Il pranzo di Babette

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Un film di Gabriel Axel. Con Bibi Andersson, Stéphane Audran, Jarl Kulle, Lisbeth Movin, Bendt Rothe.
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Titolo originale Babettes gaestebud. Commedia, Ratings: Kids+16, durata 103 min. - Danimarca 1987. MYMONETRO Il pranzo di Babette * * * * - valutazione media: 4,11 su 26 recensioni di critica, pubblico e dizionari. Acquista »
   
   
   

Il pranzo di Babette. Valutazione 4 stelle su cinque

di Nicolas Bilchi


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domenica 25 settembre 2011

Il pranzo di Babette è un film importante a livello storico perchè, vincendo l'Oscar al miglior film straniero nel 1988, servì ad imporre sulla scena internazionale il regista danese Gabriel Axel, rimasto per anni confinato entro i limiti della sua nazione. L'opera racconta in generale la vita di due sorelle di famiglia puritana, Martina e Philippa (nomi non casuali), di un cantante d'opera e di un gendarme innamorato di loro, e di una cuoca francese, Babette appunto, costretta ad emigrare dopo la caduta della Comune parigina; la prima parte del film funge da antefatto e ci dà una serie di informazioni significative sui personaggi che verranno riprese in seguito ed utilizzate per sviluppare un'ampia e sfaccettata riflessione di fondo, la seconda invece si sofferma appunto sul pranzo da cui deriva il titolo e che Babette, avendo vinto 10000 franchi alla lotteria francese, decide di indire in onore del centenario della nascita del padre di Martina e Philippa (ormai anziane) per ringraziarle dell'ospitalità e dell'aiuto offertele per tanti anni. Axel raccoglie il testimone prestigiosissimo di riportare in auge in tutto il mondo il cinema danese, e così va ad occupare quel posto di prim'ordine rimasto vuoto per vent'anni appertenente a Carl Theodor Dreyer. Per Axel questo è un onore ma anche un pesantissimo onore; non è dato a tutti reggere il confronto con un maestro del cinema quale fu Dreyer, ed Axel sa di doversi fare carico di un fardello assia scomodo con cui dovrà confrontarsi. Con Il pranzo di Babette non raggiungiamo i livelli di Dies Irae e Ordet, ma ciò non va considerato come un'offesa, considerando il livello dei termini di paragone. Si tratta comunque di un film estremamente interessante e senza dubbio ben fatto, che ha il buon gusto di ispirarsi sotto vari aspetti allo stile sia di Dreyer che di un altro maestro nordico, Ingmar Bergman sia nella scelta degli attori che nell'atmosfera che viene creata, ma comunque conservando una sua orgogliosa individualità. Axel realizza un'opera intimista ed ermetica, che lascia volutamente adito a molteplici e diverse interpretazioni; questo perchè il vero obiettivo del film sta nel suscitare l'emozione nello spettatore, non nell'affrontare una specifica riflessione teoretica. Il realismo vivido e al contempo aggrazziato delle immagini, i volti non belli, proprio come quelli di Bergman, ma trasudanti di una così straziante umanità, la musica leggiadra e quasi angelica, tutto contribuisce a creare un sistema volto a stimolare il pubblico producendo una continua serie di moti dell'animo tuttavia regolati da un criterio di vaghezza ed impercettibilità che rifugge qualsiasi tipo di violenza romantico-decadentistica. Il pranzo, che occupa buona metà dell'intero film, si carica di profondi significati, divenendo momento non tanto simbolico, quanto allegorico. Nel senso che il regista non rigetta l'esistenza fisica dell'evento che mostra a vantaggio del messaggio da esso veicolato (anzi, è proprio tale fisicità che assicura della sua validità empirica), e da esso fa fuoriuscire una serie di "umori" ed immagini cariche di valori nascosti. Il concetto più bello è dato senza dubbio dal contrasto tra da una parte la fisicità del banchetto, la sua energia sensuale, e dall'altra l'atteggiamento quasi ascetico che i commensali vorrebbero assumere; è una lotta per resistere alle tentazioni della carne, per sfuggire alle malie del demonio... almeno questo è quello che traspare dall'incubo di Martina, ma l'ironia sottesa alla scena è quasi palpabile. Alla fine comunque i degustatori non possono che cedere ai piaceri della tavola, e scoprono che il loro ferreo spiritualismo non è altro che un'eccesso di simil-fanatismo: il vino ha alleviato l'umore, il cibo ha saziato i bisogni e ora tutti i contrasti della congregazione sono risolti. Alla fine tutti escono all'aria aperta, e in un girotondo di felliniano sapore proclamano, nel silenzio delle voci umani ma con l'impeto della musica che eleva verso il trascendente, l'incredibile, soverchiante bellezza della vita. Questa commovente morale trova la sua espressione più compiuta nella figura del generale innamorato, che a suo tempo rinunciò alla fanciulla per seguire la carriera; ormai vecchio, egli non ha comunque rimpianti nonostante dica di aver "pranzato ogni giorno insieme a lei" per tutti quegli anni; ogni scelta, anche se fa soffrire, conduce l'uomo ad una crescita interiore, e comunque ogni sofferenza individuale si fa misera ed infine scompare se confrontata alla maestosità del creato. L'unica pecca del film è forse una certa freddezza narrativa, che non permette allo spettatore di godere immediatamente di tutta la profondità dell'opera; soltanto dopo aver gustato e digerito questo "pranzo" si capisce come Axel sia arrivato a pizzicare le più profonde corde dell'animo. Vien da chiedersi se c'è una ragione per cui solo i registi del nord Europa (escludendo Kurosawa) abbiano raggiunto livelli di umanesimo così sorprendenti.

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