| Titolo originale | Tak sebe zima |
| Anno | 2018 |
| Genere | Thriller |
| Produzione | Kazakhistan, Francia |
| Durata | 84 minuti |
| Regia di | Olga Korotko |
| Attori | Marat Abishev, Nurgul Alpysbayeva, Zhalgas Jangazin, Tair Magzumov, Raim Muhitdinov Tolganay Talgat. |
| Tag | Da vedere 2018 |
| MYmonetro | 3,25 su 1 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento martedì 18 giugno 2019
Un gruppo di amici deve coprire un omicidio.
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CONSIGLIATO SÌ
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Dinara, una giovane donna di città, figlia di un ricco e invidiato uomo d'affari, torna nel paese delle sue origini in seguito alla morte della nonna, per vendere la casa di famiglia. Ritrova qui un vecchio amico, Marat, di cui è sempre stata un po' innamorata, ma tra loro si affaccia una borsa piena di soldi e tanto basta perché si accenda la miccia dell'interesse personale e il rapporto di amicizia lasci il posto ad una cupa escalation di pretese.
La cinematografia del Kazakistan non può contare su un sistema di contributi governativi, ma si è fatta strada negli ultimi anni una nuova e vivace scena indipendente, che concepisce i propri film in rapporto alle proprie piccole risorse e, per supplire alle mancanze, lavora di creatività.
È di questa scena che fa parte la regista Olga Korotko, qui alla sua opera prima, finanziata con soli diecimila dollari e con l'investimento degli stipendi della troupe nella produzione del film.
La Korotko, con il contributo fondamentale della giovane direttrice della fotografia, opera appunto una scelta doppiamente intelligente, dal punto di vista del budget e da quello dell'efficacia narrativa, chiudendo un gruppetto di giovani dentro un'unità di luogo - la dacia della nonna- per quella che assomiglia ad una riunione tra vecchi compagni di scuola, e lasciando che le dinamiche più brutali e radicate nella società contemporanea -dal pregiudizio alla corruzione alla violenza- vengano a galla ed esplodano con maggior clamore nello spazio claustrofobico e metaforico del kammerspiel.
Il freddissimo ma anche "crudele" inverno del titolo è dunque quello del Kazakistan post sovietico: una società in piena crisi, generazionale, occupazionale e morale, in cui enormi ricchezze sono concentrate nelle mani di pochissimi, e consentono loro di agire al di là della giustizia, comprare qualsiasi impunità, coprire qualsiasi crimine.
Con grande misura e freddezza di sguardo, la regista evita i colpi di scena, preferendo mantenere una tensione costante e logorante, scrutando le piccole mosse dei suoi attori, i silenzi, e inscenando così l'irreversibile lavoro di erosione della differenza di classe che corrompe e divora gli affetti, e si stringe attorno a Dinara come un lento "nodo alla gola".
Bad bad winter è un'opera che emoziona raggelando, nel quale le apparenze si scambiano di ruolo più di una volta, ribadendo in maniera strutturale la tematica del pregiudizio: la baita degli affetti, della tradizione e dell'accoglienza, da cui la protagonista fatica a separarsi inizialmente, si trasforma in una prigione di insensibilità e nel microcosmo di un'agognata resa dei conti, il film stesso principia in un modo e si trasforma strada facendo, e il finale riscrive ancora, e più crudelmente, le carte.
Un racconto morale inquieto e amaro, in cui le inquadrature fisse da un lato veicolano la stasi e la chiusura della situazione, da un altro danno il tempo allo spettatore di rivolgere il quesito etico verso sé stesso e di domandarsi dove si situerebbe in quel quadro.