Io seguo da sempre lo sport. A Pelé ho sempre tenuto. Per cominciare l'ho visto giocare, ero ragazzino: un'amichevole con l'Inter, che stava vincendo 3 a 0 e in cinque minuti il brasiliano fece tre reti. Col Milan nella Coppa intercontinentale del 1963, dove il Santos perse 4 a 2 ma Pelé fece due gol. E poi in un'amichevole delle Nazionali quando l'Italia batté il Brasile 3 a 0, a Milano, sempre nel '63. Fu quando Trapattoni riuscì a contenerlo. E per anni il "Trap" visse di rendita, era "quello che aveva fermato Pelé".
Una volta ero a una cena con Enrico Albertosi, il nostro portiere in quella partita. Mi diceva che Pelé era un incubo, ti creava tachicardia anche quando si spostava senza palla. E poi fece quel gol, il primo, saltando più in alto di Burgnich, ritenuto il difensore più duro del mondo. Era un predestinato, da madre natura. Non alto, poco più di uno e settanta, cosce ipertrofiche, era il più veloce, quello dal tiro più potente, coi due piedi, il più bravo di testa nonostante i centimetri, il più dotato di classe pura, il più geniale nel distribuire i palloni, nella zona più calda. E poi ha fatto più gol di tutti, ha vinto più di tutti. E' stato il più amato da tutti. Vedo che gli sto dedicando un canto, ma sono dati di fatto. Sono numeri. E poi c'è il mistero, il sortilegio che trasmetteva, qualcosa di non definibile che si vede poche volte, in pochi uomini e in qualche opera d'arte.