Il rapporto tra Vika e Asia, figlia diciassettenne e madre di origine russa immigrata a Gerusalemme, si fa più complicato di quanto sarebbe lecito aspettarsi quando a Vika viene diagnosticata una malattia degenerativa che attacca rapidamente le funzioni respiratorie e motorie. Le tensioni finora latenti tra Asia e la ragazza vengono rapidamente in superficie, squarciando quel velo di piccole bugie e malcelate distanze tra le due. Asia, trentacinquenne single con un duro lavoro da infermiera a spezzettarne le responsabilità materne, conserva un giovanile senso di indipendenza che sua figlia, sempre meno autonoma e più indebolita, dovrà necessariamente mettere in crisi.
È una sorpresa il bell'esordio della regista israeliana Ruthy Pribar, che mette in scena un canovaccio classico intessuto di toni drammatici con una nettezza di osservazione particolarmente potente e un dettagliato lavoro sulle prove attoriali. Le due protagoniste Alena Yiv e Shira Haas rendono madre e figlia dei personaggi sfaccettati dalle varie sfumature di originalità.
Piccolo e orgoglioso film tutto sviluppato tra le pareti sempre più opprimenti dell'appartamento e dell'ospedale, Asia tocca temi duri, dalla malattia alla morte, dalla solitudine alle difficoltà affettive. Lo fa però senza pietismo, e anzi con dei modi diretti che non distolgono mai lo sguardo filmico dalle prospettive più dolorose, e che in questo indaga sia dei caratteri tipici del cinema israeliano, sia il retaggio culturale russo dei personaggi. È una storia che parla di corpi che si cercano e si respingono, che falliscono e che reagiscono, perennemente catturati in quella terra di mezzo in cui la routine è sconvolta dall'emergenza, e l'emergenza si trasforma in nuova abitudine.
Gran parte del merito va quindi ai due corpi che riempiono più spesso lo schermo, esempi diversi di femminilità che concedono poche comparsate agli uomini che tentano l'ingresso (e che rimangono confinati al breve conforto fisico, che sia esso minacciato, desiderato o evanescente). Shira Haas è un profilo che il grande pubblico ha imparato a conoscere nella serie Unorthodox, e che è qui altrettanto efficace nello sporcare i confini tra giovinezza ed età adulta, con quei suoi tratti unici del volto che sembrano suggerire ora l'una e ora l'altra.
Qualcosa di simile fa Alena Yiv, forse ancora più sorprendente nei panni di Asia. Madre né devota né reticente, ma più autenticamente un caotico mix di energie spesso in conflitto tra loro, in un ritratto di donna sferzante e complessa. È una sincronia totale quella tra le due donne, testimonianza del lavoro della terza; Ruthy Pribar può godersi un debutto pieno e promettente, il cui buon successo tanto in patria quanto sul circuito festivaliero internazionale aumenta l'attesa per i lavori successivi.
Asia ha 35 anni, divide la sua vita tra l’impegnativo lavoro di infermiera, la ricerca di qualche soddisfazione affettiva e la figlia adolescente, Vika, affetta da una malattia degenerativa. Le condizioni di Vika peggiorano rapidamente e in modo inaspettato e per Asia è necessario affrontare la nuova prospettiva in modo diverso rispetto a quanto fatto finora.
Una madre e la figlia adolescente non sono completamente lontane l'una dall'altra, ma sono comunque bloccate su due cammini divergenti. Trovano però un terreno comune quando la malattia degenerativa della figlia peggiora e diventa chiaro che la sua vita rischia di finire prima ancora di cominciare davvero. Nel debutto della regista israeliana Ruthy Pribar, rigorosamente poco sentimentalistico, la protagonis [...] Vai alla recensione »