
Nemes torna con la storia di un ragazzo nell’Ungheria comunista alla ricerca del proprio genitore. In concorso alla Mostra di Venezia.
di Giancarlo Zappoli
Andor cresce nell’Ungheria del secondo dopoguerra e, dopo il tentativo di rivolta represso nel sangue del 1957, si ritrova a confrontarsi con la memoria di un genitore così come gli viene raccontata dalla madre e un altro uomo che pretende di esserne il padre biologico.
László Nemes torna ad affrontare tematiche che ben conosce portando sullo schermo situazioni vissute dalla sua famiglia, “che ha attraversato”, come dichiara, “le devastazioni dell’Olocausto e la tirannia del regime comunista”. Sa ricostruire con grande finezza filologica quegli anni e, soprattutto, il clima che un essere umano in formazione poteva respirare.
Il giovane attore protagonista è molto abile nel continuare a tenere alta la tensione nei rapporti che intrattiene sia con gli adulti che con i coetanei. La società in cui sta crescendo si presenta, anche grazie ad interessanti scelte di illuminazione e di ripresa, come sfaldata e priva di una consistenza che non sia quella dettata da un ordine imposto dall’alto. Andor ha bisogno di un modello positivo a cui ispirarsi. Un modello che non riesce a trovare anche se lo cerca disperatamente.