Il condominio dei cuori infranti

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Un film di Samuel Benchetrit. Con Isabelle Huppert, Gustave Kervern, Valeria Bruni Tedeschi, Tassadit Mandi, Jules Benchetrit.
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Titolo originale Asphalte. Commedia drammatica, Ratings: Kids+13, durata 100 min. - Francia, Gran Bretagna 2015. - Cinema uscita giovedì 24 marzo 2016. MYMONETRO Il condominio dei cuori infranti * * * - - valutazione media: 3,32 su 36 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Asphalte Valutazione 3 stelle su cinque

di ninoraffa


Feedback: 3432 | altri commenti e recensioni di ninoraffa
mercoledì 31 maggio 2017

 Non sempre nomen omen, ma in questo caso cerchiamo proprio di dimenticare il melodrammatico titolo italiano Il condominio dei cuori infranti, per concentrarci sull’originale Asphalte. (Perché poi il distributore abbia prodotto tale ardita traduzione al supposto scopo di promuovere le vendite, dice molto sulla sua idea di pubblico.) 
Ambientato in chiave surreale nel condominio di una banlieue francese, fatiscente insieme al prevedibile circondario, il film di Benchetrich intreccia con rigore tre (più una) storie rappresentative della commedia umana.
La sgangherata liaison tra due malati sul retro dell’ospedale: il misantropo Sternkowtize e una stranita infermiera (Valeria Bruni Tedeschi perfetta per la parte); le improbabili foto, false ma verissime, della polaroid con cui lui si spaccia fotografo; lo spaesamento, forse mai provato prima, d’incontrarsi e rivelarsi.
L’amore universale della magrebina Hamida: il suo essere madre di tutti. Le sigarette regalate ai secondini che le vietano di visitare il figlio carcerato; l’accoglienza familiare – mediterranea, con tanto di cous-cous – all’improbabile astronauta americano Mckenzie, piombato in terrazza direttamente dallo spazio col suo bizzarro linguaggio; l’affettuoso slancio di questi nel ripararle lo scarico del lavandino, che continuerà comunque a perdere, perché nella banlieue anche la NASA trova i suoi insuperabili limiti tecnici.
L’amicizia tra Jeanne, attrice non più giovanissima precocemente dimenticata, e Charly, un liceale lasciato sempre solo dalla madre. Guardano insieme una vecchia pellicola in bianco e nero, dolorosa per lei e insignificante per lui; preparano la parte per un film che lei non reciterà mai. Comunque nella stessa stanza, non dietro due portoncini chiusi uno contro l’altro sul pianerottolo.
La quarta storia infine. Il fallimento. I due ragazzi seduti sulle scale dell’androne vedono solo l’asfalto dello squallido viale davanti a loro, e probabilmente sanno da dove viene lo strano rumore che incuriosisce gli altri. Conoscono le brutture del mondo, non nutrono curiosità e non si fanno illusioni. Stanno in terrazza a fumare, scende davanti a loro qualcuno dal cielo, e la cosa non li riguarda.
Una nota sinistra, un cattivo rumore metallico riecheggia ogni tanto nel film, ma alcuni dei personaggi la percepiscono come musica, come una specie di benevolo richiamo. Il cigolio di un cassone non è una melodia, l’asfalto non è un prato; ma sentire la bellezza nel suo opposto significa superare le proprie circostanze. Essere vivi, ovvero custodire ancora una fiammella d’immaginazione – di creazione – a separarci dalla morte. Morte dell’anima nella miseria materiale della periferia, come nelle infinte periferie dello spirito che possono imprigionarci da qualsiasi parte.
Samuel Benchetrit è abile nel maneggiare situazioni e personaggi in tanti finali aperti. Tratto da un testo autobiografico dello stesso regista, Asphalte sembra raccontarci, lungo un amaro filo d’ironia, quanto la salvezza – una zoppicante salvezza, comunque provvisoria – passi attraverso l’incontro con le persone giuste.
Figura grottesca e patetica, Sternkowtiz in una delle scene simbolo fa l’umano miracolo di alzarsi dalla sedia a rotelle e camminare; forza la gabbia (intima) dell’ascensore e si avvia con andatura sghemba verso l’appuntamento con la sua infermiera. Forse non è un caso che gl’incontri riusciti del film siano fortemente asimmetrici: nonostante le diversità essenziali, in qualche modo possiamo incastrare le nostre strane membra in una forma nuova e (un po’) migliore. 
 

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