Excalibur

   
   
   

Contro la profanazione dell'epica Valutazione 4 stelle su cinque

di Fabal


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domenica 27 agosto 2017

La leggenda di Re Artù, Excalibur e Mago Merlino tramandata dal ciclo bretone: il figlio del Re Uther estrae la Spada dalla roccia e diventa re di Camelot, fonda la Tavola Rotonda e manda i suoi cavalieri a cercare il Santo Graal. Contro il suo regno trama la sorellastra Morgana e il figlio incestuoso Mordred.

Un film d'approccio tradizionale all'epica, con toni solenni, dialoghi aulici e una fotografia dai bellissimi colori fiabeschi. Boorman racconta la leggenda trattandola come tale, lasciandola nella sua aura magica: ne risulta un film che può certamente sembrare ingenuo per un pubblico ormai avvezzo al pragmatismo di Game of thrones, serie tv che ha fatto terra bruciata dell'epica classica, privandola dei simbolismi e di quello schematismo sacrale in cui ci sono buoni e cattivi, divino e profano, il re, il mago, il Bene e il Male.

Excalibur di John Boorman è invece un'opera anti-realista, che si muove entro i canoni più classici della fiaba avvalendosi di immagini esoteriche: la ricerca del Graal vissuta da Parsifal come un incontro in sogno, l'accoppiamento (con l'inganno) di Re Uther con Ygraine su uno sfondo infuocato, il declino dei culti pagani (incarnati in Merlino) nei confronti del potente messaggio monoteistico del Cristianesimo. Per sostenere questo impatto allegorico Boorman si avvale di una colonna sonora altrettanto aulica, affiancando i brani di Trevor Jones alla marcia di Siegfrido wagneriana e ai Carmina Burana, che per un film come questo non paiono affatto abusati.
Ma è forse la fotografia l'elemento più convincente di questo Excalibur, che affida alla potenza visiva gran parte del suo fascino: riflessi colorati che quasi abbagliano lo spettatore, provenienti da corone, armature e spade. Bellissimo il rosso dorato del fuoco, come il verde magico di Excalibur. Nessuna pretesa di ricostruzione storica nelle scenografie come nei costumi, ma appunto una rappresentazione che si addice a una leggenda: Artù non ha affatto bisogno di un inquadramento "storico" o di rivisitazioni profane per rendere il mito più credibile. Il suo fascino sta tutto nell'astrazione e Boorman ha ben chiara questa consapevolezza. Per questa ragione consiglio vivamente di visionare anche i vari King Arthur (quello del 2005 e quello recentissimo) in modo che il paragone impietoso renda l'opera di Boorman, con la sua eleganza e la sua apparente ingenuità, meno sottovalutata.

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