Alle cinque della sera

Film 2003 | Drammatico, 105 min.

Titolo originalePanj é asr
Anno2003
GenereDrammatico,
ProduzioneIran
Durata105 minuti
Regia diSamira Makhmalbaf
AttoriAgheleh Rezaie, Abdolgani Yousefrazi, Razi Mohebi, Marzieh Amiri .
DistribuzioneBim Distribuzione
MYmonetro Valutazione: 2,00 Stelle, sulla base di 4 recensioni.

Regia di Samira Makhmalbaf. Un film con Agheleh Rezaie, Abdolgani Yousefrazi, Razi Mohebi, Marzieh Amiri. Titolo originale: Panj é asr. Genere Drammatico, - Iran, 2003, durata 105 minuti. distribuito da Bim Distribuzione. Valutazione: 2,00 Stelle, sulla base di 4 recensioni.

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La storia dell'adolescente Noqreh che vuole studiare e andare a scuola, mettendosi contro la volontà del padre. Il film è stato premiato al Festival di Cannes,

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Consigliato assolutamente no!
n.d.
MYMOVIES 2,50
CRITICA N.D.
PUBBLICO 1,00
CONSIGLIATO NO
Un film sulla difficile liberazione della donna afgana.
Recensione di Giancarlo Zappoli
Recensione di Giancarlo Zappoli

Una giovane donna nell'Afghanistan del dopo-talebani. L'oscurantismo non è scomparso dall'oggi al domani e lei, che ha una sorella con un bambino malato e vive in un rudere, finge di andare a pregare mentre invece si reca a una scuola per donne. Si troverà a dover lasciare la propria casa per affrontare il deserto a causa del vecchio padre che non sopporta tutte le "blasfemie" cui è costretto ad assistere in città. Samira Makhmalbaf, che aveva centrato l'obiettivo nelle sue due opere precedenti La melae Lavagne propone un terzo film debole. La sua debolezza sta nel tentativo di fondere il paradocumentarismo del primo film con l'impatto visivo del secondo. Alle cinque della sera non è né l'uno né l'altro. Le lentezze tipiche del cinema iraniano vengono così ad accentuarsi fastidiosamente così come la ripetitività della sceneggiatura. Ogni tanto qualche lampo di bellezza attraversa lo schermo. Ma non basta.

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Recensione di Davide Morena
venerdì 3 ottobre 2003

Kabul, dopo l'occupazione statunitense e la fuga del mullah Omar, è una città da ricostruire, e non solo in senso strettamente architettonico. La gente è randagia e si sposta per le strade dissestate di villaggio in villaggio; alle persone capita di incontrarsi una seconda volta solo per combinazione; le ragazze vanno a scuola tutte insieme in una sola classe, che abbiano dodici o venti anni, in un cortile diroccato dove tengono lezioni di democrazia. Un'esercitazione, o forse un sogno, quello di Noqreh che vuole diventare Presidente della Repubblica afgana che dovrà nascere. Lo fa di nascosto dal padre, un anziano fanatico religioso che cerca di racimolare qualche soldo traghettando la gente qua e là col suo carretto, sempre in cerca di informazioni sul suo altro figlio disperso e di medicine per il nipote, ancora infante e molto malato. L'anziano padre non sopporta il vicinato opprimente e rumoroso cui la situazione lo costringe, e si sposta continuamente con la figlia progressista, la nuora affranta dalla mancanza di notizie sul marito e il neonato moribondo.
Samira Makhmalbaf, figlia d'arte - ma già abbondantemente riscattatasi da questo fardello col precedente pluripremiato Lavagne - torna in strada a documentare, anche se attraverso la finzione, una pagina di storia ancora in fase di scrittura, la dolorosa risalita dell'Afghanistan dopo la scia di distruzione portata prima dal regime talebano e poi dall'operazione americana "Enduring Freedom". Sulla pregnanza e la forza espressiva del cosiddetto "Neorealismo iraniano" non v'è certo bisogno di spendere ulteriori parole, considerato il grosso interesse che da diversi anni richiama attorno a sé; ma ripensando alle sorti che ebbe il Neorealismo di casa nostra, viene da fare un parallelismo ulteriore. A volte viene il sospetto che la forza drammatica che spingeva i cineasti iraniani a raccontare storie di ordinaria disperazione attraverso film di un realismo disarmante, si stia esaurendo, e si stia affacciando su di essi l'ombra della canonizzazione che costringe una corrente (cinematografica) entro i limiti del genere. Il cinema iraniano appare oggi molto più consapevole di sé stesso, riconoscibile e maturo, ma il rovescio della medaglia è che sta oggi cominciando a produrre film che sono ammiccanti, al limite del ruffiano. Per carità, nessuno vuol mettere in dubbio la drammaticità e l'attualità degli eventi narrati, ma va presa coscienza che il cinema iraniano si appresta ad entrare in una fase in cui il manierismo potrebbe soppiantare il realismo. Alle cinque della sera lascia l'amaro in bocca proprio per questo motivo: i lunghi primi piani in cui i protagonisti esprimono le loro versioni dello stato delle cose in Afghanistan sembrano la diretta televisiva di una conferenza internazionale, fanno venire il sospetto che il film sia confezionato apposta per il pubblico occidentale, un pubblico che certo soffre ancora forte il relativismo e l'isolazionismo culturale, ma che viene pensato come tanto ingenuo da dovergli spiegare le cose come si fa coi bambini.
Samira sa fare il cinema, ed è dunque consapevole il suo indugiare su inquadrature della folla vociante nei mercati improvvisati, il suo trascurare qualsiasi intreccio narrativo dando per scontato che non sono le storie dei personaggi il centro del film, il suo uso dei simboli come elemento estetico (il burqa, le divise dei soldati occidentali, gli ombrelli dello stesso colore): proprio questa consapevolezza insinua nello spettatore il sospetto che Alle cinque della sera sia più un esercizio di stile che una testimonianza sofferta delle tragiche vicende mediorientali. Si obietterà che un cineasta non è obbligato a vivere ogni suo film come fosse un travaglio, e che anche la rappresentazione estetica è un'esigenza creativa: appunto...

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Noqreh vive a Kabul col vecchio padre e la cognata che non ha più latte per il suo neonato. Abitano su un carretto, tirato da un cavallo affamato più di loro. Di nascosto dal padre, Noqreh va a scuola e, quando può, scopre il viso dal velo del burka, mentre fantastica di diventare presidente dell'Afghanistan. 3° lungometraggio di S. Makhmalbaf, enfant prodige figlia del regista Mohsen che anche qui le fa da produttore, cosceneggiatore e montatore. Insolita miscela di lirismo con soprassalti epici, di realismo crudo con trasalimenti di gentilezza umoristica, di un rapporto dolente sulla tristezza di un Paese nel caos del dopoguerra, ma illuminato dalla bellezza dei paesaggi e dalla classica compostezza delle inquadrature. È anche un film di controinformazione su bugie e omissioni dei mass media euroamericani e sull'arretratezza religiosa, civile, culturale dei paesi islamici. Fotografia: Ebrahim Ghafori.

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RECENSIONI DELLA CRITICA
Enzo Natta
Famiglia Cristiana

“Alle cinque della sera...”. I versi di Federico Garcia Lorca si stendono come un sudano su questo film di Samira Makhmalbaf fino a impregnare ogni suo risvolto di un malinconico sapore di morte, ma nello stesso tempo anche di una dolente e ineluttabile sacralità. Segno che la poesia, come il dolore, non conosce confini e che, come ha detto Pablo Neruda, nessuna lirica appartiene al suo autore, ma [...] Vai alla recensione »

Emiliano Morreale
Film TV

Terzo episodio dopo La mela e Lavagne (più l’episodio nel collettivo 11 settembre 2001), dell’iraniana Samira Makhmalbaf, figlia del regista Mohsen e sorella della neoregista Hana. Vincitore a Cannes, con decisione criticata, del Premio della giuria. Come Viaggio a Kandahar, firmato dal padre, anche questo film è ambientato in Afghanistan, poco dopo la caduta del regime dei talebani.

winner
premio della giuria
Festival di Cannes
2003
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