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rongiu
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martedì 4 gennaio 2011
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un piccolo, grande uomo
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Una donna gravida è una donna che prende in carico al suo interno un nuovo corpo. La donna, durante questo periodo chiamato gravidanza, è in stato di grazia, il più delle volte. Succede, purtroppo, che questo stato di grazia si può trasformare per tantissimi motivi, mentalmente, in una situazione qualitativamente anomala. Cioè la grazia, si perde, trasformandosi prima in dis/grazia e ciò che è stato preso in carico, diventa avversità. Ci sono comunque persone, femmine e maschi, che in situazioni avverse riescono a riorganizzare positivamente la propria vita.
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Una donna gravida è una donna che prende in carico al suo interno un nuovo corpo. La donna, durante questo periodo chiamato gravidanza, è in stato di grazia, il più delle volte. Succede, purtroppo, che questo stato di grazia si può trasformare per tantissimi motivi, mentalmente, in una situazione qualitativamente anomala. Cioè la grazia, si perde, trasformandosi prima in dis/grazia e ciò che è stato preso in carico, diventa avversità. Ci sono comunque persone, femmine e maschi, che in situazioni avverse riescono a riorganizzare positivamente la propria vita. Sono persone resilienti. E gli altri? Perché non riescono ad essere resilienti? Questa risposta è difficilissima da dare. E’ compito degli esperti. Ma qui non sono in un poliambulatorio, non sono un medico, parlo di un film; provo quindi, basandomi solo su esperienze di tipo soggettivo a dare la mia, di risposta. Mancanza di ascolto da parte degli altri. Il mio problema, per me gravissimo, non trova uditori. Ritengo l’ascolto il primo aiuto terapeutico. François Truffaut, regista e sceneggiatore, ci presenta in una Parigi di fine anni ’50 un ragazzino. Ha dodici anni, il suo nome è Antoine Doinel \ Jean-Pierre Léaud / Antoine la prima cosa che ha fatto, non ha chiesto di nascere. Il suo rendimento scolastico non è brillante. Discolo, combina guai, accusato ingiustamente anche delle altrui mancanze, cerca in tutti i modi di attrarre a sé l’attenzione di una mamma, la signora Doinel \Claire Maurier / e del legal padre, il signor Doinel \ Albert Rémy /. Antoine ha un amico, René, con il quale condivide un bel po’ di esperienze non certo educative per ragazzi della loro età. Ed è così che Antoine finirà per… Ma perché? I genitori di Antoine sono resilienti? E le “Istituzioni”? Dov’è finito l’Illuminismo Francese? E la sua pedagogia sperimentale? Quanti bambini, presi in carico da un ventre materno, hanno voglia di vedere la luce? Mah, non possono risponderci e quindi… non lo sapremo MAI. Un gran film che ha vinto una infinita quantità di premi; Il British Film Institute lo ha inserito nella lista dei 50 film più adatti ad un pubblico giovane.
Dimenticavo, Antoine non ha MAI conosciuto il mare. Un giorno... forse.
Good Click!
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ziogiafo
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domenica 28 settembre 2008
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un classico della "nouvelle vague"…
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ziogiafo - I quattrocento colpi, Francia 1959 - Uno dei film più rappresentativi di François Truffaut e della cosiddetta “Nouvelle Vague”, il nuovo stile cinematografico francese, che a partire dal 1959 si propone di catturare "lo splendore del vero" e di riportarlo nei film. Riprendendo con la macchina da presa tutto alla luce naturale del giorno, con attori poco noti, riducendo tutti gli artifici tecnici allo stretto necessario, in modo da avvicinarsi sempre di più alla realtà. François Truffaut è stato uno dei fondatori della Nouvelle Vague, insieme a Jean-Luc Godard ed altri importanti registi. Truffaut, grande estimatore di Roberto Rossellini, rappresenta in questa storia in parte autobiografica, la problematica esistenziale degli adolescenti e lo fa alla maniera del grande regista italiano.
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ziogiafo - I quattrocento colpi, Francia 1959 - Uno dei film più rappresentativi di François Truffaut e della cosiddetta “Nouvelle Vague”, il nuovo stile cinematografico francese, che a partire dal 1959 si propone di catturare "lo splendore del vero" e di riportarlo nei film. Riprendendo con la macchina da presa tutto alla luce naturale del giorno, con attori poco noti, riducendo tutti gli artifici tecnici allo stretto necessario, in modo da avvicinarsi sempre di più alla realtà. François Truffaut è stato uno dei fondatori della Nouvelle Vague, insieme a Jean-Luc Godard ed altri importanti registi. Truffaut, grande estimatore di Roberto Rossellini, rappresenta in questa storia in parte autobiografica, la problematica esistenziale degli adolescenti e lo fa alla maniera del grande regista italiano. Attraverso le vicissitudini del piccolo Antoine Doiniel (Jean Pierre Leaud), che ha un solo interesse nella vita quello di andare a cinema… Truffaut, descrive con una cadenza poetica la difficile vita dei ragazzi parigini, costretti a subire sin dalla prima infanzia le dure regole del riformatorio, che invece di riportarli sulla “retta via” ne aumenta il danno esistenziale. I volti, le espressioni, i discorsi di questi piccoli uomini dilaniati da una realtà che li opprime, sono alla base delle struggenti inquadrature che il regista ci offre con una delicatezza straordinaria, abbracciando l’intimità di queste figure fragili che si protendono verso un futuro incerto ma hanno tanta voglia di ribellarsi ad uno stato sociale che non li comprende. Questo stato d’animo, Truffaut lo racchiude meravigliosamente in una delle ultime sequenze del film, quando Antoine, in seguito all’apparente furto di una macchina da scrivere, finisce in riformatorio da cui scappa per correre verso il mare… un mare che tra l’altro non aveva mai visto. Il regista chiude “I quattrocento colpi” con uno storico “fermo immagine”, sulla suggestiva espressione di Antoine Doiniel che ormai è pronto ad affrontare senza timore quel futuro che prima gli faceva tanta paura, tutto in nome di una libertà conquistata grazie al suo spirito ribelle e alla sua grande voglia di vivere.
Un classico della "Nouvelle Vague"…
Cordialmente, ziogiafo
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diario notturno
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martedì 1 marzo 2005
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psicologicamente fortissimo.
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Questo e' un film il cui ritmo compassato nasconde una potenza tremenda. Scuote. Racconta un pezzo di vita di Antoine Doinel. Ed e' una storia che dai particolari ti fa intravedere, per poi fartela esplodere in faccia, la violenza. La violenza adulta nei confronti dell'infanzia. Violenza quasi mai manifesta fisicamente. Violenza che si cela nell'egoismo adulto, nell'incapacita' di capire, comprendere. Doinel ti ricorda come si poteva vivere realta' e mondi paralleli dove gl adulti non entravano. Ti ricorda la tua infanzia. Ti ricorda come le pretese di ragazzno siano poi molto poche, capaci come sono i bambini di credere ai propri genitori e seguirli, adattandosi. Eppure non bastera' a Doinel per farsi capire, ne' dai genitori, ne' dai maestri, ne' dal mondo "adulto".
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Questo e' un film il cui ritmo compassato nasconde una potenza tremenda. Scuote. Racconta un pezzo di vita di Antoine Doinel. Ed e' una storia che dai particolari ti fa intravedere, per poi fartela esplodere in faccia, la violenza. La violenza adulta nei confronti dell'infanzia. Violenza quasi mai manifesta fisicamente. Violenza che si cela nell'egoismo adulto, nell'incapacita' di capire, comprendere. Doinel ti ricorda come si poteva vivere realta' e mondi paralleli dove gl adulti non entravano. Ti ricorda la tua infanzia. Ti ricorda come le pretese di ragazzno siano poi molto poche, capaci come sono i bambini di credere ai propri genitori e seguirli, adattandosi. Eppure non bastera' a Doinel per farsi capire, ne' dai genitori, ne' dai maestri, ne' dal mondo "adulto". L'interrogatorio di Duanel (non vi svelo le circostanze) e' il momento piu' intenso del film, insieme al finale, quando lui, finalmente.... Film bellissimo., ancora oggi.
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(di eddieche)
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(di tristana)
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luca scialò
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martedì 8 novembre 2011
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le colpe dei genitori ricadono sui figli
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Antoine è un ragazzino trascurato dai genitori, specie la madre, che lo ebbe ancora ragazzina. Antoine così marina la scuola, si diverte con gli amici, senza trovare, al suo ritorno a casa, un tetto genitoriale che lo conduca ad una svolta esistenziale positiva. Anzi, le cose per lui peggiorano, al punto da finire in una sorta di ritormatorio. Ma la divisa e le regole rigide gli stanno proprio strette.
Primo film col botto per François Truffaut, che propone per la prima volta il personaggio di Antoine Doinel (interpretato da Jean Pierre Leaud) che lo accompagnerà a lungo nella sua carriera. Il regista francese narra la storia del vispo Antoine, ponendolo come autentica vittima di genitori poco attenti ed egocentrici.
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Antoine è un ragazzino trascurato dai genitori, specie la madre, che lo ebbe ancora ragazzina. Antoine così marina la scuola, si diverte con gli amici, senza trovare, al suo ritorno a casa, un tetto genitoriale che lo conduca ad una svolta esistenziale positiva. Anzi, le cose per lui peggiorano, al punto da finire in una sorta di ritormatorio. Ma la divisa e le regole rigide gli stanno proprio strette.
Primo film col botto per François Truffaut, che propone per la prima volta il personaggio di Antoine Doinel (interpretato da Jean Pierre Leaud) che lo accompagnerà a lungo nella sua carriera. Il regista francese narra la storia del vispo Antoine, ponendolo come autentica vittima di genitori poco attenti ed egocentrici. Ma anche come agnello sacrificale di quella Francia rigida posta sotto la legida di De Gaulle. Non sappiamo se Antoine si salverà, ma almeno ha visto quel mare tanto agognato e per un pò sarà libero come ha sempre voluto.
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viva_la_vida
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venerdì 28 ottobre 2011
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il cinema della poesia e della bellezza
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L’esordio di Truffaut designava già l’impareggiabile bellezza del suo cinema. Una storia semplice infondo, senza le troppe complicazioni che piacciono al cinema contemporaneo, ma tremendamente intenso nei volti, nei gesti, nelle parole. I Quattrocento Colpi è la storia di un’infanzia sulla quale la bravura del regista non permette giudizi morali, né considerazioni di alcun tipo, perché in effetti non c’è alcun intento etico, nessun messaggio. Nessun buono, nessun cattivo. Solo un ragazzino e il mondo. Un ragazzino dal quale traspare il disagio innato di una vita troppo stretta, senza mai cadere nella denuncia. E il mondo visto con gli occhi del ragazzino, presentato con una fedeltà e una delicatezza esemplari, un mondo grande, immenso, in cui fanno capolino le stravaganti gesta di Antoine.
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L’esordio di Truffaut designava già l’impareggiabile bellezza del suo cinema. Una storia semplice infondo, senza le troppe complicazioni che piacciono al cinema contemporaneo, ma tremendamente intenso nei volti, nei gesti, nelle parole. I Quattrocento Colpi è la storia di un’infanzia sulla quale la bravura del regista non permette giudizi morali, né considerazioni di alcun tipo, perché in effetti non c’è alcun intento etico, nessun messaggio. Nessun buono, nessun cattivo. Solo un ragazzino e il mondo. Un ragazzino dal quale traspare il disagio innato di una vita troppo stretta, senza mai cadere nella denuncia. E il mondo visto con gli occhi del ragazzino, presentato con una fedeltà e una delicatezza esemplari, un mondo grande, immenso, in cui fanno capolino le stravaganti gesta di Antoine. Memorabili alcuni scorci che balenano inaspettatamente nel flusso narrativo, primo tra tutti la scena al teatro delle marionette, quando Truffaut si sofferma sui bambini, sulle loro voci apprensive, i loro occhi sorpresi, i volti scavati dalle emozioni. Una poesia simbolista che tradisce un amore del regista per la bellezza pura, un’arte di fronte alla quale tacere e ammirare e ricordare la bellezza. Il minimalismo della nouvelle vague non può che adagiarsi su questo terreno così fertile, da cui traspare la grottesca interiorità dei personaggi in relazione al mondo. Le emozioni non sono mai esplicite, ma si imprimono inesorabili nello spettatore. È il cinema della poesia, dell’arte taciuta e gridata, della bellezza. Un cinema senza pari.
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fedeleto
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venerdì 11 novembre 2011
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voglia di liberta'
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Non e' una famiglia che offre molto quella di antoine doinel.Il ragazzo frequenta una scuola severa e vive la giornata con monotonia.Non appena decide di cambiare le cose evitando la scuola e scappando si mettera' nei guai,rubando una macchina da scrivere ,e li' i genitori lo abbandoneranno al suo destino in riformatorio,ma antoine nonostante tutto scappera' ,correndo sul mare trovando forse per la prima volta il vero senso di liberta',anche se non appare come se lo immaginava.L'esordio di francois truffaut e' sicuramente poetico e neorealista,e non mancano simbolismi tecnici ottimi(la macchina da presa che all'inizio dei titoli d'apertura inquadra parigi dal basso ovvero la parigi vista dal piccolo antoine),ed inoltre la tematica dell'innocenza adolescenziale(antoine compie atti sbagliati ma ha il coraggio di dirlo,la madre tradisce il compagno e invece lo nasconde nonostante antoine lo sappia) rapportata al mondo adulto cinico e disinteressato che arriva persino ad abbandonarlo al riformatorio.
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Non e' una famiglia che offre molto quella di antoine doinel.Il ragazzo frequenta una scuola severa e vive la giornata con monotonia.Non appena decide di cambiare le cose evitando la scuola e scappando si mettera' nei guai,rubando una macchina da scrivere ,e li' i genitori lo abbandoneranno al suo destino in riformatorio,ma antoine nonostante tutto scappera' ,correndo sul mare trovando forse per la prima volta il vero senso di liberta',anche se non appare come se lo immaginava.L'esordio di francois truffaut e' sicuramente poetico e neorealista,e non mancano simbolismi tecnici ottimi(la macchina da presa che all'inizio dei titoli d'apertura inquadra parigi dal basso ovvero la parigi vista dal piccolo antoine),ed inoltre la tematica dell'innocenza adolescenziale(antoine compie atti sbagliati ma ha il coraggio di dirlo,la madre tradisce il compagno e invece lo nasconde nonostante antoine lo sappia) rapportata al mondo adulto cinico e disinteressato che arriva persino ad abbandonarlo al riformatorio.Pertanto il film rappresenta un finale eccezionale dove antoine fugge lungo il mare scappando dal riformatorio vedendo quel mare che non aveva mai visto,ma si sa che quello che immaginiamo spesso non corrisponde alla realta'.
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reservoir dogs
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sabato 30 ottobre 2010
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una corsa verso la comprensione
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Antoine Doinel è un bambino come tanti della Parigi degli anni 50', bigia la scuola per andare al cinema e non ha buoni rapporti con i genitori nonostante li aiuti nei piccoli lavori quotidiani.
Il ragazzo è alla continua ricerca d'affetto da parte dei genitori che non lo considerano molto un pò per le sue marachelle a scuola un pò per i loro problemi personali; il padre prende tutto poco sul serio, la madre rimpiange la sua giovinezza ed ha un amante.
Il piccolo Antoine ruberà "frammenti" di Balzàc e una macchina da scrivere per l'approvazione dei più "grandi", ma gli adulti che siano genitori o che siano maestri sembrano aver dimenticato di esser stati bambini decidendo così di spedirlo in riformatorio.
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Antoine Doinel è un bambino come tanti della Parigi degli anni 50', bigia la scuola per andare al cinema e non ha buoni rapporti con i genitori nonostante li aiuti nei piccoli lavori quotidiani.
Il ragazzo è alla continua ricerca d'affetto da parte dei genitori che non lo considerano molto un pò per le sue marachelle a scuola un pò per i loro problemi personali; il padre prende tutto poco sul serio, la madre rimpiange la sua giovinezza ed ha un amante.
Il piccolo Antoine ruberà "frammenti" di Balzàc e una macchina da scrivere per l'approvazione dei più "grandi", ma gli adulti che siano genitori o che siano maestri sembrano aver dimenticato di esser stati bambini decidendo così di spedirlo in riformatorio.
Qui verrano presa la sua giovinezza, le sue impronte e le sue foto per essere schedato come un criminale.
Subirà un interrogatorio da una psicologa perchè incompreso quindi "disturbato" in cui la cinepresa non riprende mai chi lo interroga alimentando così nello spettatore il senso d'ansia.
Appena avrà l'opportunità il bambino fuggirà dal riformatorio per andare a vedere il mare che non aveva mai visto.
Memorabile la sequenza finale della corsa "assieme" alla camera-car dove si ha la sensazione di fuggire assieme a lui da un mondo che non comprende e in un certo senso non lo vuole comprendere.
Considerato il manifesto della Nouvelle Vauge, è forse il film più autobiografico di Truffaut.
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molinari marco
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mercoledì 10 agosto 2011
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la dura arte di essere compresi
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Vi sono differenti tipi di cinema. Vi è il cinema spettacolare delle grandi produzioni, il cinema commerciale senza alcuna pretesa artistica, i B- movie che fanno tanto gola agli pseudointenditori, il cinema di genere e via dicendo. E poi vi è il cinema d’autore, vale a dire quel tipo di cinema dove la mano del regista tutto ad un tratto è diventata più importante degli attori che vi recitano. Ed è proprio grazie ai Quattrocento colpi di Truffaut, un film che pur non essendo tra i primi lavori della Nouvelle Vague ha comunque contribuito alla sua diffusione in tutto il mondo, che un tale cinema ha iniziato ad aver maggior fortuna nei circuiti cinematografici. Una trama quasi inesistente e dei personaggi ben delineati che si muovono su uno sfondo che lo spettatore riconosce immediatamente come suo sono gli ingredienti principali che hanno fatto di questo film un classico.
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Vi sono differenti tipi di cinema. Vi è il cinema spettacolare delle grandi produzioni, il cinema commerciale senza alcuna pretesa artistica, i B- movie che fanno tanto gola agli pseudointenditori, il cinema di genere e via dicendo. E poi vi è il cinema d’autore, vale a dire quel tipo di cinema dove la mano del regista tutto ad un tratto è diventata più importante degli attori che vi recitano. Ed è proprio grazie ai Quattrocento colpi di Truffaut, un film che pur non essendo tra i primi lavori della Nouvelle Vague ha comunque contribuito alla sua diffusione in tutto il mondo, che un tale cinema ha iniziato ad aver maggior fortuna nei circuiti cinematografici. Una trama quasi inesistente e dei personaggi ben delineati che si muovono su uno sfondo che lo spettatore riconosce immediatamente come suo sono gli ingredienti principali che hanno fatto di questo film un classico. Antoine Doinel è un ragazzino che sin dalla prima scena è costretto a fare i conti con un mondo che vuole emarginarlo e che pare disposto soltanto a punirlo per dei crimini di cui non è colpevole, o per lo meno dei quali non è più colpevole rispetto a tutti quelli che gli gravitano intorno. Quello che viene portato in scena è il dramma universale dell’uomo che viene da subito educato a sottomettersi ad alcune regole che sembrano state fatte appositamente per sottrargli la felicità, e dalle quali l’unica possibilità di salvezza è costituita dalla fuga. Una fuga molto simile a quella di Antoine verso il mare, ovvero lontano dalla terraferma dove l’uomo ha avuto la meglio sulla natura. Il mare inteso, quindi, come luogo incontaminato ed in cui è possibile assaporare per qualche attimo l’essenza più intima della libertà, insieme all’illusione di potercela fare anche da soli in barba a tutto e a tutti. Una fuga che però, a ben guardare, può avere come destinazione finale solo l’utopia e che ci costringe il più delle volte a fare un passo indietro e a guardarci in faccia (il mirabile fermo immagine con cui si conclude quest’opera), forzandoci a ritornare nel grembo matrigno della società. Una società non disposta ad udire voci fuori dal coro: l’unica persona che si ferma ad ascoltare Antoine è un’assistente sociale, vale a dire una che è pagata per farlo e dalla quale bisogna guardarsi bene da cosa dire se non si vuole andare incontro ad ulteriori punizioni. Una società, infine, dedita al vizio di rilegarci in uno spazio sempre più piccolo ed angusto, e dal quale è impossibile assaporare la vera vita. Significativa, in tale direzione, è la tecnica visiva adottata da Truffaut che ci permette di notare come ad Antoine venga di volta in volta tolto sottratto sempre più spazio: in aula viene rilegato dietro la lavagna, in casa viene sistemato in uno spazio a dir poco asfissiante, per poi arrivare agli stretti corridoi del commissariato in cui si infrangono le speranze di Antoine di assaporare le bellezze della capitale francese. Indimenticabile, quindi, risulta l’espediente di farci osservare Parigi (presumibilmente la città più bella del mondo) da dietro le sbarre del cellulare della polizia che sta portando Antoine in riformatorio. Un’opera in grado di mettere in risalto sentimenti universali (chi non è mai stato vittima di un’ingiustizia?), attraverso dei personaggi ben delineati sotto il profilo psicologico (non a caso il riferimento a Balzac) e che è stata premiata con la Palma d’Oro al Festival di Cannes del 1959.
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fabio leone
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domenica 30 ottobre 2005
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al primo limitar di gioventù...
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Le prime, deliziose inquitudini di un piccolo essere umano...
un bambino!...forse...troppo (o troppo poco) ragazzino per essere regimato come tutti gli altri.
La psicologia evolutiva sovente "decaloga" troppo facilmente le fasi della crescita; ancor peggio ferrata si confessa nei confronti dei cambi di registro.
Al "limitar di gioventù", in quella breve stagione, in quei pochi giorni in cui un bambino prende ingenuamente le redini del gioco della vita (Antoine) accadono quelle minuscole cose incredibili (degne di una sceneggiatura di un film) i cui meccanismi spesso arrovellano il rachitico raziocinio dell'educatore.
Antoine, una volta "classificato" (prima a scuola e poi al riformatorio) non ha scelta:
scappa.
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Le prime, deliziose inquitudini di un piccolo essere umano...
un bambino!...forse...troppo (o troppo poco) ragazzino per essere regimato come tutti gli altri.
La psicologia evolutiva sovente "decaloga" troppo facilmente le fasi della crescita; ancor peggio ferrata si confessa nei confronti dei cambi di registro.
Al "limitar di gioventù", in quella breve stagione, in quei pochi giorni in cui un bambino prende ingenuamente le redini del gioco della vita (Antoine) accadono quelle minuscole cose incredibili (degne di una sceneggiatura di un film) i cui meccanismi spesso arrovellano il rachitico raziocinio dell'educatore.
Antoine, una volta "classificato" (prima a scuola e poi al riformatorio) non ha scelta:
scappa...e si ritrova di fronte un marte mai visto. 5 stelle
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[+] della fanciullezza ricordo il dolore
(di therese)
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exitplanetdust
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domenica 8 febbraio 2009
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il mistero dell'infanzia
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Il bambino non può essere con-preso. Può essere rappresentato, ma con lo sguardo necessariamente adulto (Rossellini docet). Truffaut può riflettersi, rispecchiarsi in un alter-ego qui ancora poco più che bimbo. Ma questo è uomo e bambino assieme, è una creatura in metamorfosi, e come ogni creatura in metamorfosi, genera orrore, nella sua sfuggevolezza: l'orrore dell'ignoto, per l'appunto, che insieme ci attrae irresistibilmente, e ci atterra. Sfuggevolezza qui tematizzata, problematizzata, oltre che letterale: Antoine scappa sempre, trova costitutivamente una via d'uscita, VIVE in tale via, cioè, in un processo; non è, chiaramente, uno stato (quindi, uno Stato); per sua natura, non può esserlo.
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Il bambino non può essere con-preso. Può essere rappresentato, ma con lo sguardo necessariamente adulto (Rossellini docet). Truffaut può riflettersi, rispecchiarsi in un alter-ego qui ancora poco più che bimbo. Ma questo è uomo e bambino assieme, è una creatura in metamorfosi, e come ogni creatura in metamorfosi, genera orrore, nella sua sfuggevolezza: l'orrore dell'ignoto, per l'appunto, che insieme ci attrae irresistibilmente, e ci atterra. Sfuggevolezza qui tematizzata, problematizzata, oltre che letterale: Antoine scappa sempre, trova costitutivamente una via d'uscita, VIVE in tale via, cioè, in un processo; non è, chiaramente, uno stato (quindi, uno Stato); per sua natura, non può esserlo. Il celebre fermo-immagine lo inquadra definitivamente, lo con-gela, lo con-stringe e lo con-segna, nel finale: il tempo passa, lo spirito leggero, guizzante, sbarazzino, ancora non con-stretto, dell'infanzia è destinato a soccombere? Sì. E no. Vive nei sogni, vive DEI sogni, così come il Cinema. Potremmo dire: il Cinema E' il *mistero dell'infanzia*. Cessa solo laddove il Cinema rinunzia al proprio tratto fondante: in altre parole, per fortuna, il Cinema NON E' fermo-immagine: è immagine-movimento (e/o, immagine-tempo).
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[+] ha ragione bernanos
(di diletta di donato)
[ - ] ha ragione bernanos
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