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osteriacinematografo
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martedì 4 dicembre 2012
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la vita diviene amore, l'amore vita
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“Amour” è l’ultimo film di Michael Haneke,un'opera atipica rispetto ai consueti standard tematici di Haneke.
Anne e Georges sono due insegnanti di musica in pensione: i due coniugi trascorrono giornate tranquille in un appartamento parigino,dove il tempo è scandito da una successione metodica di eventi,fatta di piccole abitudini quotidiane,di letture e concerti,delle rare visite di vecchi studenti e dell’unica figlia.
D’improvviso Anne si ammala,colpita da un ictus che si manifesta sotto forma d’infido blackout,e le cose cambiano tanto velocemente da non dare il tempo di pensare: George decide d'impulso che sarà lui a prendersi cura della moglie.
Il prologo lascia subito intravedere la soluzione della storia,che è una soluzione scontata,a causa delle connaturate limitazioni di tempo cui gli uomini sono sottoposti.
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“Amour” è l’ultimo film di Michael Haneke,un'opera atipica rispetto ai consueti standard tematici di Haneke.
Anne e Georges sono due insegnanti di musica in pensione: i due coniugi trascorrono giornate tranquille in un appartamento parigino,dove il tempo è scandito da una successione metodica di eventi,fatta di piccole abitudini quotidiane,di letture e concerti,delle rare visite di vecchi studenti e dell’unica figlia.
D’improvviso Anne si ammala,colpita da un ictus che si manifesta sotto forma d’infido blackout,e le cose cambiano tanto velocemente da non dare il tempo di pensare: George decide d'impulso che sarà lui a prendersi cura della moglie.
Il prologo lascia subito intravedere la soluzione della storia,che è una soluzione scontata,a causa delle connaturate limitazioni di tempo cui gli uomini sono sottoposti. Il lento e crudele incedere della morte incombe sui protagonisti in modo paritario: è Anne ad affrontare la malattia,ma è il suo compagno ad assisterla quotidianamente,e la pena e il dolore divengono elementi intimamente condivisi; nel film va in scena un amore pregno di rispetto e devozione,che sviluppa in George un senso di protezione che l’uomo applica all’emergenza con dignità ed abnegazione,tentando di sottrarre la moglie allo sguardo altrui e di evitarle ogni sorta di umiliazione.
Mentre ogni certezza si disfa,riaffiorano le immagini del passato,che si rimescolano al presente in una confusione percettiva che aggira e inganna la mente indebolita di Georges. Ora c’è il silenzio in luogo della musica,ora regna la rassegnazione,ma si prende corpo un amore folle e implacabile,aggrappato alle maglie dell’ineludibile tanto quanto ogni creatura è legata alla propria esistenza.
La vita diviene l’amore,l’amore la vita.
I due straordinari interpreti,Jean-Louis Trintignant ed Emmanuelle Riva,mostrano con maestria la fragilità della vecchiaia: ogni minima movenza dei due attori francesi possiede una forza visiva dirompente e un’eleganza a tratti simbiotica,in grado di trasmettere con estremo realismo le sfumature del dolore e le subdole conseguenze della malattia.
L’opera è toccante,ma Haneke non cade nel tranello della commiserazione,mostrandoci un protagonista fiero nella difesa di un baluardo fragilissimo; il regista non rinuncia alle sue peculiarità d’autore,regalando l’ennesima regia minimale e una narrazione che fornisce numerosi indizi e la possibilità d’interpretare. Haneke rimane conforme al suo stile,indugiando in quei lunghissimi piani sequenza che caratterizzano il suo cinema,senza i fronzoli o l’enfasi che spesso “adornano” le opere cinematografiche,senza le sovrastrutture che si rendono sovente necessarie per colmare le lacune di una sceneggiatura.
La prospettiva dell’opera si sviluppa interamente per interni,nella casa che diviene l’elemento architettonico su cui poggia il film. E’ una casa che racconta la storia di Anne e Georges,una casa che è sintesi e limite della vita stessa. L’appartamento assume le sembianze di un laboratorio in cui lo scienziato Haneke effettua un esperimento antropologico; le cavie sono due splendidi e attempati esseri umani,che si consumano e perdono ogni speranza,affrontando de visu l’incalzante approssimarsi della fine,senza illudersi mai,tramutando infine la disperazione in liberazione e poi in sogno: capita così che Anne e Georges si sveglino in un giorno qualunque,prendano il soprabito ed escano,andandosene via insieme,come una volta. Una volta per sempre.
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astromelia
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lunedì 3 dicembre 2012
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ti spiego la vecchiaia...
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ti spiego come si finisce alle volte l'esistenza umana ,ma lo faccio in un ambiente borghese dove posso sopperire economicamente alla malattia devastante,forse questa l'idea del regista,perchè al di là del fatto inconfutabile narrato,la realtà vera sfugge alla sceneggiatura,il film non mi ha meravigliato ne ha aggiunto niente di particolare quando in una famiglia succedono simili disgrazie,le scelte sono personali e rimangono nell'ambito parentale,si ritorna qui al tema dell'eutanasia,inutile quasi ridicola la scelta del tempo della figlia di parlare di soldi e di case da comprare alla madre moribonda e incapace di interloquire,e i fiori recisi nell'acqua,e il piccione desaparecido, come pure ostico a capirsi che trintignan si uccide anzi non si capisce quasi,frettoloso il finale ,.
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ti spiego come si finisce alle volte l'esistenza umana ,ma lo faccio in un ambiente borghese dove posso sopperire economicamente alla malattia devastante,forse questa l'idea del regista,perchè al di là del fatto inconfutabile narrato,la realtà vera sfugge alla sceneggiatura,il film non mi ha meravigliato ne ha aggiunto niente di particolare quando in una famiglia succedono simili disgrazie,le scelte sono personali e rimangono nell'ambito parentale,si ritorna qui al tema dell'eutanasia,inutile quasi ridicola la scelta del tempo della figlia di parlare di soldi e di case da comprare alla madre moribonda e incapace di interloquire,e i fiori recisi nell'acqua,e il piccione desaparecido, come pure ostico a capirsi che trintignan si uccide anzi non si capisce quasi,frettoloso il finale ,... altro difetto la lentezza esasperante a tratti scomoda e irriverente,già claustrofobico l'ambiente austero di un appartamento,mah, saranno gusti ma a me è parso un film qualunque e un pò intimista,quasi un fatto personale.
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(di astromelia)
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paride86
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sabato 1 dicembre 2012
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privo di qualsiasi fascino
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Spinto dal fatto che il film è di Michael Hanake - non mi aveva mai deluso, finora - mi sono recato al cinema pieno di belle speranze, anche tenendo conto della Palma D'Oro. Invece mi ritrovo con un film geriatrico, piatto, noioso, interminabile.
La prima parte può anche salvarsi: vi si descrivono i personaggi e le loro caratteristiche; la seconda, invece, è una vera agonia che si trascina avanti tra sguardi vuoti, malattia, dialoghi inconcludenti, il tutto nella claustrofobia di un solo appartamento.
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Spinto dal fatto che il film è di Michael Hanake - non mi aveva mai deluso, finora - mi sono recato al cinema pieno di belle speranze, anche tenendo conto della Palma D'Oro. Invece mi ritrovo con un film geriatrico, piatto, noioso, interminabile.
La prima parte può anche salvarsi: vi si descrivono i personaggi e le loro caratteristiche; la seconda, invece, è una vera agonia che si trascina avanti tra sguardi vuoti, malattia, dialoghi inconcludenti, il tutto nella claustrofobia di un solo appartamento.
Lo stile asciutto e sobrio di Hanake, di solito funzionale alla storia - penso a grandi film come "La pianista" o "Il nastro bianco" - qui non fa che peggiorare le cose, dando ad "Amour" l'espressività di un documentario sulla terza età.
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pietro viola
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mercoledì 28 novembre 2012
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il fascino discreto, e pericoloso, della borghesia
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C'era una volta haneke. Pochi film mi hanno suscitato l'emozione, fortissima, de la pianista. Fu una specie di folgorazione. Descrizione spietata e im(pietosa) dell'odio dentro l'amore, delle mille trappole in cui rinchiudiamo le nostre vite, complici anche le circostanze esterne, dell'irrazionalità della vita e degli istinti, quel film fa male, ma è anche un esempio di che significa avere coraggio, di che significa essere coerenti, ed è altresì una denuncia potentissima dell'antico male mortifero e ingessato della cultura borghese.
Successivamente vidi funny games, anche qui tanto di cappello e la stessa sensazione di grandezza nel linguaggio atonale ed esplicito del regista.
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C'era una volta haneke. Pochi film mi hanno suscitato l'emozione, fortissima, de la pianista. Fu una specie di folgorazione. Descrizione spietata e im(pietosa) dell'odio dentro l'amore, delle mille trappole in cui rinchiudiamo le nostre vite, complici anche le circostanze esterne, dell'irrazionalità della vita e degli istinti, quel film fa male, ma è anche un esempio di che significa avere coraggio, di che significa essere coerenti, ed è altresì una denuncia potentissima dell'antico male mortifero e ingessato della cultura borghese.
Successivamente vidi funny games, anche qui tanto di cappello e la stessa sensazione di grandezza nel linguaggio atonale ed esplicito del regista.
Poi.. niente da nascondere. Delusione, bozzettismo, ciò che è denunciato (gli infernali meccanismi borghesi) che si infiltra in chi denuncia, lo svuota. Poi, il nastro bianco. Pedagogia e pseudo-bergmanianesimo, sempre più presentabile da fazio la domenica sera, o argomento di conversazione nei salotti della pseudosinistra con i suoi divani biedermeier.
Infine, amour. Dico solo che se lo potesse oggi vedere bunuel, si farebbe una grassa risata e lo utilizzerebbe come materiale di studio per uno dei suoi film. Ciò che era oggetto di critica è diventato integralmente il soggetto. Amen.
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donni romani
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mercoledì 28 novembre 2012
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l'amore affronta anche la morte
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A pochi minuti dall'inizio del film Georges, il personaggio interpretato da Jean-Louis Trintignant racconta che quando era un ragazzino andò al cinema e vide un film che lo emozionò a tal punto da farlo piangere. Tanti decenni dopo confessa di non ricordare più la trama del film, ma di risentire ancora le stesse emozioni di allora. Ecco, a distanza di tempo si potrà anche dimenticare qualche dettaglio del nuovo film di Michael Haneke, Palma d'oro al Festival di Cannes - ma di sicuro rimarranno le emozioni forti, crudeli, viscerali che colpiscono durante la proiezione.
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A pochi minuti dall'inizio del film Georges, il personaggio interpretato da Jean-Louis Trintignant racconta che quando era un ragazzino andò al cinema e vide un film che lo emozionò a tal punto da farlo piangere. Tanti decenni dopo confessa di non ricordare più la trama del film, ma di risentire ancora le stesse emozioni di allora. Ecco, a distanza di tempo si potrà anche dimenticare qualche dettaglio del nuovo film di Michael Haneke, Palma d'oro al Festival di Cannes - ma di sicuro rimarranno le emozioni forti, crudeli, viscerali che colpiscono durante la proiezione. Georges e Anne sono invecchiati insieme e conducono una vita tranquilla e borghese, fra un concerto e un libro da condividere. Quando Anne ha una prima ischemia transitoria il futuro dei due anziani coniugi si fa più incerto e la successiva paresi che la costringe sulla sedia a rotelle è un passaggio che i due cercano di affrontare con coraggio e forza, aiutandosi a superare i momenti di ovvio imbarazzo e dolore. Le prospettive si annullano, il corpo e le sue esigenze prendono il sopravvento e il peggiorare della malattia, unitamente alla volontà di Anne di non sopravvivere a se stessa, costringono Georges ad un atto d'amore estremo e totalizzante. La messa in scena è talmente aderente alla realtà da sembrare quasi documentaristica, ma ciò che interessa maggiormente ad Haneke è raccontare il pudore dei sentimenti, l'inadeguatezza di fronte all'orrore della malattia, il bisogno di dare un senso all'abisso che si avvicina. La figlia di Georges ed Anne, una sempre intensa Isabelle Huppert, un giorno va a visitare la madre e trova la porta della camera da letto chiusa a chiave. Ne chiede ovviamente ragione al padre e la risposata di lui è raggelante e tenerissima allo stesso tempo, perchè dopo aver raccontato alla figlia le miserie e le sofferenze fisiche e mentali che Anne subisce ogni giorno conclude con la frase "Non c'è niente da vedere in tutto questo", quasi volesse proteggere quella donna, tanto bella e tanto amata, dalla pietà e dalla compassione, sia pure della sua stessa figlia, perchè laddove non c'è più dignità non c'è più vita, e solo un grande amore può avere un'evoluzione tanto coraggiosa. Gli sguardi che i due protagonisti - magnifici per sobrietà, fragilità e potenza espressiva Trintingnant ed Emmanuelle Riva - si scambiano sono sguardi stanchi, vecchi, pieni di paura e di angoscia, ma anche di dignità e di forza, pronti a resistere, ma anche a lasciar andare. Perchè, sembra insegnarci Haneke, la vita è fatta proprio di questo, di resistere e lasciar andare, di amare e agire, di incontrarsi, amarsi e andare via insieme. Prima che sia la vita a toglierci anche l'ultimo brandello di libertà e di dignità.
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anna1
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sabato 24 novembre 2012
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un amore tenace
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La storia sembra incentrata sul decadimento dei protagonisti, ma quel che mi colpisce di più è la tenacia del loro amore, la perseveranza nell'accudire la persona amata, nel farsi interprete dei bisogni inespressi. Ho notato una grande cura dei particolari, come i pavimenti sporchi nella parte finale... Un po' opprimente, tutto girato in un interno...volutamente opprimente...molto francese.
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tomtom
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mercoledì 21 novembre 2012
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si può fare poesia parlando anche di malattia
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La durezza delle vicende legate alla malattia vengono rilette in questo film con grande rispetto e relaismo. L'occhio della cinepresa, come quello del regista, sembrano voler incarnare quello dell'anziano. Movimenti lenti, scne lunghissime, che fanno cogliere particolari (sia di immagine che di suono) altrimenti non apprezzabili. Bravissimi gli attori (tutti, nessuno escluso), hanno saputo mantenere il ruolo, interpretarlo a meraviglia. Bellissima la scena della morte di George, quando si alza e trova la moglie Anne intenta a lavare le stoviglie... Una realtà naturale, quella della Morte, come lo è stata quella di Anne, anche se procurata dal grande desiderio di George di non vedre più la moglie soffrire (non disperazione, a mio avviso, ma profondo rispetto per la Vita).
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La durezza delle vicende legate alla malattia vengono rilette in questo film con grande rispetto e relaismo. L'occhio della cinepresa, come quello del regista, sembrano voler incarnare quello dell'anziano. Movimenti lenti, scne lunghissime, che fanno cogliere particolari (sia di immagine che di suono) altrimenti non apprezzabili. Bravissimi gli attori (tutti, nessuno escluso), hanno saputo mantenere il ruolo, interpretarlo a meraviglia. Bellissima la scena della morte di George, quando si alza e trova la moglie Anne intenta a lavare le stoviglie... Una realtà naturale, quella della Morte, come lo è stata quella di Anne, anche se procurata dal grande desiderio di George di non vedre più la moglie soffrire (non disperazione, a mio avviso, ma profondo rispetto per la Vita).
Insomma, la realtà può restare tale anche se sublimata scenicamente dalla poesia. Quale via migliore per nutrire il cuore, la mente e l'anima dell'uomo?
Grazie a Mikael Haneke, per questo capolavoro sulla Vita!
Zac
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cribri
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sabato 17 novembre 2012
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amour - così realistico da toglierti il fiato!
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Amour é il difficile, straziante viaggio nella malattia, in un nemico più grande di noi che cambia la voce, il corpo, il volto della persone che amiamo ma non la loro anima e il loro cuore.
Il regista ci conduce in questo viaggio senza note: i suoni che accompagnano le scene non sono colonne sonore ad effetto ma i suoni della quotidianità... l'acqua che scorre, il respiro dei protagonisti, il lento muoversi dei loro corpi... In fondo la vita, quella vera, è questa.
Amour é talmente realistico da toglierti il fiato, da spingerti ad alzarti dalla poltrona per scappare da tanto dolore, dalle tue paure più recondite.
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Amour é il difficile, straziante viaggio nella malattia, in un nemico più grande di noi che cambia la voce, il corpo, il volto della persone che amiamo ma non la loro anima e il loro cuore.
Il regista ci conduce in questo viaggio senza note: i suoni che accompagnano le scene non sono colonne sonore ad effetto ma i suoni della quotidianità... l'acqua che scorre, il respiro dei protagonisti, il lento muoversi dei loro corpi... In fondo la vita, quella vera, è questa.
Amour é talmente realistico da toglierti il fiato, da spingerti ad alzarti dalla poltrona per scappare da tanto dolore, dalle tue paure più recondite... alzarsi ed uscire per respirare di nuovo. Tuttavia dopo la sofferenza rimane il calore, il conforto di tanto amore...Amour...di George pour Anne, nel suo modo di alimentarla, di accarezzarla, di vestirla, di prendersene cura... di parlare e ricordare con lei, di ripercorrere insieme la loro vita... Amour in ogni sguardo, parola, gesto....anche nel gesto estremo di porre fine alla sua sofferenza ed umiliazione spegnendo per sempre quel corpo che non é più lei.
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olgadik
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venerdì 16 novembre 2012
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triste semplice e quasi perfetto
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Un film tristissimo, semplice, quasi perfetto. Drammatico al limite del sopportabile per la sua normalità senza orpelli, ma anche discreto nel presentare una realtà terribile e a volte sensibilissimo. Il regista austriaco dall’aspetto di guru e dallo sguardo di entomologo scava a fondo nella coscienza e nel rimosso di molti di noi. In tutti e due i casi si toccano concetti fondamentali: l’amore così difficile e così prezioso a qualsiasi età, l’arte come consolazione o come dannazione, la senescenza che comunque ci riguarderà e contro la quale non si può più fingere, la perdita delle persone care. A tutto ciò si aggiunge la sofferenza e il sacrificio di sé, spesso inutili, che generano impotenza e rovinano la vita, il fisico, i sentimenti di chi assiste all’evolversi senza speranza di una malattia, nonché al dolore senza remissione dell’altro.
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Un film tristissimo, semplice, quasi perfetto. Drammatico al limite del sopportabile per la sua normalità senza orpelli, ma anche discreto nel presentare una realtà terribile e a volte sensibilissimo. Il regista austriaco dall’aspetto di guru e dallo sguardo di entomologo scava a fondo nella coscienza e nel rimosso di molti di noi. In tutti e due i casi si toccano concetti fondamentali: l’amore così difficile e così prezioso a qualsiasi età, l’arte come consolazione o come dannazione, la senescenza che comunque ci riguarderà e contro la quale non si può più fingere, la perdita delle persone care. A tutto ciò si aggiunge la sofferenza e il sacrificio di sé, spesso inutili, che generano impotenza e rovinano la vita, il fisico, i sentimenti di chi assiste all’evolversi senza speranza di una malattia, nonché al dolore senza remissione dell’altro. Il laico si trova nudo di fronte alla perdita di chi ama e nel cammino difficilissimo che gli si spalanca davanti arriva a desiderare o a essere di fatto l’autore della dolce morte. Questo accade nella casa borghese di Anne (Emmanuelle Riva) ed Henry (Jean-Louis Trintignant). Essi sono due ottantenni di fatto e nella finzione. Dopo una vita insieme, interessi comuni per la musica (entrambi sono stati insegnanti della materia), lo svolgersi tranquillo dei giorni, ritmato dalle piccole abitudini, dai concerti serali, dall’ascolto di cd di ex-allievi diventati noti e da un’intesa che non ha più bisogno di parole, vedono frantumarsi il loro mondo. Una mattina Anne ha un momento di totale assenza che sembra passare senza conseguenze. Ma non è così; dall’ictus che la paralizza a metà, dopo un’inutile operazione, la situazione passa a crescenti difficoltà, fino all’annullamento di ogni dignità e capacità di esprimersi della persona. Ogni giorno che passa il corpo afferma la sua dissoluzione che trascina con sé anche pensiero e memoria o viceversa, a seconda di come uno la pensi. Né servono le cure di Henry, la totale dedizione, il dispendio ostinato delle sue forze barcollanti, sostenute sulle prime dalla speranza. Dopo, la situazione diventerà intollerabile e quando Anne inizia a rifiutare anche l’acqua sarà chiaro al suo vecchio e disarmato compagno cosa deve fare. In quanto allo stile di Haneke, la geometria degli spazi, i piani sequenza statici, il ritmo estenuato e dilatato sottolineano tutti i momenti clou della narrazione. Il ruolo primario della casa (dove si ambientano anche in altri suoi film il male, l’amore, i rituali della vita e della morte) insieme allo sguardo rigoroso e asciutto, scevro da compiacimenti patetici, riconfermano le doti di un maestro che può non piacere, ma della cui forza descrittiva non si può dubitare. Vedasi infine la forza simbolica di certe immagini come, verso la fine, è la sequenza della cattura del piccione da parte di Henry, per poi liberarlo dopo averlo accarezzato, come ha fatto con Anne. Ritorna alla mente il libro di Suskind “Il piccione”, anche se le tematiche sono diverse. Da applausi a scena aperta la recitazione dei due vecchi attori, che danno il meglio di sé facendo scomparire in un colpo solo le riserve e le censure verso l’amore dato e vissuto dai più anziani, allorché dalla bellezza dell’arte e della giovinezza si arriva a una fine che sembrava ancora lontana.
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[+] recensione toccante..quasi poetica
(di luanaa)
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luanaa
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giovedì 15 novembre 2012
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visti i problemi della redazione...
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...che stenta a pubblicare i post ai commenti quando addirittura non li salta..(Peccato!!)
Volevo solo dire che HANEKE E' UN REGISTA AUSTRIACO E NON FRANCESE come ho letto in un paio di recensioni..aggiungendo Basta per favore con questa vulgata comune che il cinema francese sarebbe "una palla".
Haneke c'entra col Buon Cinema Francese come i cavoli a merenda...Grazie.
[+] e anche senza buon..
(di luanaa)
[ - ] e anche senza buon..
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