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Sfida contro la leggenda

Lo Hobbit e il complesso degli anelli.
di Roy Menarini

In foto una scena del film Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato.

domenica 16 dicembre 2012 - Approfondimenti

Possono i film avere un complesso di inferiorità? La domanda si dimostra essenziale per comprendere le reazioni tiepide di fronte a Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato di Peter Jackson. Fin dalla cornice iniziale, infatti, il regista e demiurgo dell'intera operazione dimostra di temere il confronto con i suoi stessi predecessori. Non bastasse, durante tutta la durata del film, ogni personaggio o oggetto (l'anello in primis) proveniente dalla celeberrima saga viene introdotto con sottolineature e allusioni insistite, come se il prequel dovesse saldare la presente esperienza a quella più rinomata, e ricucire una ferita che, tuttavia, non esiste. La scarsa fiducia nello "Hobbit" tolkieniano (che ha alcuni estimatori che lo preferiscono talvolta alla grande trilogia degli anni Cinquanta) rischia in effetti di rovinare in partenza l'operazione di Jackson, la quale - al contrario - possiede epicità e spettacolarità tali da poter vivere di luce propria.
Dal punto di vista squisitamente cinematografico, anzi, Jackson sembra un autore persino più maturo di qualche anno fa, e molte delle battaglie - godendo probabilmente anche di bozzetti e idee visive provenienti da Guillermo Del Toro, inizialmente previsto al timone di regia - sono appassionanti. La sensazione, dunque, è che la parziale delusione dei fan origini proprio nell'incertezza psicologica di Jackson e dei suoi sceneggiatori. Il problema, perciò, si nasconde non nel film stesso, a parere di chi scrive pienamente all'altezza del passato, quanto nella relazione estetica che instauriamo con esso.
Ecco che, perciò, dal film allo spettatore passa una sensazione di fragilità, e l'opera si carica, come fosse una persona dotata di pensieri, comportamenti e sentimenti, di un complesso di inferiorità rispetto al fratello maggiore. Inoltre, persino per il fantasy e persino per Tolkien, le cui opere risplendono da oltre settant'anni, il contesto non è mai uguale a se stesso. La trilogia degli Anelli giungeva tra 2001 e 2003, in anni incredibilmente drammatici per gli Stati Uniti e il mondo intero, instaurando uno strano e proficuo rapporto tra la violenza della realtà e l'escapismo del fantasy. Oggi, invece, l'Occidente affronta ben altri problemi (di natura economica e finanziaria), i quali tuttavia sembrano echeggiare in maniera più beffarda che intrigante nel primo episodio de Lo Hobbit - recuperare un grande tesoro da un drago potrebbe suggerire ai nostri occhi molte allegorie, ma nessuna di esse sorge davvero dal testo.
Insomma, come spesso accade, il valore di un film ha poco a che fare con la riuscita tecnica e narrativa della pellicola quanto con un sistema complesso di orizzonti di attesa, contesti di fruizione, intenzioni dell'autore, fragilità del sistema che realizza il prodotto. Spaventato da tutto questo, paradossalmente inconsapevole delle proprie innegabile potenzialità, Lo Hobbit avrebbe bisogno del lettino di uno psicanalista per liberarsi dei propri fantasmi, peggiori di ogni orco, troll o Gollum incontrato durante il viaggio.

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