Abacuc

Film 2014 | Commedia drammatica +13 85 min.

Anno2014
GenereCommedia drammatica
ProduzioneItalia
Durata85 minuti
Regia diLuca Ferri
AttoriDario Bacis .
Uscitalunedì 2 novembre 2015
DistribuzioneLab 80 Film
RatingConsigli per la visione di bambini e ragazzi: +13
MYmonetro Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 1 recensione.

Regia di Luca Ferri. Un film con Dario Bacis. Genere Commedia drammatica - Italia, 2014, durata 85 minuti. Uscita cinema lunedì 2 novembre 2015 distribuito da Lab 80 Film. Consigli per la visione di bambini e ragazzi: +13 Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 1 recensione.

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Opera anticonvenzionale, volutamente inintelligibile in cui l'unica cosa chiara è la volontà di tornare all'essenzialità del cinema.
Recensione di Raffaella Giancristofaro
Recensione di Raffaella Giancristofaro

Abacuc (Dario Bacis, unico interprete del film) è un gigante muto, che vaga per cimiteri senza un obiettivo preciso, a volte con un libro sottobraccio, talvolta con una parrucca in testa. La sua peregrinazione e le sue attese sono interrotte solo da inserti di ritratti fotografici d'epoca o raffigurazioni grafiche di scheletri, su cui scorrono delle registrazioni musicali o di parlato. Di volta in volta, voci automatizzate, ultraterrene, una maschile e una femminile (che si presentano come il Signor Vitaintrappola e la marchesa di Montetristo) ripetono meccanicamente delle sequenze di testo o dei messaggi telefonici, destinati ad Abacuc, in cui si annuncia, tra le tante cose, la morte di Igor Stravinsky, la fine di un mondo, il legame tra ascolto della musica jazz ed eiaculazione precoce...
Opera anticonvenzionale, volutamente inintelligibile, perfino irritante per ermetismo e citazionismo, Abacuc provoca il pubblico, sfidandolo a decifrare il misterioso protagonista, i cui referenti più vicini potrebbero essere gli attori del muto come gli umani poco umani portati sul piccolo schermo da Daniele Ciprì e Franco Maresco in Cinico Tv. Nome da profeta biblico e gestualità ridotta al minimo, Abacuc sembra non poter far altro che prendere atto della Fine, di un'umanità autoreferenziale e senza speranza, che spesso richiama la lirica per dire una lucida disperazione (Ogni pena più spietata di Pergolesi o Una furtiva lagrima da Elisir d'amore di Donizetti). Si muove tra architetture mostruose, sempre vuote, desolanti, in una natura violentata dal cemento. O sull'acqua, in una deriva anche metafisica.
Il principio di Abacuc è la ripetizione, sia sul piano visivo che sonoro. S'inquadrano in continuazione tombe private, loculi, edifici funebri anche monumentali, inframmezzati a loop ricorrenti. Accuratissimo il lavoro sul sonoro: un commento spesso dissonante, disturbante, a cura di Dario Agazzi, compositore dei pezzi originali "per armonium e speakers su nastro" con effetti di riavvolgimento e stratificazione vocale, e autore anche delle "composizioni verbali", ossia delle litanie stranianti e ironiche che costellano il tempo vuoto di Abacuc, degli elenchi di affermazioni in assonanza surreali come «leggo Lacan/ vado in montagna» o «leggo Adorno/guardo film porno».
In quest'oggetto non classificabile l'unica cosa chiara è la volontà di tornare all'essenzialità del cinema, sfruttando le risorse della sua povertà: bianco e nero, super 8, recitazione da muto, camera per lo più fissa, rivolta a set familiari, delimitati, per lo più orrendi e forse proprio per questo ispiratori di ossessioni. Nella sua esibita radicalità - la chiusa in cui Abacuc invade col suo corpo un'Italia in miniatura è già un manifesto d'intenti - un corpo alieno che si distingue per non omologazione e coerenza estetica.

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