| Anno | 2015 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | Italia |
| Durata | 99 minuti |
| Regia di | Elisabetta Minen, Yassine Marco Marroccu |
| Attori | Vivianne Treschow, Alberto Torquati, Massimiliano Grazioli, Werner Di Donato Chiara Pavoni, Saverio Indrio, Alejandro Paitun Flocco, Edoardo Sguazzin, Ivan Senin, Caterina Zampieri, Saverio Maria Indrio, Luigi Nardini, Mariana Brajkovic, Tina Brajkovic, Ippolita Nigris, Dafne, Giuliana Musso, Paolo Antonio Simioni, James Joseph Solari. |
| Tag | Da vedere 2015 |
| MYmonetro | 3,47 su 1 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento martedì 23 marzo 2021
Elisabetta Minen e Yassine Marco Marroccu raccontano tre ritagli di vita attraverso una dimesione reale... e surreale.
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CONSIGLIATO SÌ
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Il numero tre domina, da solo e con i suoi multipli la struttura di un film a partire dai protagonisti. Sono tre: Irene, una ragazza cristiana della Carnia, Mehdi, un iraniano musulmano e Pavel un ucraino ebreo. Udine è il luogo in cui si svolge la vicenda che vede i due uomini presenti in città come immigrati illegali che condividono un appartamento nel 'ghetto' di via Roma. Irene si innamora dell'ucraino e cerca di aiutarli entrambi.
Sono sempre meno i registi italiani disposti a realizzare un film veramente e sentitamente sperimentale. Alcuni si limitano a cercare di riprodurre il già visto mentre altri balbettano tentativi di decostruzione della narrazione classica.
Elisabetta Minen è invece consapevole in modo quasi geometrico dell'obiettivo che vuole perseguire tanto da aver deciso di girare il film insieme a Yassine Marco Marroccu, ponendo, fin dal principio, la condizione di essere poi sola al montaggio. Questa premessa l'ha posta nella condizione di divenire la compositrice di un'opera che potremmo definire dodecafonica secondo la definizione che della dodecafonia dava Arnold Schonberg, il quale la distingueva nettamente dall'atonalità ritenendo che non ci potesse essere forma senza logica e che quest'ultima non poteva essere senza unità. Un'unità che al film viene offerta dalla lettura decisamente originale di una città enigmatica e al contempo splendida com'è Udine che qui si pone al centro della narrazione e non solo come fondale urbano delle vicende.
Si potrebbe quasi dire che il film non avrebbe la stessa misteriosa complessità se fosse stato girato altrove. La sceneggiatura fa pronunciare ai protagonisti massime, riflessioni, apoftegmi che si inseguono da una sequenza all'altra tracciando un percorso in cui la clandestinità si sublima in indagine sul senso dell'esistere provocando lo spettatore senza concessioni alla linearità narrativa così come la si concepisce solitamente. Chi ama la sperimentazione nel cinema si vede offrire un'occasione da non perdere.
Come un respiro profondo, il lungometraggio di Elisabetta Minen,invade l'imo e scuote i sentimenti. Siamo fatti d'amore ma per amare ci vuole libertà. Essere ciò per cui siamo nati è difficile da comprendere a volte, e domare le ombre e i chiarori di cui l'essere umano è fatto destabilizza quella promessa di vertà e di felicità per cui la persona [...] Vai alla recensione »