| Anno | 2008 |
| Genere | Documentario |
| Produzione | Spagna |
| Durata | 92 minuti |
| Regia di | Sigfrid Monleón |
| MYmonetro | Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 1 recensione. |
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Un appassionante resoconto della vita di uno dei più grandi artigiani del cinema moderno.
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CONSIGLIATO SÌ
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Ha dipinto vetri, cristalli combinati con specchi, lamine di metallo; ha costruito e verniciato modellini fissi e mobili di treni, barche e ponti levatoi; ha lavorato, tra gli altri, con David Lynch, John Milius, Richard Lester, David Lean, Orson Welles, Enzo Castellari, Fernando Trueba, Guillermo Del Toro; ha lavorato per una vita e ha vissuto per il lavoro. Il suo nome compare in più di cinquecento lungometraggi e in un documentario, che lo pone per la prima volta al centro della scena: El Ultimo Truco. Emilio Ruiz Del Rio, omaggio del regista valenciano Sigfrid Monleon, classe 1964, ad un maestro della "creatività per la creatività" e ad una stagione del cinema che faceva rima con l'arte di arrangiarsi e di emozionarsi.
Cresciuto alla scuola empirica degli studios, col metodo dell'osservazione partecipante, Emilio Ruiz Del Rio si dice un imitatore, uno che guarda e replica, ma l'affermazione pare la punta di un iceberg quando il film di Monleon va a mettere il naso negli anni in cui ha lavorato in Italia, sotto contratto, per Italo Zingarelli e doveva inventarsi tutto, perché sui set su cui lo portavano non c'era niente di niente, solo prato. Eccellente pittore, lui costruiva il senato di Roma, faceva sembrare vera la città sullo sfondo, rendeva verosimili gli establishing shots e possibili le lunghe panoramiche. Bisticciando a più non posso con i direttori della fotografia, dimostrava di conoscere la luce migliore per rendere al massimo le sue invenzioni sceniche, per far coesistere e confondere il finto e il vero. Mentre Welles si occupava nei suoi film della percezione del tempo, Ruiz non smetteva un secondo di preoccuparsi della percezione dello spazio e camminava solitario e silenzioso per le locations, sempre misurando, per capire dove posizionare il modello in scala, dove far saltare quel maledetto treno blindato.
Il documentarista si tiene in disparte, ciò che gli preme è portare alla ribalta l'uomo del retroscena, alzare il sipario su un lavoro segreto, che doveva restare segreto, anche per permettere ai produttori di intascarsi qualche extra. Anche ma non solo. Il creatore degli effetti speciali è come il prestigiatore, dice e non dice Ruiz: il piacere è nel trucco, non nella sua spiegazione. Il pubblico vuole credere che sia vero, e, in un modo o nell'altro, lo è.
Delicatamente, Monleon racconta una biografia che nel cinema si dipana e si esaurisce, in cui l'album di famiglia raccoglie le foto di scena e i lutti coincidono con gli ultimi ciak. Meno delicatamente, disturbando il suo stesso lavoro con il "rumore" dei pixel impazziti, rimpiange il secolo in cui i figuranti si facevano ancora con i pupazzi e con il ventilatore e i film e l'immaginazione s'incoraggiavano a vicenda.