L'intrepido

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Un film di Gianni Amelio. Con Antonio Albanese, Livia Rossi, Gabriele Rendina, Alfonso Santagata, Sandra Ceccarelli Commedia, durata 104 min. - Italia 2013. - 01 Distribution uscita giovedì 5 settembre 2013. MYMONETRO L'intrepido * * 1/2 - - valutazione media: 2,55 su 70 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   
boyracer martedì 10 settembre 2013
milano (italia) da ricostruire. Valutazione 3 stelle su cinque
79%
No
21%

Gianni Amelio è un grande regista, Antonio Albanese un grande attore (prima ancora che comico), su questi due dati di fatto, due ovvietà, potremmo azzardare, crediamo non si possano avere dubbi. Dal loro incontro non poteva che nascere un grande film… Eppure c’è qualcosa che non torna in questo pur buon lavoro, qualcosa che lascia l’amaro in bocca e la classica impressione di occasione sprecata. L’idea di partenza, il soggetto, è certamente azzeccata: Antonio, il protagonista (Albanese), è un lavoratore molto atipico, rimpiazza gli altri quando per qualsiasi motivo non possono recarsi sul luogo di lavoro, ma nemmeno possono restare assenti, neanche per malattia (perché magari non è contemplata nel contratto… quando il contratto c’è!). [+]

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lucyelisa lunedì 9 settembre 2013
film interessante Valutazione 3 stelle su cinque
66%
No
34%

Gianni Amelio, con la grande sensibilità che caratterizza tutta la sua produzione artistica , affida la rappresentazione della tragedia umana della disoccupazione , dello sfruttamento e della precarietà alla splendida interpretazione di Antonio Albanese, attore eclettico e versatile , capace di passare dal cinismo e rozzezza di Cettolaqualunque alla delicatezza , ingenuità e sensibilità di Antonio Pane, un uomo buono e generoso , maestro elementare privo di stabile occupazione ( separato dalla moglie ) che fa di mestiere il "rimpiazzo" ma con levità, motivazione , serietà e senza autocommiserarsi , sullo sfondo di una Milano plumbea con una efficace fotografia . Riaffiorano i temi cari ad Amelio , la realtà dell'Albania ( "Lamerica" ) i rapporti tra padre e figlio ( "le chiavi di casa" ) ed ,in genere ,l'inquietudine giovanile, ma i due giovani protagonisti , mi sembrano appena abbozzati rispetto al protagonista e le sequenze risultano un po' slegate e scarsamente omogenee ; ne risulta un ritmo narrativo piuttosto lento e cupo ,senza sussulti , con un risultato complessivo di una certa pesantezza che nuoce all'originalità dell'idea di fondo ed alla memorabile performance del protagonista. [+]

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tiberiano domenica 22 settembre 2013
una fiaba amarissima Valutazione 2 stelle su cinque
86%
No
14%

Antonio Pane sembra uscito da una fiaba di altri tempi, tanto è improbabile il personaggio interpretato da Albanese, qui in un ruolo per nulla comico o grottesco. Ingenuo a livelli patologici, portato ad aiutare gli altri senza chiedere nulla in cambio, magari mettendoci pure di tasca sua. Disponibile a oltranza anche sul piano lavorativo, sa far tutto, ma senza tutele, diritti o pretese. Una specie di tappabuchi factotum, per incarichi di basso profilo, a breve termine e a costo quasi nullo. il profilo ideale del lavoratore dipendente nel XXI secolo, se vuol esserci una metafora ideologico-sociale, in questo film. Una macchietta amarissima, come tutta la storia, ambientata in una Milano crepuscolare, decadente, periferica e proletaria, assai ben resa dalla fotografia di Bigazzi. [+]

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lisa casotti venerdì 4 ottobre 2013
pane albanese Valutazione 2 stelle su cinque
72%
No
28%

Mi è parso un film inutile di cui mi è sfuggito il significato. Non mi sembra nemmeno si possa definire un discorso sulla precarietà visto che il protagonista sceglie di fare il “rimpiazzo a ore” quasi per vocazione (lo dichiara nel dialogo che ha con Lucia). A voler pensare bene e a dirne fin troppo bene: Antonio Pane sostituisce gli altri per aiutarli a realizzarsi, o almeno questo suggerisce il finale, quando motiva il figlio a reagire. Ma a parte quel poco di tenerezza che ispira, retto e caparbio nel cercare il lato positivo e abituato a comunicare con perle di saggezza, il suo sguardo incantato sul mondo non basta a riempiere i vuoti di senso e men che meno a spazzare le brutture del reale. [+]

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mangiaracina lunedì 9 settembre 2013
albanese, buddista per caso Valutazione 4 stelle su cinque
54%
No
46%

Nel '71 Elio Petri realizzava "La classe operaia va in paradiso" denunciando il lavoro maledetto, vissuto con rabbia, quello alienante della catena di montaggio nell'era delle rivendicazioni sindacali per i dirirtti e la sicurezza. Dopo quasi mezzo secolo Gianni Amelio realizza un'opera pregevole che coglie il segno dei tempi con una rara apologia del lavoro al tempo della crisi, un lavoro desiderato in tutte le sue forme che non è più fatica ma autorealizzazione, che non logora ma nobilita davvero. Il protagonista (Antonio Albanese) lavora per il piacere non per il dovere, e in ogni lavoro trova l'autorealizzazione, la voglia di "farsi la barba tutte le mattine". [+]

[+] tu che ne sai dei buddisti? (di giofredo')
[+] per la sua leggerezza? (di gianmaurizio)
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riccardo tavani venerdì 10 gennaio 2014
misconosciuto ma destinato alla rivalutazione Valutazione 4 stelle su cinque
60%
No
40%

 

Amelio ci mostra, senza falsa retorica, la nuda, cruda realtà della condizione di lavoro, e dunque di esistenza, di un’intera generazione. Anzi, dovremmo dire, di un’intera macro-generazione, in quanto non è più soltanto l’ultima generazione, ovvero quella dei più giovani. No, è un attraversamento di strati diversi di fasce di età, fino alla più adulta, se pensiamo alla beffa crudele inferta ai cosiddetti esodati, ovvero a coloro che, in procinto di andare in pensione, sono stati privati di ogni reddito e lasciati nudi alle nuove forme di intemperie sociali.  Una cross-generazione per la quale, considerati gli elevati livelli di istruzione, è stato coniato il termine di cognitivato, in sostituzione di quello orami obsoleto di proletariato. Solo la fame, sia quella di giustizia che quella fisica, materiale, con i suoi morsi allo stomaco vuoto, rimane la stessa. Antonio Pane, questo il nome del personaggio interpretato magistralmente da Albanese, fa di mestiere il rimpiazzo. Lui rimpiazza quella moderna forma impermanente e polivalente di figura lavorativa che è il precario. Il suo cognome già lo dice: il pane si accompagna con qualsiasi tipo di companatico. Inoltre, il vocabolo pan, in greco antico, significa anche tutto, che sta dappertutto. Il suo livello di cultura è tale che in uno di quei concorsi monstre con migliaia di concorrenti, è in grado di compilare in pochi minuti e senza nessun errore le centinaia di quiz sottoposti e di consegnarli, segnalando ai professori addetti le scorrettezze linguistiche che essi contenevano. Il film ci mostra una congerie di lavori ad alta instabilità dei quali non avremmo immaginato neanche l’esistenza, né le assurde modalità di esecuzione. È il tema questo dell’estrema flessibilità, indifferenziazione di ruoli e prestazioni alle quali è sottoposto il macro-cognitivato contemporaneo. Più generica, immediatamente rimpiazzabile è la prestazione, più dura è la condizione di sfruttamento, sotto retribuzione e umiliazione di questa cross-generazione acculturata e raffinata nei sentimenti, nei desideri e nelle idee. A una condizione senza più dio né tetto né legge corrispondono anche lavori di questa risma fuori ormai di ogni norma etica e morale. Una condizione imposta brutalmente quanto illegalmente dal capitale finanziario e monetario, ben rappresentato in una scena del film, come uno strabiliante ammasso di belle scatole vuote nel sottoscala di un negozio di scarpe nel quale L’uomo, come la scatola, la confezione deve apparire bello, infiocchettato ma essere un vuoto: un vuoto, un corpo, una mente a perdere, da consumare, logorare come un qualsiasi altro mezzo, strumento. Eppure Immanuel Kant, uno dei padri dei valori fondanti la nostra civiltà ha lasciato scritto: “L’imperativo pratico deve dunque essere il seguente: agisci in modo, da non usare mai l’umanità sol come mezzo, ma pur sempre come fine tanto nella tua persona quanto nella persona di ogni altro”. Un film destinato ad essere riscoperto, riconosciuto nel suo stringente valore poetico, drammatico e di verità. È l’esordio di una nuova forma di neo-realismo italiano, il quale ha richiamato per molti la lezione del 1951 di De Sica e Zavattini in Miracolo a Milano.  

 

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deborissimah mercoledì 11 settembre 2013
l'intrepido - come non arrendersi mai Valutazione 3 stelle su cinque
53%
No
47%

"Fortunato chi lavora, almeno può scioperare". E' tutta racchiusa in questa frase la filosofia di fondo di un film che rispecchia se non i tempi, sicuramente la situazione psicologica in cui si trovano oggi tantissime persone che hanno perso il lavoro e non sanno cosa fare. Tanti italiani si possono riconoscere nella figura di Antonio Pane che, forse un po' paradossalmente, ogni giorno è disposto a cambiare lavoro, pur di alzarsi la mattina, farsi la barba e uscire di casa per sentirsi utile in qualche maniera perché "è brutto la mattina quando ti alzi e non sai dove andare". E allora tutti i lavori diventano belli purché lo tirino fuori da questa situazione intollerabile, dal rischio di sentirsi inutile, inadeguato, ai margini. [+]

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darkovic lunedì 7 dicembre 2015
soldi pubblici buttati Valutazione 1 stelle su cinque
100%
No
0%

Pur avendo molta stima del regista Amelio e del bravo Albanese devo proprio dire che questo film e' veramente brutto.
Una regia  senza nessuna impennata,una sceneggiatura deprimente e con poco senso.,oltre che un interpretazione scarsa del pur normalmente capace Albanese,lo r
itengo comunque sempre migliore nel comico che nel drammatico,sono i tre componenti che hanno fatto si' che questo film sia stata una vera grande delusione-
Dialoghi al limite dell'irreale,una fotografia appena sufficiente e scene poco credibili fanno si ' anche che lo stato,cioe' noi,abbia buttato soldi per un film che ha un messaggio sociale scontato ,risaputo e sempliciotto
Scarso e inutile

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alexander 1986 martedì 8 settembre 2015
l'uomo-oggetto, vero supereroe moderno Valutazione 3 stelle su cinque
100%
No
0%

Milano, giorni nostri. Antonio Pane (Antonio Albanese) è il sogno di ogni dirigente di Confindustria: lavora come 'rimpiazzo' per lavoratori di ogni tipo che si assentano per varie ragioni. Flessibilità all'ennesima potenza: gli può capitare infatti di attaccare manifesti per strada come di lavorare a una catena di montaggio in fabbrica. Dulcis in fundo, si dovrebbe far pagare ma accetta di essere sfruttato. A lui piace lavorare perché gli permette di uscire di casa e conoscere gente nuova. Beato lui. Accetta la sua condizione mostruosa con un'altrettanto mostruosa tranquillità; è felice così com'è. Non capisce anzi come mai i giovani non lo siano come lui. Ciò che inquieta nel film di Gianni Amelio, presentato a Venezia due anni fa, è l'ambiguità del messaggio. [+]

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gianleo67 lunedì 3 febbraio 2014
grottesca favola di una moderna precarietà sociale Valutazione 2 stelle su cinque
60%
No
40%

Antonio è un mite quarantenne, abbandonato dalla moglie, che si arrabatta ogni giorno con lavori precari e malpagati facendo il sostituto, per poche ore od un'intera giornata, nei più disparati contesti lavorativi e che ripone tutte le sue speranze e aspettative nel giovane e talentuoso figliolo che studia il sax e si esibisce con una jazz band. Il suicidio di una sua giovane amica, di cui è segretamente innamorato, e l'ennesima delusione professionale lo convincono ad emigrare, come umile operaio, in una miniera albanese. Ritornerà in Italia solo per incoraggiare il figlio afflitto da una grave crisi personale e professionale.
Foraggiato e prodotto con il sostanzioso contributo pubblico (Rai Cinema e Ministero della Cultura in primis) questa tragicommedia dai toni surreali e dal retrogusto amaro segna, con esiti modesti ed una preoccupante involuzione del linguaggio, il ritorno di Amelio sulla ribalta festivaliera lagunare dove passa (giustamente) quasi o del tutto inosservato. [+]

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