Amour

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Un film di Michael Haneke. Con Isabelle Huppert, Jean-Louis Trintignant, William Shimell, Emmanuelle Riva, Rita Blanco.
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Titolo originale Amour. Drammatico, durata 127 min. - Francia, Austria, Germania 2012. - Teodora Film uscita giovedì 25 ottobre 2012. MYMONETRO Amour * * * * - valutazione media: 4,19 su 112 recensioni di critica, pubblico e dizionari. Acquista »
   
   
   

L'amour d'auteur Valutazione 4 stelle su cinque

di Danko188


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venerdì 4 marzo 2016

Dopo averci raccontato una storia di bambini tedesca ne Il nastro bianco, Haneke torna in Francia per narrarci gli ultimi momenti dell’amore di Georges (Jean Louis Trintignant) e Anne (Emmanuelle Riva), una coppia di ex docenti di pianoforte aventi un’unica figlia, Eve (Isabelle Huppert), figlia d’arte nonché affermata musicista.
Da un appartamento proviene cattivo odore, la polizia chiamata dai vicini vi fa irruzione affrettandosi ad aprire le finestre. Nella camera da letto giace il corpo esanime di una donna anziana. Da lì a breve lo spettatore più arguto non ci metterà molto a capire come sono si sono svolti i fatti.
Prima però, Haneke ci chiama a sederci, a spegnere i cellulari, a vietarci ogni registrazione audio o video. Ci invita al rispetto. Le luci si spengono, si sentono le prime note.
Inizia lo spettacolo.

Un film sulla vecchiaia e la morte, banalmente detto. Un film in cui anche la macchina da presa sembra essere sotto l’influsso di questo male, le riprese statiche di Haneke ci fanno addentrare in una casa dell’alta borghesia in cui si respira sin da subito un clima di mesta solitudine, claustrofobia e algidità. I due ottantenni protagonisti trascorrono le lente giornate cimentandosi in letture di libri, giornali o riviste, ascoltando musica classica e di tanto in tanto assistere a concerti in una Parigi, città di quell'amour di cui non ci viene offerto il minimo scorcio.
Un giorno come tanti, durante una conversazione a tavolino come tante, Anne avverte una mancanza, Georges le parla, incitandola a rispondere, la scuote, lei fissa il vuoto impassibile: ostruzione della carotide. La condizione di Anne da quell’episodio in avanti peggioreranno irrimediabilmente, prosciugandole ogni energia. In questo climax di abbandono delle forze da parte di Anne, si slancia vigoroso l’amore di Georges, pronto a prendersi cura della povera consorte disabile come meglio può.
Credo sia in assoluto il film più lento che abbia mai visto e voglio sottolineare di come “lento” talvolta, non sia necessariamente un difetto. Le scene sono lunghissime e nel loro susseguirsi il tempo sembra davvero prosciugare, sequenza dopo sequenza, ogni accenno di spirito e qualsivoglia vitalità. Si arriva alla fine di questo film stanchi, con il peso di aver visto qualcosa che va a gravare sulla nostra mente, probabilmente una nuova coscienza. Molti faranno fatica ad apprezzare lo stile di Haneke se non lo si ha già assaporato prima, così come la fotografia di Darius Khondji (Seven, La nona porta), sempre volta al grigiore ma in fin dei conti perfettamente funzionale a quelle che dovrebbero essere le tonalità di un’opera funesta come questa.
Almeno un paio di invenzioni di Haneke sono straordinarie per quanto riguarda l’utilizzo del sonoro. La prima: durante la scena dell’ictus di Anne in cui Georges dimentica il rubinetto acceso, si allontana seguito dalla telecamera e il rumore dell’acqua d’un tratto cessa, ci avverte che Anne è finalmente tornata in sé. La seconda è invece un tranello cinematografico che ci ha giocato il vecchio mattacchione made in Baviera: quando Georges è seduto sulla poltrona del salone a guardare il pianoforte, Haneke ci fa credere che la musica proviene dallo strumento stesso suonato da Anne, che in realtà si trova paralizzata in camera da letto, la musica proviene da una registrazione che suo marito ascolta immaginando che sia lei ad interpretarla. Segnale che la stabilità dell’affranto Georges sta lentamente venendo meno.
Notevole l’utilizzo della musica adoperata dal regista in maniera molto dosata ma assai sapiente. Ennesimo voto di celebrazione nei confronti di Franz Schubert, il cui Trio op.100 sembrava quasi accompagnare Isabelle Huppert in un divino piano sequenza de La Pianista, tra l’altro utilizzato, seppur in maniera diegetica, da Stanley Kubrick nel suo Barry Lyndon.
La musica in Amour non gioca un ruolo determinante, ma arricchisce da ottimo elemento di contorno i toni lirici del film, garantendone un maggiore pathos.
Anche in questo film si assiste ad una ricerca approfondita delle relazioni umane e soprattutto familiari, ci viene mostrata un’altra faccia dell’alta/media borghesia rispetto al già citato capolavoro del 2001, Cachè e Il nastro bianco, la parte più vulnerabile, indifesa e direi anche più tenera, senza togliere una certa spietatezza in perfetto stile Haneke, qui piuttosto realistica.
Contrariamente, una differenza sostanziale rispetto agli altri lavori è la totale assenza di quei campi lunghissimi esterni a cui il regista ci aveva abituati. Tuttavia a questo proposito ci riserva un ulteriore colpo di genio venuto dalla sua abile mano registica e inventiva, quando in un serie di inquadrature a tutto schermo riprende bellissimi quadri sparsi per la casa dei protagonisti, quadri che rappresentano luoghi lontani, grandi spazi aperti. Una trovata formidabile.
Amour, film premiatissimo ma capace di dividere la critica, un film che vive di silenzi e di sguardi, di stralci di musica colta, di dolcezza e di piccoli gesti dediti ad un sentimentalismo sincero, che non vuol stupire, né strappare lacrime, solo raccontare portandoci probabilmente più risposte che domande. Non c’è da chiedersi “perché” davanti a ciò che si vede, c’è solo da prenderne atto, ci viene aperta una sola strada, quella del rispetto e della riverenza che ogni anziano meriterebbe e di cui purtroppo ci approfittiamo per ricevere qualcosa in cambio come nelle commissioni sbrigate da conoscenti e vicini di casa in questo film. Senza contare il trattamento riservato da una delle infermiere nei confronti di Anne, che non può che destare in chi guarda, una certa indignazione.
A vedere i nomi degli attori non ci sarebbe neanche il bisogno di parlarne, ma è curioso sapere che la grande Emmannuelle Riva ha esordito con Hiroshima mon amour di Resnais e con buona probabilità concluderà la carriera proprio con Amour. Mentre il gigante Trintignant ci ha regalato l’ultimo dichiarato saggio di bravura dopo 14 anni lontano dalle scene. Entrambi hanno collaborato con Kieślowski in due differenti film della fantomatica Trilogia dei Colori.
Haneke in vena anche di leggero autocitazionismo riproponendo la Huppert nella parte di una pianista e inquadrandola accanto al pianoforte con una tenda bianca ampia e luminosa sullo sfondo.

Voto 8.5

Danko188

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