Giovane e bella

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Un film di François Ozon. Con Marine Vacth, Géraldine Pailhas, Frédéric Pierrot, Fantin Ravat, Johan Leysen.
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Titolo originale Jeune et jolie. Drammatico, durata 94 min. - Francia 2013. - Bim Distribuzione uscita giovedì 7 novembre 2013. - VM 14 - MYMONETRO Giovane e bella * * * - - valutazione media: 3,39 su 55 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

BELLISSIMO SGUARDO SUL NULLA CONTEMPORANEO Valutazione 5 stelle su cinque

di THEOPHILUS


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martedì 26 novembre 2013

JEUNE ET JOLIE
 
Il contatto fra il vuoto e la bellezza genera un cortocircuito. È difficile parlare di un film su cui il regista stesso non si esprime se non con lo sguardo di una cinepresa che si limita a registrare. Ozon offre le immagini di un mistero che sappiamo esistere – è un mondo che c’è là fuori o qui dentro di noi – ma che non ci sappiamo spiegare.
Comunque lo guardiamo, Jeune et jolie è un film da cui scaturiscono domande alle quali non sappiamo o non vogliamo rispondere.
All’inizio c’è il pudore della protagonista. Un binocolo la spia su di una spiaggia appartata e Isabelle si guarda attorno prima di togliersi il reggiseno. Dietro il binocolo c’è il fratello minore che sarà il solo ad essere reso partecipe – ma solamente all’inizio – del viaggio amoroso della sorella. Tutto quello che Isabelle intraprenderà da quel momento in avanti riguarderà solo se stessa. Noi non saremo che testimoni visivi.
La nostra prima domanda ci viene incontro come un’ovvia constatazione da cui speriamo di riuscire a spiegare quanto avverrà, poi, nell’arco della storia. La “prima volta” di Isabelle avviene in vacanza, con un ragazzo tedesco. Non c’è niente, se non mancanza di emozione, indifferenza, meccanicità. Isabelle lo fa automaticamente, perché tutti lo fanno e anche lei lo deve fare, senza porsi neanche un perché e, probabilmente, senza alcun desiderio. Può bastare questo freddo autocontrollo a giustificare il nichilismo e il cinismo autolesionista che segue poi? Non c’è niente dell’atmosfera inebriante, malinconica e dolce della poesia di Rimbaud letta a scuola da Isabelle e dai suoi compagni.
Tempo addietro avevamo visto Elles (lungometraggio franco/polacco/tedesco girato nel 2011 da Malgoska Szumowska), un film che trattava il mondo della prostituzione giovanile in modo tagliente e duro. Lì il disorientamento trovava una giustificazione, a buona parte delle domande che ti ponevi davi subito delle risposte, seppur molto difficili. C’era un’umanità spaventata che si ritraeva in se stessa e tirava avanti procrastinando lo sguardo sul proprio futuro. Ozon non ti offre scappatoie, ma solo dubbi, punti interrogativi. La difficoltà, la bellezza e l’importanza del suo film stanno proprio in questo.
Se non siamo sicuri di poterci attaccare ad un’assenza di prospettive umane, su che cosa possiamo tentare di poggiare il nostro sguardo, alla smarrita ricerca di qualcosa che ci rassicuri?
Isabelle comincia una carriera di prostituta, partendo dal numero telefonico di un uomo che l’aveva abbordata mentre era insieme ad una compagna di classe.
Lo fa per i soldi? Isabelle li nasconde in una cassettina in camera sua. Li guarda, sembra contarli e non li spende. Forse si domanda se ne valga la pena e, avvertendo il vuoto della vita, si fabbrica una vita in cui quei pezzi di carta che gli uomini le danno rappresentano un’ipotetica pensione per un futuro vicinissimo in cui non potrà più “guadagnare”? Già Elles non aveva saputo rispondere a questa domanda.
Cerca il potere sugli uomini? Degli uomini a cui si vende ricorderà solo quello che le muore fra le braccia, ma perché era gentile e non le faceva richieste particolari.
È il bisogno di sapersi desiderata che la spinge a dare un prezzo alla propria bellezza, al valore della propria bellezza? Se è questo il motore, occorre dire che Marine Vacht, la protagonista, oltre ad essere Giovane e bella, sa entrare molto bene nel ruolo che Ozon ha immaginato o, forse, appositamente disegnato per lei. È, quindi, molto brava.
Teme la banalità della vita che le si prospetta col compagno di classe, già accettato in casa dalla madre e dal patrigno? Isabelle gioca con lui a fare la ragazza “seria” che non si concede al primo appuntamento, ma poi mette in atto le strategie sessuali che ha imparato con gli altri uomini per “rianimare” il ragazzo che ha delle difficoltà. Non è, allora, in grado di uscire dal suo recente passato di mestierante?
Ozon la lascia raramente. La sua cinepresa è quasi sempre incollata su di lei, forse ad avvalorare la frase del patrigno che la madre legge come «essendo lei così bella è destino che faccia la prostituta».
È rilevante la possibile intesa fra la madre e l’amico di colore? Isabelle sembra usarla come alibi e pezza giustificativa. Forse pensa che una relazione possa fondarsi solo sull’ipocrisia e, allora, tanto vale fingere completamente e quindi di nascosto e farsi pagare per inscenare questa finzione?
Isabelle non parla con nessuno del suo segreto. Escogita una sorta di vendetta, ha solo paura? L’unica volta che andrà alla festa della sua classe lo farà per che cosa? Per spingere la compagna nella sua direzione? O per proteggerla? Per toglierle un’illusione e dissacrare l’aura di magia? Per sbugiardare l’amore?
Lo smarrimento della madre è sincero? Fino a quando lascia indagare la sua paura? Quando si viene a sapere tutto, prima assale Isabelle, poi si ritrae, contrae la sua paura, o meglio ha paura della propria paura e chiede scusa alla figlia e qui c’è tornato alla mente un passo formalmente e psicologicamente simile visto in Caché (Haneke, 2005).
La paura della donna nasce dalla sua figura di madre che si chiede come ha fatto a non capire, come e dove ha sbagliato o il suo è un vuoto più totale, più cosmico?
È sufficiente ed è corretto fare un’analisi sociale, politica, economica del film? Andare sul versante “crisi del capitalismo”, “disfacimento della borghesia” è percorrere il cammino ortodosso? Ce ne sono altri? Si deve guardare alla morte di ogni senso religioso?
Forse tutte queste cose insieme o nessuna di esse. Ozon non spiega, ma non si ritrae. Semplicemente non si può spiegare ciò che non si capisce. Se è vero che Isabelle non parla quasi mai, quando lo fa non ha bisogno di mentire e questo perché non le vengono poste le domande pertinenti, le questioni cruciali a cui forse nemmeno lei saprebbe dare delle risposte. L’unica vera menzogna è quella sulla sua età. Denuncia 20 anni agli uomini che le fanno domande. Ma forse lo fa solo per metterli alla prova, per vedere fino a quando sono disposti a barare con se stessi.
Domande su domande, ma nessuna risposta decisiva. Non ci resta che il finale del film. Come analizzarlo? La persona che Isabelle attende nella hall dell’albergo è una doppia agnizione e un altro mistero. È una donna e possiamo aver già pensato ad una svolta saffica dell’esperienza sentimentale della ragazza: le cose potranno anche andare così e probabilmente quest’ipotesi lascia indifferente la protagonista. Si presenta a Isabelle e a noi con gli occhiali da sole e non la riconosciamo. Poi scopriamo che è Charlotte Rampling. Ma entrambe le donne sono in effetti prese da un teatro, dalla camera 6095. L’una vuole vedere dove il marito ha vissuto la realizzazione del suo ultimo desiderio («è bello morire mentre si fa l’amore»). L’altra sembra quasi colta da una forma di nostalgia…
Forse il film più duro e difficile di Ozon, ma anche quello riuscito meglio.
 
Enzo Vignoli
15 novembre 2013
 

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