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gaia
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sabato 6 giugno 2026
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non selezioniamo nessuno
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Mentre guardavo The Specials, ho avuto la tentazione di semplificare la storia e definirlo un film sulla salvezza di ragazzi come Dylan (Bryan Mialoundama) – uno dei tanti senza diploma né mestiere che Malik (Reda Kateb) forma come educatori – attraverso i giovani di cui si occupano.
Fortunatamente la pellicola riesce a sfuggire al tentativo di liquidarla così meschinamente. Pochi, infatti, sono i momenti in cui alza un po’ la posta emotiva e uno solo, a mio parere, in cui passa rasente al crinale scivoloso della facile commozione.
Verso la fine, assistiamo ad uno spettacolo di danza contemporanea dei giovani autistici con alto livello di supporto di cui si occupano le due associazioni al centro del film, quelle di Malik e di Bruno (Vincent Cassel).
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Mentre guardavo The Specials, ho avuto la tentazione di semplificare la storia e definirlo un film sulla salvezza di ragazzi come Dylan (Bryan Mialoundama) – uno dei tanti senza diploma né mestiere che Malik (Reda Kateb) forma come educatori – attraverso i giovani di cui si occupano.
Fortunatamente la pellicola riesce a sfuggire al tentativo di liquidarla così meschinamente. Pochi, infatti, sono i momenti in cui alza un po’ la posta emotiva e uno solo, a mio parere, in cui passa rasente al crinale scivoloso della facile commozione.
Verso la fine, assistiamo ad uno spettacolo di danza contemporanea dei giovani autistici con alto livello di supporto di cui si occupano le due associazioni al centro del film, quelle di Malik e di Bruno (Vincent Cassel). Il montaggio alterna la ripresa dell’esibizione, accompagnata da una musica emotivamente coinvolgente, alla reazione di Bruno che la osserva con gli occhi lucidi. Di ritorno da un ultimo confronto con gli ispettori inviati dal Ministero, guarda i performer come un padre che non accetta che l’insipiente burocrazia domandi requisiti cavillosi all’affetto e alla cura profusi ai figli.
Non che ci si possa sottrarre completamente agli adempimenti di legge, ma è particolarmente esasperante che a conformarsi alle regole siano chiamate le associazioni come quella di Bruno, nate in risposta a un vuoto assistenziale a cui quelle stesse regole hanno contribuito.
Seguendo quella scena, pensavo alle recite di fine anno scolastico in cui i genitori applaudono a prescindere dalla bravura dei loro figli e mi sono sentitә a disagio. In quel momento, mi sono chiestә se il film stesse rappresentando in maniera infantilizzata persone adulte disabili per proporre allo spettatore medio un finale conciliante. Un modo per mettere a posto le ansie e la coscienza, quasi a fare da specchio al desiderio di confortare e ripagare i caregiver di tutti gli sforzi che hanno fatto e fanno nella realtà.
Sembravano finalmente trovare conferma le mie aspettative pregiudiziose, che avevo riassunto così: sarà una storia che usa le persone autistiche, stereotipizzandole e spettacolarizzandole, per santificare chi si occupa di loro?
La sequenza iniziale, tra dramma e leggerezza, mi aveva già dato ragione in effetti. La camera a spalla segue la fuga a perdifiato di una ragazzina non verbale, in probabile meltdown, per le vie cittadine, prima di essere riacciuffata e contenuta da Malik. Il montaggio stacca poi sulla corsa di Bruno verso gli uffici della Polfer per riacciuffare Joseph (Benjamin Lesieur), giovane uomo con buona autonomia e la compulsione a premere ogni volta il pulsante d’allarme sul treno.
Le due scene sembrano proprio rappresentare il classico luogo comune che vede alcune persone o come fastidi di cui lamentarsi o come problemi seri di cui doversi occupare.
Lo stesso titolo italiano mi aveva fatto pensare a una formula presa dal manuale dell’inspiration porn (secondo la definizione dell’attivista e attrice disabile Stella Young) che di solito consultano gli autori televisivi nostrani quando sono obbligati a parlare di ‘diversità’.
Scoprire poi che quello originale corrispondeva invece a “Fuori norma” mi ha fatto apprezzare l’ambiguità semantica di entrambi i titoli che serve da gioco di parole sulle figure degli ispettori speciali e lo stato fuori norma dell’associazione, incapsulando al contempo la posizione che assumerà l’intero film.
In qualche altra occasione, a dire il vero, la pellicola mostra una certa intelligenza nel metterci nella condizione di interrogarci sugli stereotipi sulle persone autistiche, e non solo.
In una scena, Dylan viene scambiato per paziente del reparto psichiatrico in cui è ricoverato un adolescente seguito dalla sua associazione. Basta che l’educatore in prova tenga lo sguardo fisso su di lei, senza rispondere alle sue domande mentre continua a giocare con un fidget toy, per far pensare alla giovane logopedista del reparto che sia un ospite e non un visitatore.
Al pregiudizio forse contribuisce anche il fatto che il giovane è afrodiscendente, considerato che le persone di gruppi multi-marginalizzati sono più esposte alla medicalizzazione e all’istituzionalizzazione.
A tal proposito, un altro merito dell'opera è il riferimento non incidentale alla violenza medica e istituzionale e alle pratiche disumanizzanti subite dalle persone autistiche. Interessante che ciò avvenga soprattutto nelle scene di intervista in stile documentario in cui gli ispettori ministeriali parlano con vari personaggi.
Cionondimeno, sento di fare un’annotazione sulla partecipazione al film di persone realmente autistiche. Se da un lato lo ritengo positivo, dall’altro mi interrogo sullo squilibrio di potere nella rappresentazione, in relazione non solo a chi la pensa e la scrive, ma anche a chi la interpreta. Nello specifico, mi domando: in che modo il diritto all’autodeterminazione è stato riconosciuto e garantito a chi viene rappresentato, in termini di partecipazione al processo di rappresentazione, dalla scrittura alla messa in scena? Se è stato garantito.
Lo domando perché il rischio di continuare a parlare di loro al posto loro è quello di alimentare la marginalizzazione, rafforzando lo squilibrio di potere.
Una critica correlata che qualcuno potrebbe rivolgere alla pellicola è che, mostrando principalmente il lato più faticoso dell’adattamento di questo tipo di funzionamento all’ambiente, si favorisca la stereotipizzazione.
Pur comprendendo quest’appunto, osservo che la scelta di raccontare la storia vera delle due associazioni Le Silence des Justes e Le Relais IDF – alle quali è destinato il 5% degli incassi del lungometraggio – per forza di cose conduce a questo tipo di narrazione che, pur con inevitabili semplificazioni, mostra comunque una parte della realtà dell’esperienza autistica e ha la sua utilità nel puntare il faro su quanto l’ambiente sia disabilitante.
Sul tema della semplificazione, il film pare trarsi da solo fuori dall’impaccio quando Bruno dichiara di non capire del tutto i comportamenti delle persone autistiche, spiegando però a Dylan – colpito al naso da una testata da parte del ragazzo che assisteva – che “possono essere violenti” come conseguenza della disumanizzazione di cui quelle persone sono state oggetto, rinchiuse a lungo in istituti e isolate dalla società.
Sebbene sia l’unica volta in cui si usi l'aggettivo ‘violenti’ per descrivere gli autistici, è importante notarlo perché oggi come in passato si fa uso di un linguaggio stigmatizzante della persona per riferirsi a comportamenti e reazioni che nessuno giustifica ma che pochi comprendono per quello che sono: per lo più esternazioni di intenso disagio per sovraccarico sensoriale, cognitivo ed emotivo.
La scena rende esplicita la lente interpretativa attraverso cui vengono comprese (o non comprese) le persone autistiche, che è quella del film ma anzitutto quella della società. In secondo luogo, chiarisce che l’interesse della pellicola non è rappresentare l’autismo – anche se lo fa – quanto rappresentare il modo in cui la società si rapporta con le persone autistiche.
Più di una volta, Bruno e Malik sottolineano qualcosa che dovrebbe suonare come un’assoluta ovvietà al giorno d’oggi, ma che invece c’è ancora bisogno di mettere in parole. Il discorso si può riformulare e sintetizzare così: le persone autistiche sono esseri umani e devono essere trattate come tali.
Ai due ispettori, Malik dice: “Non selezioniamo nessuno”, riferendosi sia ai giovani seguiti dalle due associazioni sia agli educatori formati da lui. Ciò che fanno persone come Malik e Bruno è creare le condizioni per la partecipazione sociale di persone a cui normalmente viene negata ogni possibilità. Un modo per combattere la ‘normalità’ dell’esclusione da parte di un ambiente pensato solo per alcuni.
Però, se consideriamo che sia i giovani autistici sia i giovani senza diploma e senza mestiere appartengono alla schiera dei dimenticati dalla società, subdolamente esclusi per motivi affini (perché non sono percepiti come ‘utili’ membri della collettività), l’intero film potrebbe essere letto anche come un tentativo di normalizzazione degli uni e di inserimento degli altri nel sistema produttivo.
Infatti, durante una reprimenda, Malik dice a Dylan: “Prima non esistevi. Vagavi per la città”, quasi a legittimare il concetto secondo cui è il lavoro a dare uno scopo perché rende utili alla società. Certamente il lavoro offerto a Dylan è utile agli altri, ma ha senso per lui?
Al giovane, che sembra non avere ancora un ‘perché’, Malik pare quasi indicare la strada quando gli dice: “Te la devi meritare”, a proposito della possibilità datagli. Come a dire: il senso si costruisce.
Il film, d’altro canto, segue anche la settimana lavorativa di Joseph, finalmente accettato in prova in un’officina di riparazione lavatrici, dopo innumerevoli rifiuti. In questo caso, il lavoro è presentato come mezzo per far raggiungere l’autonomia e l’inserimento sociale a chi, purtroppo, ancora oggi rischia l’istituzionalizzazione, in assenza di alternative alla cura familiare.
A questo punto, è lecito pensare che per entrambi i giovani l’ingresso nel mondo del lavoro non sia semplicemente una soglia di passaggio alla vita adulta: è la differenza tra esistere e scomparire.
L'opera, pur non arrivando a mettere apertamente in discussione la logica dell’inclusione produttiva come risposta e soluzione a qualunque cosa, sin dall’inizio fa intravedere l’ambiguità che la attraversa, a partire dalla rappresentazione della zona grigia in cui si muovono i personaggi.
Con il realismo del racconto e l’approccio pragmatico dei protagonisti, la posizione del film sembra a tratti di connivenza con quella logica. La convinzione di Bruno che “il lavoro fatto finora” con Joseph “darà i suoi frutti” è la prosecuzione sullo stesso binario della concezione fruttifera dell’impegno verso gli altri, che in questa scena è inquadrato non a caso come “lavoro”.
Talvolta, però, la pellicola assume posizioni più disincantate, come mostrano le scene con la Polizia Ferroviaria o con il datore di lavoro di Joseph in cui Bruno sembra prendere garbatamente per i fondelli certe rigidità e aspettative sociali.
L’aspetto più interessante, narrativamente e politicamente, è però la contrapposizione tra il rapporto di reciproca dipendenza dei personaggi – come racconta l’emblematica scena in cui Dylan ritarda al lavoro perché la metro è stata bloccata ancora una volta da Joseph – e la denuncia dell’abbandono da parte delle istituzioni e del progressivo allontanamento dell’intera società dalla pratica della solidarietà.
È in quel vuoto – sembra dirci il film – che spesso nasce un senso di comunità, intorno all’organizzazione di reti assistenziali dal basso, create e alimentate da chi in modo diverso ma corrispondente subisce l’emarginazione.
In società sempre più individualiste e votate al lavoro, è proprio quest’ultimo ad essere uno dei pochi modi rimasti per continuare ad esercitare la solidarietà.
E forse l’aspetto più radicale dell'opera si rintraccia appunto nel ribaltamento della logica produttivistica in pratica di sostegno reciproco.
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anna rosa
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giovedì 24 giugno 2021
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gli ultimi hanno diritto ai migliori
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È incredibile come i Francesi sanno trattare realtà peraltro vere di per sé tristi e difficili con sensibilità e spirito al tempo stesso, riuscendo molto bene, come anche per esempio nel caso di Les invisibles, nelle scene in cui intervengono contemporaneamente molteplici personaggi. Insomma film intelligenti che anche toccano il cuore. E guardando il film, in cui persone di vari colori e varie religioni collaborano pacificamente mi sono detta : " Che bello se questo fosse ovunque semplicemente naturale!".
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enzo70
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martedì 25 maggio 2021
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elogio della diversità
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Il ghetto dei diversi è sempre diverso da quello che immaginiamo. E i ragazzi che Malik e Bruno aiutano sono diversi, soffrono di quella strana malattia che è l’autismo, la chiusura in sé stessi in maniera ossessiva, compulsiva. Il tema ben affrontato è quello della difficoltà delle catene di solidarietà, basate sul volontariato e sull’impegno individuale, a confrontarsi con le regole degli Stati che sacrificano la sostanza in nome della forma. In altri termini l’eterno conflitto tra la burocrazia e la concretezza delle cose. Un film sicuramente con importanti istanze sociali che offre allo spettatore importanti spunti di riflessione e che espone in maniera garbata la disabilità come differenza da affrontare e non come argomento da evitare.
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Il ghetto dei diversi è sempre diverso da quello che immaginiamo. E i ragazzi che Malik e Bruno aiutano sono diversi, soffrono di quella strana malattia che è l’autismo, la chiusura in sé stessi in maniera ossessiva, compulsiva. Il tema ben affrontato è quello della difficoltà delle catene di solidarietà, basate sul volontariato e sull’impegno individuale, a confrontarsi con le regole degli Stati che sacrificano la sostanza in nome della forma. In altri termini l’eterno conflitto tra la burocrazia e la concretezza delle cose. Un film sicuramente con importanti istanze sociali che offre allo spettatore importanti spunti di riflessione e che espone in maniera garbata la disabilità come differenza da affrontare e non come argomento da evitare. Un film sicuramente intelligente.
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felicity
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mercoledì 31 marzo 2021
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l''utopia sociale dell''assistenza agli autistici
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The Specials è una commedia sociale, ma è soprattutto un’opera che, con delicatezza, senza ricorrere mai al ricatto emotivo o, peggio, morale, invita lo spettatore a riflettere intorno al tema dell’invisibilità. Sono infiniti i paria delle nostre società europee metropolitane: gli indigenti stipati nei palazzoni abbandonati delle periferie, i senzatetto, i bambini e ragazzi senza famiglia o deprivati a livello affettivo ed educativo, i malati cronici che non conosceranno guarigione.
The Specials sceglie di concentrarsi sui bambini ormai cresciuti affetti da disabilità mentale e inevitabile disregolazione affettiva, quei bambini cresciuti che non suscitano più il sorriso pietoso e, in fondo, tenero concesso all’infanzia, gli ex bambini disturbati divenuti ragazzi, spesso ragazzoni robusti, ora percepiti dagli altri come ingombranti, ora guardati con un sentimento di disfatta.
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The Specials è una commedia sociale, ma è soprattutto un’opera che, con delicatezza, senza ricorrere mai al ricatto emotivo o, peggio, morale, invita lo spettatore a riflettere intorno al tema dell’invisibilità. Sono infiniti i paria delle nostre società europee metropolitane: gli indigenti stipati nei palazzoni abbandonati delle periferie, i senzatetto, i bambini e ragazzi senza famiglia o deprivati a livello affettivo ed educativo, i malati cronici che non conosceranno guarigione.
The Specials sceglie di concentrarsi sui bambini ormai cresciuti affetti da disabilità mentale e inevitabile disregolazione affettiva, quei bambini cresciuti che non suscitano più il sorriso pietoso e, in fondo, tenero concesso all’infanzia, gli ex bambini disturbati divenuti ragazzi, spesso ragazzoni robusti, ora percepiti dagli altri come ingombranti, ora guardati con un sentimento di disfatta.
Vincent Cassel e Red Kateb accompagnano per mano questi ragazzi ‘speciali’ e, con loro, chi guarda nelle vicissitudini quotidiane dell’accudimento disperante, quello che non potrà mai risolversi nell’indipendenza dell’accudito. Lo fanno con gentilezza, evocando la passione della cura destinata a scornarsi con le istituzioni ‘ufficiali’, nel film incarnate dagli ispettori ministeriali sospettosi che allo slancio civile sovrappongo le automazioni burocratiche e le ragioni d’apparato.
Eppure The Special non si sorregge sul manicheismo, sulla spartizione del mondo tra buoni e cattivi, ma su una più sfumata partecipazione all’ordinarietà del disadattamento e ai problemi ‘triviali’ che ne conseguono. E, forse, manca solo un’indagine più accurata sui moventi, perché ogni storia d’altruismo è, in fondo, anche una storia d’egoismo. La solitudine di Bruno, ebreo in età da matrimonio che non riesce a interessarsi alle donne che incontra negli appuntamenti al buio organizzatogli dai suoi, è a malapena evocata, motore sotterraneo dell’abnegazione filantropica di lui che resta, però, solo intuito, privato di una profonda investigazione drammaturgica.
E forse è giusto così, perché The Specials è, soprattutto, la storia corale di un’utopia condivisa da due fratelli d’elezione, un’utopia inclusiva, e proprio questa utopia dolceamara d’integrazione e fratellanza è, del resto, quanto Éric Toledano e Olivier Nakache hanno dimostrato di saper inseguire meglio nel loro cinema umanistico, in quei loro film dal marchio inconfondibile di morbidezza e ironia, così singolarmente traboccanti d’umanità e di speranza.
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mirko tommasi
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mercoledì 25 novembre 2020
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non bellissimo ma bello
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Piccolo film dalla grande valenza sentimental-umanitaria, ancorato a una prestazione equilibrata e fortemente incisiva di Cassell nella parte di uno che assiste i ragazzi autistici. Bello, un grammo di emozione in più lo avrebbe reso bellissimo.
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