Le due registe sono fondatrici del collettivo Oxymoro Creative Studio. Espandi ▽
Johana è una ragazza moldava arrivata in Italia come profuga. Lungo il percorso ha incontrato Alina, una connazionale con cui ha stretto un rapporto di amicizia e d'amore. Presto le due ragazze entrano nel giro della prostituzione, in mano a uomini violenti e senza scrupoli. Proprio nello sfuggire a uno di questi e nel tentativo di raggiungere l'Austria, luogo di sogno di Alina, Johana rapisce un tassista friulano, Lorenzo. I due si avviano verso il confine in un viaggio silenzioso e (quasi) senza speranza, e Johana assume l'identità di Alina, per portare a termine un obiettivo che ne tiene vivo il ricordo.
Il canto di Alina è stato uno sforzo collettivo e indipendente che ha richiesto l'impegno di tutti su molti fronti, compreso quello produttivo (commovente la cordata dei piccoli finanziatori nei titoli di coda). Il film è un lavoro molto fisico, abitato da presenze carnali, umori e fluidi corporei, carne e sangue.
Minimalista nell'impostazione, curato nei dettagli, determinato a cogliere l'urgenza e la materialità grezza di certe situazioni di pura sopravvivenza all'interno di circostanze impietose e disumane (nonché deumanizzanti), il film non perde tempo a fornirci spiegazioni ma procede per immediatezza, nel qui e ora.