Le nostre Battaglie

   
   
   

Un padre troppo impegnato Valutazione 4 stelle su cinque

di vanessa zarastro


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mercoledý 13 febbraio 2019

Uscendo dal cinema riflettevo sul fatto che i giovani maschi francesi, credevo fossero oggi un po’ più sensibili di quanto mostrato nel film.
In “Le nostre battaglie” Olivier Vallet - molto bene interpretato da Roman Duris, attore feticcio di Cédric Kaplisch - è un operaio specializzato di una fabbricahi-tech nel Dipartimento dell’Isére, in Auvergne-Rhône-Alpes. Fa anche parte del sindacato ed è sempre molto preso dal suo lavoro, tanto che torna a casa la sera piuttosto tardi e finisce per trascurare la moglie Laura e i figli piccoli, Eliot di nove anni e Rose di cinque.
Sul lavoro è molto amato, è attento ai vari lavoratori, ed essendo un capo-squadra insegna con pazienza a tutti come e cosa devono fare, con pazienza. L’attuale crisi economica però porta a licenziamenti successivi che toccano, guarda caso, le fasce più deboli: raggiungerà l’operaio di cinquantaquattro anni che non può ricostruirsi una vita, e la ragazza incinta non vedrà rinnovato il suo contratto di lavoro. Oliver è sempre il primo ad arrivare là dove c’è da lottare e dove c’è un problema, talvolta purtroppo troppo tardi, come nel caso del compagno di fabbrica che, disperato, si è tagliato le vene.
Un giorno improvvisamente la moglie di Olivier, pur amando lui e i bambini, decide di andarsene, così senza dire nulla: non ne poteva più di una vita di sacrifici soffocante e di essere contornata da tutte persone povere e sofferenti. Da quel momento in poi Olivier si trova a fronteggiare problemi fino allora ignorati, specialmente per ciò che concerne la vita dei figli e la gestione della casa. Non si dà pace per il gesto inspiegabile della moglie e la cerca in vari luoghi. Va in treno perfino a Calais, dove lei aveva vissuto da piccola, a cercarla negli ospedali. Non riesce a trovare nulla, lei, dopo due mesi di silenzio, ha mandato solo una cartolina indirizzata “Alla famiglia Vallet”, forse per far sapere che è viva e che ama tutti quanti.
Il film quindi prende una piega intimista, arriva Betty la sorella attrice di Olivier, ospite per qualche giorno per festeggiare il nono compleanno di Eliot. La madre, la collega, tutti cercano di dargli una mano, anche se lui è molto ostinato e difficile da trattare. È sempre chiuso in se stesso, reprime il dolore, evita di parlare della fuga della moglie, con la scusa che i bambini è meglio che non ci pensino…
Belli sono i dialoghi/scontri tra fratello e sorella, legati da grande affetto, ma completamente diversi nelle scelte di vita, differenze che purtroppo vengono fuori e si rinfacciano l’un l’altro, come succede in tutte le famiglie. Così pure sarà tra lui e la madre troppo ansiosa.
A livello lavorativo gli verranno offerti due lavori agli antipodi: uno in fabbrica alle risorse umane (quelli che si occupano della programmazione del personale e quindi licenziano…) con notevole aumento di stipendio, l’altro come rappresentante sindacale, ma lontano, a Tolosa.
Alla fine, Olivier e due figli vanno perfino da una psicologa perché avendo subito il trauma dell’abbandono, ognuno presenta un sintomo diverso e ha bisogno una psicoterapia di sostegno per affrontare la solitudine.
Il film triangola la Francia su tre luoghi, ognuno all’estremo confine dall’altro, evitando accuratamente Parigi. Sono luoghi di lavoro usuranti, sono città portuali o zone industriali. Andranno a vivere a Toulouse dove c’è l’industria alta tecnologia e industrie chimiche. La sua è una scelta di cambiamento – un’altra città, un’altra casa ecc. - ma è anche una scelta etica, crede ancora nelle battaglie sindacali.
Nella seconda opera del regista belga – la prima era “Keeper” del 2015 premiata a Locarno e a Torino - la narrazione è misurata non c’è nessun tono pietistico, anche perché, in fondo, la cocciutaggine del maschio fa a volte più rabbia che pena, come dice Federico Pedroni in Cineforum, «mischiando debolezze e ruvidità».
La cinematografia francese recente mostra tematiche relative alla crisi economica e sociale: disoccupazione, licenziamenti, fragilità famigliare e uomini tutti d’un pezzo (ma a caro prezzo!). Così anche il recente “In guerra”di Stéphane Brizé,un film militante che tratta delle lotte operaie dei lavoratori della fabbrica Perrin ad Agen, nel Sud Ovest della Francia. In quel film la fabbrica sta per essere chiusa per essere delocalizzata in Romania e 1100 lavoratori stanno per essere licenziati, in una Regione economicamente in crisi.
Le nostre battagliesi apre con la canzone Oh Baby di LCD Soundsystem del 2017 e si chiude con Heaven di Blaze del 2018, entrambe significative. Il film è stato presentato in anteprima a Cannes, nella sezione Semaine de la critique e ha ottenuto il premio Cipputi al Festival di Torino.
 

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