L'opera prima della regista francese Mélisa
Godet. Espandi ▽
Alla Maison des femmes, alle porte di Parigi, c’è una squadra di donne che accoglie, ascolta, cura, assiste altre donne, che subiscono o hanno subito violenza, per aiutarle a ritrovare la libertà e a riprendersi il diritto di scegliere autonomamente riguardo alla propria vita e al proprio corpo. In questo luogo speciale, Diane, Manon, Inès, Awa, con le colleghe e i colleghi, combattono tutti i giorni contro la mancanza di fondi pubblici e lo spettro della chiusura, ma anche contro la stanchezza, le ricadute, la sensazione d’impotenza, e perfino una pandemia, cercando di ricostruire il coraggio e il futuro delle donne che lo hanno perso, e anche dei loro figli, che della violenza domestica sono sempre vittime collaterali.
“Nominare significa svelare, e svelare significa già agire”, scriveva Simone de Beauvoir, e ci sembra di leggere un’intenzione di questo tipo dietro al primo film di Mélisa Godet, ispirato alla vera esperienza della Casa delle Donne di Saint Denis, fondata nel 2016 dalla ginecologa Ghada Hatem. La violenza, quella vera, resta fuori scena: se ne avverte il peso, la pervasività, la minaccia mortale, ma il film si fa in primo luogo promotore di un messaggio di costruzione e ricostruzione, e se il valore divulgativo, in alcuni punti, ha la meglio su altri aspetti del racconto si tratta di un valore incontestabile, che val bene la messa all’angolo dello spettacolo, e anzi, in un certo senso, la esige. Un esordio sentito e coinvolgente, che esplora il suo drammatico oggetto in maniera empatica, corale e concreta, perché è solo così che si può (e si deve) affrontare.