Assassinio sull'Orient Express

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Un film di Kenneth Branagh. Con Kenneth Branagh, Penélope Cruz, Willem Dafoe, Judi Dench, Johnny Depp.
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Titolo originale Murder On the Orient Express. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 114 min. - USA 2017. - 20th Century Fox Italia uscita giovedì 30 novembre 2017. MYMONETRO Assassinio sull'Orient Express * * 1/2 - - valutazione media: 2,86 su 61 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Remake neoclassico, che non meraviglia né delude Valutazione 3 stelle su cinque

di Fabal


Feedback: 13149 | altri commenti e recensioni di Fabal
domenica 10 dicembre 2017

Il detective Hercule Poirot si trova in Medio Oriente quando viene contattato per risolvere un caso a Londra. Sale allora sull’Orient Express da Istanbul con direzione Calais: qui fa conoscenza coi passeggeri, tra cui un losco uomo d’affari americano che vorrebbe ingaggiare Poirot per essere protetto. Il detective rifiuta, ma nella stessa notte Ratchett rimane ucciso. Non resta che indagare, interrogando uno ad uno i passeggeri.

Appassionato ripropositore shakesperiano e non nuovo ai remake, Branagh dimostra ancora una volta la sua sete di conversione in cinema di tutto ciò che è (o potrebbe essere) teatro. Sia da attore che da regista, più volte si è misurato coi classici: ripetuto il confronto con Lawrence Olivier, non solo per via del suo energico e rivisitato Amleto, ma anche nei remake dell’Enrico V e di Sleuth, altra pièce (in cui scelse per Caine il ruolo principale) di natura serrata, frontale, boccone ideale per la sua onnivoria teatrale. Già in quell’occasione - era il 2007- Branagh optò per un remake di un adattamento cinematografico già perfetto e datato 1972, diretto Joseph Mankiewicz: nonostante l’autorevole matrice, Branagh fece un ottimo lavoro, cambiando le scenografie senza stravolgere il testo, ma modernizzandolo grazie alla sceneggiatura di un pezzo da novanta quale Harold Pinter.

Questo Assassinio sull’Orient Express non è dunque una prima volta, e fossilizzarsi sulla legittimità di fare un remake come questo implicherebbe un processo anche ai tre casi precedenti.

Di nuovo il padre spirituale è autorevolissimo, e il confronto con Lumet inevitabile: ma, a differenza di Sleuth, qui Branagh non reinventa quasi nulla, dirigendo una storia che è semplicemente la sua interpretazione, come qualsiasi testo inscenato da un’altra compagnia teatrale. Veniamo al sodo: il Poirot di Branagh incarna il suo interprete a due teste, attore e regista. Più british che belga, le sue movenze sono da protagonista quasi onnisciente di tutta la vicenda, di cui non è solo un cronista passivo ma un autentico demiurgo. Punto di partenza e d’arrivo di tutta la pellicola con un filo di narcisismo, Branagh  si circonda di un cast stellare che, almeno sulla carta, certo non sfigura nel confronto con quello del 1974. Né la Ridley, anticipatamente sazia del successo che verrà col prossimo Star Wars, né Leslie Odom jr. , un medico da serie tv che resta nella CSI in tutto fuorché per l’elegantissimo abito, convincono appieno, ma è forse il personaggio pensato per la Cruz - che a differenza di Depp ha vinto un Oscar, sigh! - a destare le maggiori perplessità. Ma non può comunque essere il cast il punto debole di questo remake, e difatti non lo è. Willem Dafoe e la Pfeiffer sono enormi, Depp lo è anche nel make-up, senza dimenticare il meno noto “pretoriano” di Branagh Dérek Jacobi, di cui ricordiamo un ottimo Claudio nell’Amleto.

Dal punto di vista narrativo, Branagh sceglie la via del giallo tradizionale che, sebbene non possa stupire uno spettatore che già conosce la storia, ha l’indubbio merito di svilupparsi senza affanno, senza voler dinamizzare a tutti costi un classico e non lasciando prevalere gli assurdi intermezzi da action movie (ce ne sono un paio che bastano e avanzano), come invece avvenuto nella riproposizione di Sherlock Holmes di Guy Ritchie. Una storia che facilmente poteva essere modernizzata, magari con un’ambientazione contemporanea, viene lasciata nell’epoca originale, con i personaggi in abiti anni ‘30 e la consueta, e ormai anacronistica, atmosfera da upper-class christiana. Scelta di fedeltà o di rischio minimo? E’ qui che la critica si spacca a metà: si tratta di un remake poco audace, frutto di un narcisistico pretesto, oppure riproporre a mo’ di Blockbuster, nel 2017, un testo che affida alla tensione dialogica gran parte del suo mordente è un azzardo ancor più grande? Risposta molto difficile. Branagh, tuttavia, si muove sempre in punta di piedi tra l’ossequio al classico e la sua rivisitazione, e, per questo, il massimo difetto imputabile al suo Assassinio è di essere inferiore all’originale. Con il merito, però, di non averlo stravolto e di aver ricollocato la recitazione (e l’attore) al centro di tutto, permettendosi addirittura il lusso di sfruttare poco il fattore claustrofobico del treno.

I lampi di genio della regia sono davvero ridotti all’osso:  tranne un lungo piano sequenza esplorativo tra i vagoni e una ripresa dall’alto che si muove a ferro di cavallo tra due scompartimenti, mancano le scene potenzialmente cult, quelle che rimangono impresse, come l’agghiacciante inquadratura sulla Bacall che reggeva il coltello insanguinato.  

Gli interrogatori serrati puntano, invece, sempre sul faccia a faccia tra i personaggi, avvalendosi di primissimi piani, dialoghi lunghi ed esasperati che costringono lo spettatore alla concentrazione, lasciando in secondo piano la meraviglia di una pur convincente fotografia. Non tutte le sequenze funzionano allo stesso modo, si respira anzi una certa disparità tra i personaggi, come se ve ne fossero di serie A e serie B, che non coincide con il blasone dell’interprete: la Dench, ad esempio, appare un tantino sacrificata, il dottore è invece stranamente coccolato. A risentirne è la coralità della vicenda, assente soprattutto nei momenti cruciali, e Branagh più che essere un trascinatore risulta una figura soverchiante. Pregevole, comunque, l’invenzione finale con i “dodici” che scendono dal treno per sedersi intorno a un tavolo e scoprire definitivamente le carte. Non saranno gli apostoli, ma la (s)cena funziona.

Riuscire a fare un film per il grande pubblico in un momento in cui i prodotti “di massa” puntano sul frastornamento visivo e acustico -in cui pure lo stesso Branagh si è dovuto concedere un excursus marveliano- non era semplice. Questo nuovo Assassinio sull’Orient Express non è un capolavoro ma - e il trailer lasciava sospettare - rischiava di un essere un remake d’azione gratuita, all’insegna della semplificazione di una trama lasciata al contorno per farne un film di fruizione immediata, più dinamico e meno recitato. Sebbene non rinunci mai alla sua anima essenzialmente “commerciale”, preannunciando anche il probabilissimo sequel ambientato sul Nilo, Branagh ha l’indubbio merito di aver ripreso con una certa coerenza il racconto christiano, con la sua logica dell’intrigo che rischiava di “puzzare di vecchio” e di essere un materiale inadeguato per farne un film di successo. Invece Assassinio sull’Orient Express cattura l’interesse dello spettatore che non conosce la storia nel modo più elementare ma efficace possibile, ovvero con la più canonica domanda del giallo: chi è l’assassino? Chi invece sa già tutto e ha visto la versione di Lumet, ne rimarrà certamente meno meravigliato, ma non deluso.

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