| Anno | 2025 |
| Genere | Documentario, |
| Produzione | Italia, Bosnia-Herzegovina |
| Durata | 83 minuti |
| Al cinema | 2 sale cinematografiche |
| Regia di | Massimiliano Battistella |
| Uscita | domenica 1 marzo 2026 |
| Tag | Da vedere 2025 |
| Distribuzione | Kama Productions |
| MYmonetro | 3,84 su 4 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 18 febbraio 2026
Mirela, 40enne bosniaca a Rimini, torna a Sarajevo e al Dom Bjelave: qui, tra amici d'infanzia, affronta il passato segnato dalla guerra. Dom è 74° in classifica al Box Office, ieri ha incassato € 448,00 e registrato 979 presenze.
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CONSIGLIATO SÌ
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Mirela, quarantenne bosniaca, vive a Rimini con il compagno e i due figli. Spinta da un passato irrisolto, torna a Sarajevo, dove ha vissuto fino all'età di dieci anni all'orfanotrofio Dom Bjelave. Evacuata su un convoglio umanitario allo scoppio della guerra, ritrova ora gli amici d'infanzia. Il suo viaggio si trasforma in una ricerca della madre, e di se stessa, che la conduce al villaggio montano dove era nata, nella Republika Srpska, per recuperare il certificato di nascita.
A 30 anni esatti dall'Accordo di Dayton per la pace in Bosnia ed Erzegovina, il documentario racconta la difficoltà della rielaborazione delle ferite della guerra.
C'è un senso perenne di struggente malinconia in Dom di Massimiliano Battistella che sceglie di racchiudere in uno spazio, ancora più delimitato e in qualche modo chiuso, quello del formato 4:3, la storia di Mirela, trapiantata in Italia a 10 anni per salvarla, insieme ad altri 66 bambini, dal conflitto in atto a Sarajevo nel 1992. «Perché sono andata via, perché non ho potuto decidere io?» si chiede nel film che non può dare delle risposte se non mostrare, attraverso una storia apparentemente particolare, oltretutto di tanti anni fa, l'estrema attualità universale dell'orrore della guerra che, se non ti uccide subito, crea ferite, anche psicologiche, che possono durare tutta la vita. Dom lavora dunque su due binari attraverso il montaggio preciso di Desideria Rayner con Giampiero Civico, quelli del passato attraverso filmati d'archivio della Sarajevo assediata, e quelli del presente con Mirela, quarantenne, che lascia temporaneamente il compagno e i due figli a Rimini per intraprendere un viaggio doloroso e necessario alla sua Sarajevo. Lì rivede l'orfanotrofio del titolo, Dom Bjelave, e ritrova, tra gli altri, Amela, la sua migliore amica.
Il viaggio prosegue fino a Gorazde, una delle città simbolo degli orrori della guerra in Bosnia, alla ricerca di se stessa, delle scelte della madre, della terra profonda da cui si proviene. In questo senso il regista puntella il suo documentario, in cui utilizza il metodo dello psicodramma applicato in fase di riprese con la collaborazione della psicodrammaturga Lisa Pazzaglia, sia dei filmati, anche familiari come quelli struggenti del capodanno del 1992 e '93, dell'epoca ma anche delle musiche, spesso diegetiche oltre a quelle del compositore bosniaco Nedim Zlatar, in cui la città di Sarajevo viene celebrata in tutte le sue forme perché, come recita una canzone, «tu sei la mia anima». È un 'nazionalismo' salutare, quello di identificare le proprie radici per capire chi si è e da dove si viene. Magari anche un po' per crogiolarsi nell'idea delle "sliding doors" e fantasticare su che cosa sarebbe stata la sua vita se fosse rimasta a Sarajevo. Mentre invece i versi di "Romagna mia" accompagnano sia le sue prime settimane in Italia che il suo presente a Rimini ben fotografato da Emanuele Pasquet con i due figli e il loro futuro.
La guerra non è mai solo distruzione, non si limita a prendere d'assedio una città, in questo caso Sarajevo, e a bombardarla ogni giorno, tutti i giorni, privando i suoi abitanti - lentamente, inesorabilmente - di tutto quello che serve per sopravvivere (pensiamo a Gaza e il quadro risulta chiaro). La guerra è anche, sempre, sradicamento; perdita del proprio centro e proiezione centripeta, tentativo [...] Vai alla recensione »