Contre toi

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L'ambiguo confine tra amore e dominio, trattato con superficialità
Marianna Cappi     * * - - -

Anna Cooper, ginecologa parigina, rientra a casa dopo un'assenza prolungata. Parenti e colleghi la credevano in vacanza e lei non smentisce, ma la verità è che è stata sequestrata da un giovane uomo, Yann, tenuta reclusa e percossa, ma anche fatta oggetto di inspiegabili premure. Tra i due, nel frattempo, si è instaurato un legame talmente forte che Anna torna a cercare volontariamente il suo rapitore, dopo la fuga, e lo accoglie nella propria casa e nel proprio letto, salvo poi non essere in grado di superare il passato e di accettare un futuro.
Mélo-noir diretto dalla figlia d'arte Lola Doillon, Contre-toi sulla carta poteva apparire un film semplice, di quelli che ruotano attorno ad un'idea forte e non hanno bisogno che di due bravi interpreti, ma così non è. La storia di una passione che nasce dalla paura e diventa desiderio, passando dall'empatia più dolorosa per tingersi, infine, di vendetta e d'impossibilità, non è esattamente un percorso liscio e abbisogna di un'idea di regia che manca al film della Doillon. Attento a ridurre al minimo l'intrusione del mondo esterno nello spazio segreto dei due protagonisti, per non interrompere il legame psicologico anche a distanza, il film si autocostringe ad una povertà di racconto e ad un minimalismo di toni che non ha le spalle abbastanza larghe per sostenere con profitto. Kristin Scott Thomas incarna l'ambiguità di sentimenti di Anna Cooper con la freddezza che la contraddistingue (e sul lavoro, non a caso, la vediamo alle prese con un'isterectomia) ma anche con una recitazione scattosa, tutta giocata sull'alternanza tra la ricerca del sonno e dunque dell'oblio da un lato e la risposta quasi incontrollata del corpo al riemergere del ricordo e degli impulsi più profondi. Dal canto suo, la regista si arrabatta a fare altrettanto, vale a dire a sottolineare i bruschi switch psicologici dell'una o dell'altro personaggio, aprendo e chiudendo la porta che li separa, nevroticamente ma anche banalmente.
La Doillon attribuisce l'origine della sua ispirazione ai casi di rapimento e lunga prigionia che negli ultimi anni hanno coinvolto delle donne, in Austria come in Colombia, ma anziché addentrarsi nell'esplorazione di una sindrome di Stoccolma o comunque nelle dinamiche profonde della relazione e perciò nel cuore del dramma, si mantiene a livello di una fantasia da signorine, in fin dei conti innocua: un incontro di solitudini, dove la carcerata diventa a sua volta carceriera, ma poi, trovata la soddisfazione, incapace di lasciarsi andare all'irrazionalità del sentimento amoroso, riporta ogni cosa all'ordine e alla legge.

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