L'intrepido

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Un film di Gianni Amelio. Con Antonio Albanese, Livia Rossi, Gabriele Rendina, Alfonso Santagata, Sandra Ceccarelli Commedia, durata 104 min. - Italia 2013. - 01 Distribution uscita giovedì 5 settembre 2013. MYMONETRO L'intrepido * * 1/2 - - valutazione media: 2,55 su 70 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Il gioco del rimpiazzo Valutazione 3 stelle su cinque

di Eugenio


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giovedì 2 gennaio 2014

Nella pulsante Milano, colma di luci e di altrettanti ombre esiste un substrato di lavoratori che “sopravvive” con lavori stagionali, spesso in nero e sottopagati in condizioni ultra-precarie privi di sicurezza e stabilità.
E’ una pagina di cronaca scottante che non coinvolge soltanto lavoratori extra-comunitari ma anche (e soprattutto) in quest’ultimo periodo italiani. Gente che prima disponeva di una vita sufficientemente agiata, un lavoro e una famiglia si trova improvvisamente costretta dalla crisi ad abbandonare i propri progetti, sogni e speranze affogando giorno dopo giorno nella disperazione più nera. In pratica, cessa di vivere pur vivendo.
Di storie così il cinema abbonda e non suona originale l’ultimo film in concorso al precedente festival del cinema di Venezia di Gianni Amelio L’intrepido incentrato sulla figura di Antonio Pane, emblema del precariato all’ennesima potenza che ogni giorno sostituisce i “titolari, quelli che un posto di lavoro l’hanno ancora, nelle loro mansioni quotidiane. Un supplente tuttofare assunto e licenziato anche solo dopo una mezza giornata in grado di eseguire opere di muratura, di guidare un tram, di lavare piatti, di usare una vecchia Singer per opere di cucitura per poi rincasare stanco in un bilocale di ringhiera affacciato direttamente sulla stazione e di mettersi costantemente a studiare alla ricerca di un futuro migliore.
La precarietà dell’esistenza di Antonio è riflessa negli affetti familiari, figli di una solitudine e di una frammentarietà avuti luogo dopo la separazione dalla moglie che ha scelto qualcuno con un futuro assai più roseo, un imprenditore nel campo delle scarpe. A questi si aggiunge la delicata condizione del figlio  per fortuna non più adolescente ma comunque ansioso e fragile per gli studi al conservatorio da sassofonista di contralto; un figlio che malgrado la sua precarietà si prende teneramente cura del padre che immancabilmente rifiuta ogni sostegno economico.
Perché Antonio Pane (interpretato da un Antonio Albanese più oscuro e drammatico del solito) è un uomo coerente, moralmente dignitoso, sempre col sorriso sulle labbra, fiducioso in quel genere umano che spesso non sembra ripagarlo della sua benevola intenzione. Generoso d’animo, Antonio, durante un concorso pubblico, conosce Lucia, la sua “controparte” specchio delle determinazione professionale dei giovani under 30 definiti choosy dal ministro Fornero, incapaci di poter trovare aspirazioni professionali consone ai propri studi ma non per questo rinunciatari e impotenti. Lucia accetta il conforto di Antonio, le due anime paiono congiungersi, trovare un punto di incontro comune, in un connubio che malgrado le buone intenzioni iniziali, non sarò mai propriamente goduto.
Amelio abbandonati i riferimenti letterari esistenzialisti del Primo uomo  di Camus, traccia il ritratto denigrante di un’Italia sull’orlo di un abisso di cui pare non scorgersi il fondo, un’Italia di gente senza scrupoli, arrivisti venditori di fumo (come il nuovo compagno della moglie di Antonio) ma anche di lavoratori indefessi e disciplinati.
Albanese, nel suo one-man-show è abile nel conferire al personaggio una giusta aurea mediocritas senza scadere nel pathos o , peggio ancora, nella sua pietà ma la sua verve qui è schiava di una sceneggiatura caratterizzata da troppe “ombre”. Ombre nel voler confondere la dimensione provata affettiva sia familiare che non col contesto sociale, nel muovere il protagonista attraverso un dedalo di macchiette talvolta senza la giusta contestualizzazione, nel voler spostare senza un preciso schema logico l’attenzione sulla “storia alternativa” del figlio studente e delle sue paturnie esistenziali al concerto.
Le premesse c’erano e per buona parte del primo tempo, il film appare un’intelligente e costruttiva analisi sulla condizione dei quarantenni disoccupati d’oggi ma l’attenzione via via scema nella ripetizione stancante di lavoretti instabili o di fugaci quanto amare amicizie, un aspetto che la sceneggiatura non fa che evidenziare negativamente.
Mezza stella in più per la bravura di Albanese e per la fotografia di una Milano livida,dura e operaia. Ma è troppo poco. Peccato. 

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