Drammatico,
durata 144 min.
- USA, Francia, Messico 2006.
uscita venerdì 27ottobre 2006.
MYMONETROBabel
valutazione media:
3,04
su
-1
recensioni di critica, pubblico e dizionari.
..e rimasta nuovamente emozionata dalle 4 storie magistralmente intrecciate (i ragazzini marocchini, la coppia americana, la tata messicana). Per niente noioso e molto molto interessante!
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Quattro storie si intrecciano: in Marocco due fratelli (Ait El Caid e Tarchani) si divertono a sparare con un fucile e più o meno accidentalmente colpiscono una turista (Blanchett). Una coppia in crisi, marito e moglie (Pitt e Blanchett), fa un viaggio in Marocco, lei viene ferita da una fucilata e rischia di morire: la tragedia li riavvicinerà. Negli USA i figli della coppia (Fanning e Gamble) sono affidati alla governante di casa (Barraza) che li porta al matrimonio del figlio, al ritorno di notte hanno un guaio con la frontiera messicana e lei perde l’affidamento dei bimbi che ha cresciuto per tutta la vita. In Giappone una sordomuta (Kikuchi) con una crisi sessuale riallaccia i rapporti con il padre (Yakusho), che aveva regalato il fucile ad un uomo marocchino che a sua volta lo aveva venduto alla famiglia dei due ragazzini.
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Quattro storie si intrecciano: in Marocco due fratelli (Ait El Caid e Tarchani) si divertono a sparare con un fucile e più o meno accidentalmente colpiscono una turista (Blanchett). Una coppia in crisi, marito e moglie (Pitt e Blanchett), fa un viaggio in Marocco, lei viene ferita da una fucilata e rischia di morire: la tragedia li riavvicinerà. Negli USA i figli della coppia (Fanning e Gamble) sono affidati alla governante di casa (Barraza) che li porta al matrimonio del figlio, al ritorno di notte hanno un guaio con la frontiera messicana e lei perde l’affidamento dei bimbi che ha cresciuto per tutta la vita. In Giappone una sordomuta (Kikuchi) con una crisi sessuale riallaccia i rapporti con il padre (Yakusho), che aveva regalato il fucile ad un uomo marocchino che a sua volta lo aveva venduto alla famiglia dei due ragazzini. Scritto da Guillermo Arriaga, come già i precedenti Amores Perros e 21 grammi, è l’ultimo capitolo che chiude la Trilogia della morte di Iñàrritu, che più rispetto ai film precedenti si dimostra attratto dalla casualità del fato e dall’incrocio di eventi. È una storia bellissima, perfetta nel suo gioco di incastri, ed estremamente drammatica: solo due dei quattro episodi si chiudono bene, quello di Brad Pitt (la Blanchett si salva e si presume che i due vivranno felici con i figli) e quello giapponese (con la Kikuchi che, nonostante si apprenda una terribile verità, riesce a riallacciare il rapporto con il padre e a capirsi): le culture occidentalizzate sopravvivono, quelle deboli (Africa e Messico) vengono distrutte. È un film dolente e doloroso e, se si dovesse dare un titolo ai quattro splendidi episodi sarebbero: Il dolore (Pitt…), La violenza (i bambini marocchini), Il sesso (Giappone) e Il distacco. Notevole successo internazionale e sette nomination agli Oscar: miglior film, regia, attrici non protagoniste (Barraza e Kikuchi), sceneggiatura originale, montaggio e colonna sonora (di Gustavo Santoalla), l’unica poi portata a casa nell’anno di The Departed. Golden Globe come miglior film drammatico e BAFTA alle musiche. Premio per la regia a Cannes. Attori eccezionali. [-]
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Diverse storie partono una parallela all'altra finendo poi per intersecarsi seppur si svolgano in continenti diversi. Una coppia è in viaggio in Marocco per cercare di superare la perdita del loro ultimo figlio. La donna però viene colpita da un proiettile vagante sparato da un pastore. Intanto i figli della coppia vengono portati in Messico dalla governante che deve presenziare al matrimonio del figlio. A Tokyio intanto una giovane ragazza sordomuta cerca di superare un grave lutto del passato cercando di dare sfogo alla sua sessualità.
Il film è molto interessante ma rispetto al precedente 21 grammi perde un po'. Certo ci sono alcuni punti interessanti nelle storie che si intersecano e sicuramente la parte più importante è quella dell'incomunicabilità che nella ragazza giapponese è ai massimi livelli ma che domina anche nel rapporto tra la coppia americana.
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Diverse storie partono una parallela all'altra finendo poi per intersecarsi seppur si svolgano in continenti diversi. Una coppia è in viaggio in Marocco per cercare di superare la perdita del loro ultimo figlio. La donna però viene colpita da un proiettile vagante sparato da un pastore. Intanto i figli della coppia vengono portati in Messico dalla governante che deve presenziare al matrimonio del figlio. A Tokyio intanto una giovane ragazza sordomuta cerca di superare un grave lutto del passato cercando di dare sfogo alla sua sessualità.
Il film è molto interessante ma rispetto al precedente 21 grammi perde un po'. Certo ci sono alcuni punti interessanti nelle storie che si intersecano e sicuramente la parte più importante è quella dell'incomunicabilità che nella ragazza giapponese è ai massimi livelli ma che domina anche nel rapporto tra la coppia americana. Certo troviamo lo sfruttamento delle persone (i coniugi americani vorrebbero impedire alla governante di andare al matrimonio del figlio perchè la zia non può andare da loro), troviamo il grande problema del confine con il Messico che porterà ad una accellerazione della crisi. Però altri punti sono un po' artificiosi; Brad Pitt fa la conoscenza di un uomo del luogo e supera così i preconcetti che aveva perchè viene aiutato a curare la moglie e anche la storia del fucile appare un po' così. Bene il cast (forse la Blanchette un po' sacrificata dal ruolo così come Pitt) ma senza dubbio la cosa più positiva del film è la struggente colonna sonora che accompagna ogni capitolo della pellicola. [-]
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Nella malinconica melodia dell’incomprensibilità tracciata da Alejandro González Iñarritu ognuno è sordo alle voci dell’altro, che sia prossimo o lontano. Non capirsi, non comprendersi: piomba su di noi già dal titolo (Babel) questo precipitato biblico. Un disperdersi moderno nella terrena babele d’incomprensioni e ostacoli che gli uomini pongono sulla strada della reciproca convivenza.
Babel rappresenta la tragedia del mondo secondo la partitura del dolore. Ricongiunzione di storie disperse nello spazio, ma intimamente collegate nel tempo. Il montaggio alternato è condizione quasi necessaria al racconto di frammenti (inconsapevoli) d’un medesimo grande specchio, dove il tempo va in pezzi come riflesso di quello interiore, della memoria, che nella nostra testa si sfalda in immagini sovrapposte e indistinguibili.
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Nella malinconica melodia dell’incomprensibilità tracciata da Alejandro González Iñarritu ognuno è sordo alle voci dell’altro, che sia prossimo o lontano. Non capirsi, non comprendersi: piomba su di noi già dal titolo (Babel) questo precipitato biblico. Un disperdersi moderno nella terrena babele d’incomprensioni e ostacoli che gli uomini pongono sulla strada della reciproca convivenza.
Babel rappresenta la tragedia del mondo secondo la partitura del dolore. Ricongiunzione di storie disperse nello spazio, ma intimamente collegate nel tempo. Il montaggio alternato è condizione quasi necessaria al racconto di frammenti (inconsapevoli) d’un medesimo grande specchio, dove il tempo va in pezzi come riflesso di quello interiore, della memoria, che nella nostra testa si sfalda in immagini sovrapposte e indistinguibili.
Immagine, la nostra lingua comune. Potremmo guardare il film senza capire nemmeno una delle lingue parlate e nonostante ciò entrare nell’animo dei personaggi, in movimento su un fondale di questioni (terrorismo, controllo, tolleranza).
Come vagoni spezzati che viaggiano su binari diversi, assistiamo allo scorrere di quattro storie, locomotiva trainante il matrimonio in crisi di Richard Jones (Brad Pitt) e sua moglie Susan (Cate Blanchette). Territorio incidentale dell’intricato puzzle è il Marocco: il mondo sembra rinchiudersi nel minuscolo villaggio di Tazarine, dove si materializza la paura dell’estraneo. Gli abitanti guardati con diffidenza dai turisti, presenze provvisorie giunte per vedere terre lontane, ma senza volerle realmente guardare. E la loro insensibilità, i di fare una cosa soltanto: andarsene, abbandonare. Così, nella stanzetta misera di Tazarine si condensa il dolore di un uomo e una donna, ma è un dolore che partorisce amore, il riannodarsi di un legame coniugale nella lacerazione della tragedia: un proiettile ha colpito Susan e ora la sta dissanguando, ed è come se tutto il film fosse attraversato da quel proiettile, dal colpo di fucile sparato per gioco da due bambini. Quelli di una povera e umile famiglia di pastori nel deserto marocchino: e nella polvere da sparo esplosa dal fucile l’alone nero di un sempre vivo sospetto del terrorismo.
Dalla polvere silenziosa del deserto marocchino alla polvere assordante di un Messico caotico, Paese che si contenta di poco, di balli e musiche e sorrisi, ma sempre cova nascosto (qui nella figura dell’irruento Santiago/Gaél Garcia Bernal) il rancore per il gringo e l‘ordine costituito, sollevando così in cupe volute un altro problema: quello della frontiera tra Usa e Messico, di due mondi che si guardano a muso duro dai tempi di Alamo. Un matrimonio latinoamericano coniugato nella figura della tata Amelia (Adriana Barraza) e poi diventato divorzio irrevocabile: Amelia espulsa per sempre dagli Stati Uniti d’America, dove ha vissuto per sedici anni. Non c’è più posto per lei, chi sbaglia paga e il perdono non è contemplato.
Il proiettile si fionda a Tokyo, dove si compongono le tessere disordinate di una vita da adolescente, vita anormale di una ragazza sordomuta, in conflitto con il padre vedovo. Di una ragazza che si sente distante da tutti, e vorrebbe soltanto uniformarsi per esistere.
Storie che s’incastrano in un babelico mosaico, in un insieme dove ogni cosa è saldata dalla colonna sonora di Gustavo Santaolalla: reticolo di note che cala sulle immagini con la voce del monito, di una musica che ci sprofonda nella malinconia degli errori umani, diventando il grimaldello per il cambiamento. E nelle luci della città che si allontana lasciamo queste vite cicatrizzate che serbano la ferita del medesimo proiettile.
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Non capisco le recensioni negative di certi critici,senza ne capo ne coda,che fanno passare i pregi di un film per difetti.....non importa comunque.probabilmente è autocompiaciamento.Babel è cinema nella sua forma più rara:perfetto,magistralmente girato,interpretato ma sopratutto sceneggiato.La tipica storia di destiniche si incontrano non è mai stata così intricata,geniale quanto ASSOLUTAMENTE CREDIBILE (perchè quando si cerca originalità e intricatezza,finire per creare una storia poco credibile o forzata è facile).Trasmette emozioni in ogni singolo fotogramma:angoscia,gioia,ansia.....una perla.Un film sulla vita ,un'opera che trascende il cinema,semplice e pura emozione.
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Non capisco le recensioni negative di certi critici,senza ne capo ne coda,che fanno passare i pregi di un film per difetti.....non importa comunque.probabilmente è autocompiaciamento.Babel è cinema nella sua forma più rara:perfetto,magistralmente girato,interpretato ma sopratutto sceneggiato.La tipica storia di destiniche si incontrano non è mai stata così intricata,geniale quanto ASSOLUTAMENTE CREDIBILE (perchè quando si cerca originalità e intricatezza,finire per creare una storia poco credibile o forzata è facile).Trasmette emozioni in ogni singolo fotogramma:angoscia,gioia,ansia.....una perla.Un film sulla vita ,un'opera che trascende il cinema,semplice e pura emozione.semplice e puro cinema.
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Nel silenzio del deserto marocchino due ragazzini armati di Winchester esplodono dei colpi, ma i proiettili vanno più lontano di quanto loro avrebbero mai potuto immaginare, ferendo Susan (Cate Blanchett), una donna americana in viaggio col marito Richard (Brad Pitt) su un pullman. Questo evento drammatico ha ripercussioni su quattro diversi gruppi di persone che vivono in altrettanti continenti: un'adolescente giapponese sordomuta e suo padre, una tata messicana perduta con i due bambini della coppia ferita ed il nipote Santiago (Gael Garcia Bernal), e la famiglia berbera dei due ragazzini armati. Le loro vite, i loro destini dipenderanno da un gesto del passato: il dono di un fucile.
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Nel silenzio del deserto marocchino due ragazzini armati di Winchester esplodono dei colpi, ma i proiettili vanno più lontano di quanto loro avrebbero mai potuto immaginare, ferendo Susan (Cate Blanchett), una donna americana in viaggio col marito Richard (Brad Pitt) su un pullman. Questo evento drammatico ha ripercussioni su quattro diversi gruppi di persone che vivono in altrettanti continenti: un'adolescente giapponese sordomuta e suo padre, una tata messicana perduta con i due bambini della coppia ferita ed il nipote Santiago (Gael Garcia Bernal), e la famiglia berbera dei due ragazzini armati. Le loro vite, i loro destini dipenderanno da un gesto del passato: il dono di un fucile. Perché ogni azione produce un effetto...Filosofica, drammatica e cinematograficamente parlando, Babel è una straordinaria produzione che porta con se un enorme impatto emozionale ed intellettuale. Diretta da Alejandro González Iñárritu, Babel completa la trilogia iniziata con "Amores perros" (2000) e "21 Grammi" (2003). Anche se non gioca molto con il tempo come nei precedenti film, la struttura è simile. Il titolo ci fa intuire che il tema centrale è quello degli equivoci e della mancanza di comunicazione; difatti si parla in arabo, giapponese, spagnolo e inglese ed è stato girato in Marocco, a Tokyo, a Los Angeles e a Tijuana.
Mescolando le diverse storie, le frustrazioni, gli equivoci, le decisioni, la cattiva sorte e i terribili risultati, la trama trova un comune denominatore e ci porta ad un inevitabile risultato. Le intenzioni dei protagonisti forse non sono negative, ma le conseguenze sono tragiche. Il regista pone l’accento sulle complicate relazioni politiche e sociali tra cittadini del primo mondo e paesi sottosviluppati; anche se vivono in diverse parti del mondo sono collegati tra di loro.
La storia comincia nel deserto africano dove un padre di famiglia acquista un fucile per i figli affinché proteggano le capre dagli sciacalli. I due ragazzi decidono di provare il fucile e sparano su un autobus di turisti, ma la portata dello sparo è maggiore di quello che pensavano, e feriscono Susan (Cate Blanchett) moglie di Richard (Brad Pitt), una coppia di turisti in vacanza e in crisi dopo la morte di un figlio, ma le autorità sono sicure si tratti di un attentato terroristico. Nel frattempo, a migliaia di chilometri, il padrone del fucile che ferisce la Blanchett, un vedovo giapponese, non riesce a comunicare con sua figlia sordomuta che vive una crisi personale dopo il suicidio della madre; incapace di esprimere i suoi sentimenti con parole, ricorre al corpo e alla sua nascente sessualità. Nel frattempo una badante messicana porta due bambini americani in Messico per assistere al matrimonio del figlio. Il nipote (Gael Garcia Bernal) accompagna la donna in macchina, ma una volta arrivato al confine, per sfuggire al controllo della polizia, oltrepassa la frontiera e fugge lasciando la badante con i bambini nel bel mezzo del deserto. Questa storia riassume la situazione di migliaia di persone che cercano di attraversare la frontiera americana, la frustrazione degli immigranti in paese straniero e l’incapacità di esprimere il desiderio di avere una vita migliore.
La storia dei bambini marocchini parla più della disgregazione di una famiglia musulmana spirituale, che di un bambino perseguitato dalla polizia. Per il padre è forse più importante che il ragazzo spii sua sorella quando si spoglia, del fatto che abbia sparato contro un autobus. Ogni storia coinvolge padre e figli, tragedia e trascendenza, le cose personali e le situazioni globali, l’irrefrenabile desiderio di comunicazione.
In un solo istante, le vite di quattro gruppi di estranei in tre continenti collidono, si vedono intrappolate nella crescente onda di incidenti le cui proporzioni crescono senza poter essere controllate. Nessuno di loro arriverà a conoscersi, nonostante l’inattesa connessione che li unisce, rimarranno isolati perché incapaci di comunicare con le persone che li circondano. Le autentiche frontiere, più che linee fisiche esteriori, sono dentro di noi, sono le barriere del mondo delle idee. Quello che ci rende felici come esseri umani può essere diverso, ma quello che ci rende infelici e vulnerabili, oltre la razza, la cultura e la lingua è uguale per tutti. E’ un film sulle cose che uniscono non su quelle che separano, una sinfonia corale sulla mancanza di comunicazione, con diverse direttrici che si intersecano, si sfiorano, senza mai però sovrapporsi, muoversi o coincidere.
Il nucleo centrale è un tema del XXI secolo. Il film studia l’incomoda contraddizione che rappresenta vivere in un mondo dove la comunicazione, grazie alle ultime tecnologie, è semplice nell’ambito globale, ma i suoi abitanti si sentono lontani tra di loro, e isolati da barriere e malintesi superficiali.
Autore ormai noto anche al grande pubblico dopo “Amores Perros” e “21 Grammi”, il regista messicano si riconferma attento e partecipe narratore della casualità e del destino, nonché della fondamentale incapacità di comunicare degli esseri umani. Pur eccessivo, il suo non è però un discorso di disperazione, perché qua e là qualche luce, qualche redenzione si accende in un mondo perlopiù percorso dalla sofferenza e da colpi di coda di un Caso il più delle volte nemico. Altro filo rosso che percorre il suo cinema, oltre al dolore, è quello della violenza con cui spesso Iñárritu lo rappresenta. Al servizio di questi contenuti, anche la scelta della struttura è simile ma non uguale alle opere precedenti. Siamo di nuovo, come in “21 Grammi”, a un’opera circolare, nella quale i protagonisti sono collegati tra loro senza saperlo, ma questa volta il cerchio si allarga fino a coprire paesi diversi e tra loro lontanissimi. I personaggi che compongono la trama non s’incontreranno mai, ma ciascuno vive situazioni da “frontiera”, perché c’è sempre un confine che divide non solo i popoli tra loro ma anche spesso separa i padri dai figli, il fratello dal fratello, l’uomo dalla donna. Quindi non c’è soltanto la confusione delle lingue cui si allude nella scelta biblica del titolo, che pure ha grande importanza: alle lingue lontane e spesso sconosciute si aggiunge il dramma della solitudine di chi non riesce più a dialogare anche nella stessa terra in cui è nato. Così incontriamo persone che a diverse latitudini hanno perso la loro identità o perché troppo ricche o perché troppo povere o perché sole o perché, in due, non riescono più a parlarsi.
Inoltre i luoghi prescelti non a caso esaltano con le loro caratteristiche le emozioni di chi guarda, vedi la tecnologia dell’Oriente e l’aridità sconsolata del deserto, per cui ci si sente vicinissimi alla protagonista giapponese o al pastorello miserrimo del sud del Marocco o alla frustrazione di chi, come i messicani, è discriminato perché emigra clandestinamente in terra d’altri. Lettura sociologica, politica, psicologica s’incrociano in questa struttura condotta con maestria, a volte troppo scoperta e non più sperimentale.
E’ qui forse il limite vero del film, insieme a un eccesso di esasperazione retorica del dolore, tipica delle culture latinoamericane. Ciononostante non ci si può sottrarre al fascino delle vicende che si precisano poco a poco ma si intrecciano solo alla fine. Il cast d’attori è in empatia con il regista, dalla raffinata e vibrante Cate Blanchette a un Brad Pitt più maturo del solito, all’umanità mortificata e dolente di Rinko Kikuchi fino ai due pastorelli marocchini scelti via altoparlante con un annuncio dai minareti della moschea. Dei particolari della trama non è importante parlare; il crescere della narrazione sullo schermo va seguito in diretta senza mediazioni, come si fa con le storie d cui è intessuto un grande romanzo. [-]
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Film eccezionale di Inarritu che riesce anche senza un finale tragico a lasciare comunque angosciato lo spettatore. Forse non sarà al livello di 21 grammi ma è comunque un filmone.
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ho rivisto BABEL mi è piaciuto molto mi picerebbe che qualcuno mi commentasse le sue opinioni sulla famiglia giapponese.
Perchè la mamma si è uccisa? Cosa c'è scritto sul biglietto che la ragazza da al poliziotto? ringrazio
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L'unica cosa che salta all'occhio attento dello spettatore, è la straordinaria bravura degli attori (tutti) che sembra abbiano davvero fatto le terribili esperienze di cui narra il film,e riescono a commuovere e convincere.Per il resto si tratta di una storia drammatica divisa in quattro e sparsa nel mondo con un unico filo conduttore.A me ha messo molta tristezza.Proprio perchè è riuscito a trasmettermi questa emozione non voglio esprimere giudizi per non alterare la media,ma non credo meriti più di tre stelle.
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