| Anno | 2025 |
| Genere | Concerto, |
| Produzione | USA, Messico |
| Durata | 95 minuti |
| Regia di | Fernando Frias |
| Attori | Depeche Mode, Christian Eigner, Dave Gahan, Peter Gordeno (II), Martin Gore . |
| Uscita | martedì 28 ottobre 2025 |
| Tag | Da vedere 2025 |
| Distribuzione | Nexo Studios |
| MYmonetro | Valutazione: 3,50 Stelle, sulla base di 1 recensione. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 24 ottobre 2025
Uno spettacolare e intenso film concerto dei Depeche Mode, la celebre e acclamata band britannica. In Italia al Box Office Depeche Mode: M ha incassato nelle prime 2 settimane di programmazione 190 mila euro e 190 mila euro nel primo weekend.
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CONSIGLIATO SÌ
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M come Messico. M come "Memento Mori", titolo - e monito - dell'ultimo album. Il ritorno su grande schermo dei Depeche Mode si concentra sul legame profondo tra arte e morte, un legame che per il gruppo non è mai stato puramente simbolico. Inevitabilmente, dopo la scomparsa di Andrew Fletcher, il film-concerto assume i contorni di un rito commemorativo. E quale luogo migliore del Messico per esplorare questo intreccio?
La terra che celebra la morte come prosecuzione della vita diventa specchio perfetto per una band che da quarant'anni gioca sul confine tra eros e thanatos, tra fede e disillusione, tra l'ombra e la luce di un sintetizzatore.
L'iconografia messicana del Día de Muertos, filtrata attraverso lo sguardo del regista Fernando Frías (Ya no estoy aquí), fornisce la cornice documentaria a un concerto monumentale davanti a duecentomila persone a Città del Messico.
Ma più che una cronaca, Depeche Mode: M è un'esperienza visiva che alterna il magma collettivo dell'arena all'intimità dei volti e dei simboli. Frías sceglie di spezzare la continuità tipica del film live, preferendo un dialogo per contrasti: da un lato l'indagine etnografica, dall'altro la potenza del palco, dove la musica diventa atto catartico. È proprio questa frattura - apparentemente ossimorica - a restituire la vera natura del gruppo: un progetto artistico che vive di dualità e che trova nella tensione tra opposti la sua forma più pura.
Non è un caso che i Depeche Mode siano da sempre legati all'immagine. Il sodalizio con Anton Corbijn ha definito la loro identità estetica: bianco e nero, deserto e metallo, corpi isolati in scenari spogli. Con Frías, l'immaginario si apre al colore e alla materia, senza però tradire l'essenza. Il regista messicano non imita Corbijn, ma lo cita a distanza, come se volesse riportare la visione nel presente, tra i volti dei fan, nei mercati, nelle strade, nei gesti quotidiani di chi ha fatto dei Depeche Mode una religione laica. Il risultato è un film che unisce due devozioni: quella per la musica e quella per la vita stessa, celebrata anche nel suo inevitabile tramonto.
Nonostante l'età avanzi, la vitalità camaleontica della band resta intatta. Dave Gahan domina la scena con eleganza e carisma, ora più sciamano che rocker: il gilet al posto della nudità torbida degli anni Novanta, ma negli stivaletti bianchi si riconosce ancora l'eco presleyana e l'attitudine da performer totale. Martin Gore, più raccolto e spirituale, è l'altra metà di un dialogo artistico che ha sempre trasformato la fragilità in forza, l'ossessione in melodia. Sul palco, la loro complicità si fa quasi fraterna: un muto omaggio all'amico perduto, ma anche la dimostrazione che il duo sopravvive perché continua a reinventarsi, accettando il tempo come parte della performance.
La scaletta, costruita come un arco narrativo, alterna i classici immarcescibili - Enjoy the Silence, Personal Jesus, Never Let Me Down Again - alle nuove composizioni di "Memento Mori", che acquistano dal vivo un peso drammatico ulteriore. Il pubblico, immerso in una trance collettiva, risponde con una devozione che travalica la nostalgia: è come assistere a una messa laica, in cui la musica diventa linguaggio universale di memoria e rinascita.
Depeche Mode: M non è soltanto un film-concerto, ma un viaggio nell'identità di una band che ha fatto del lutto e della resilienza la propria poetica. Frías trasforma la morte in ritmo, l'assenza in colore, la malinconia in energia vitale. Laddove molti film musicali si limitano a documentare, questo trasfigura: cattura un momento di transizione e lo eleva a simbolo. L'arte, sembra dirci, sopravvive sempre - soprattutto quando sa guardare in faccia la fine.