Quei bravi ragazzi

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Un film di Martin Scorsese. Con Robert De Niro, Ray Liotta, Joe Pesci, Lorraine Bracco, Paul Sorvino.
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Titolo originale Goodfellas. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 146 min. - USA 1990. MYMONETRO Quei bravi ragazzi * * * * - valutazione media: 4,27 su 78 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Irene Bignardi

La Repubblica

i “goodfellas”, i bravi ragazzi mafiosi a cui Martin Scorsese dedica il suo quattordicesimo film, si chiamano anche, tra loro, “wiseguys”, dritti. E Wiseguys: Life in a Mafia Family (Il delitto paga bene) si intitola il libro-inchiesta del giornalista Nicholas Pileggi a cui Scorsese si è ispirato, chiamandolo a collaborare alla sceneggiatura (e il titolo è stato cambiato perché esisteva già una non divertentissima commedia mafiosa di Brian De Palma intitolata appunto Wiseguys). Con Quei bravi ragazzi, Scorsese ritorna alle origini del suo cinema - si pensi ad America 1929: sterminate/i senza pietà -, ma soprattutto al mondo della Littie Italy di Mean Streets e alle sue origini etniche e ambientali, alla società separata e aggressiva, onnipresente e tentatrice, protettiva e minacciosa costituita, a fianco della comunità italiana in America, dalle famiglie mafiose.
Un mondo che il protagonista, Henry Hill (Ray Liotta), metà irlandese e metà italiano, ragazzino nell’America degli anni cinquanta, vede come pieno di fascino e di possibilità: essere gangster è più desiderabile che diventare presidente degli Stati Uniti. La differenza fondamentale tra Quei bravi ragazzi e gli altri film di Scorsese in cui compare la mafia - Mean Streets e, marginalmente, Toro scatenato - è che Scorsese, questa volta, costruisce il suo cinema di fiction su un preciso e circostanziato caso reale. Quello appunto di Henry Hill, piccolo affiliato di una mafia tanto cialtrona quanto feroce (ma la parola mafia non viene pronunciata nel film, si parla di famiglie, di “loro”), che a un Certo punto della sua non irresistibile carriera, dopo aver commesso l’errore di fare in proprio traffici che non piacciono alla deontologia della vecchia mafia, finito in un vicolo cieco, decide, per salvare la pelle, di collaborare con l’Fbi e tradire l’intera rete, per poi sparire verso una nuova identità e un destino che sente come noiosissimo e incolore.
Al di là del sopraffino mestiere di Scorsese che, anche nei suoi film meno riusciti, riesce sempre a confermarsi uno dei grandi registi di oggi; al di là del sempre eccellente saggio di un gruppo di attori tutti perfettamente intonati (il più bravo è il feroce Joe Pesci, il più neutro il gangster gentiluomo di De Niro), la novità e l’interesse del film sta proprio nella sensazione che proponga una realtà conosciuta e documentata nei suoi dettagli più triviali. Altro che grandeur di Noodies in C’era una volta in America. Altro che le splendide psicopatie del cinema di gangster anni trenta. I “goodfellas” sono piccini e vanitosi, ignoranti e spesso stupidi (basta vedere come si buttano senza un attimo di prudenza a comprare visoni e orologi d’oro appena fatto un colpo). La loro vita familiare ricalca la più vieta banalità: mogli e figli da una parte, amanti dall’altra, risse e scenate in mezzo. Maneggiano con uguale competenza e passione pistole e pentole, sugo per gli spaghetti e cadaveri. Le loro case sono un trionfo di pacchianeria, le loro ambizioni piccolo-borghesi. Ma è lo stesso sentimento della realtà a costituire il limite di Quei bravi ragazzi. Scorsese non si fida sino in fondo della forza drammatica del documento che ha per le mani, addiziona episodio a episodio, modulo narrativo a modulo narrativo, e in un susseguirsi debordante di dettagli di vita mafiosa incalza lo spettatore per due ore e mezzo con una triplice colonna di voci, rumori, musiche (tanto ben scelte quanto invadenti), con un montaggio, virtuosistico ma estenuante, della banalità quotidiana del male. Con questo realismo sofisticato, riesce molto bene a dire quello che, con Pileggi, intende dire, restituendo la mafia alla sua verità e spogliandola di ogni aura leggendaria. Ma non riesce a inventare un modo originale: l’esito è ammirevole ma nei limiti di un film tradizionale e noioso che non insidia, all’interno della sua filmografia e della filmografia italo-americana, il primato insuperabile del suo Toro scatenato.

Da Irene Bignardi, Il declino dell’impero americano, Feltrinelli, Milano, 1996


di Irene Bignardi, 1996

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