Juventude em marcha

Film 2004 | Drammatico 154 min.

Anno2004
GenereDrammatico
ProduzionePortogallo, Francia
Durata154 minuti
Regia diPedro Costa (II)
AttoriMaria do Céu Barbosa, Mario Ventura Medina .
TagDa vedere 2004
MYmonetro Valutazione: 4,00 Stelle, sulla base di 2 recensioni.

Regia di Pedro Costa (II). Un film Da vedere 2004 con Maria do Céu Barbosa, Mario Ventura Medina. Genere Drammatico - Portogallo, Francia, 2004, durata 154 minuti. Valutazione: 4,00 Stelle, sulla base di 2 recensioni.

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Nel quartiere periferico di Fontainhas, a Lisbona, gli immigrati capoverdiani vivono senza avere nulla e senza essere nessuno.

Consigliato assolutamente no!
n.d.
MYMOVIES 3,50
CRITICA N.D.
PUBBLICO N.D.
CONSIGLIATO SÌ
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Ventura vaga tra le macerie della periferia di Lisbona. Ogni giovane che incontra è per lui come un figlio.
Recensione di Marianna Cappi
Recensione di Marianna Cappi

Il vecchio Ventura, operaio capoverdiano della periferia di Lisbona, è stato abbandonato dalla moglie Clotilde e vaga sperduto tra il quartiere degradato dove è vissuto tanti anni e il nuovo alloggio in un palazzone di recente costruzione. Trascorre la giornata visitando i tanti figli, reali e ideali, mentre scrive mentalmente una lettera d'amore alla moglie, aggiungendo ogni giorno una frase.
Si costruisce così, nelle piccole variazioni di un presente immutabile, Juventude em Marcha, di Pedro Costa.
Ventura abitava a Fontainhas, la baraccopoli di immigrati a nord-ovest di Lisbona dove Costa aveva già ambientato Ossos (1997), storia di un figlio conteso e di volti segnati dalla maledizione della droga. Poi venne No quarto da Vanda (Nella stanza di Vanda), un film in una stanza, documento della difficile disintossicazione di Vanda Duarte. Con Juventude em Marcha, Costa sembra recuperare i fili di entrambi i film e cucirli su una nuova tela. Il capo del filo, la cruna dell'ago, è la figura di Ventura, che il regista segue attraverso un pedinamento zavattiniano, facendo di lui, uomo solo e abbandonato, il pungolo e il punto di raccolta dei racconti di vita di quella gioventù che incontra nella sua marcia e che diventa la sua famiglia. Nella stanza di Vanda o nel tugurio di un'altra "figlia", pronto sulla porta quando un terzo smonta il turno, presente al momento di addormentarsi per terra, accanto ad un giovane povero, anche se la casa Ventura ora ce l'ha, ma è troppo grande per lui solo.
In armonia con l'oscurità delle baracche senza energia elettrica di Fontainhas, la sagoma nera del protagonista si staglia invece come un'ombra viva nel bianco abbacinante delle nuove costruzioni a basso costo di Casal Boba. Costa disegna con la luce, per contrasto, accecandoci in una sequenza per insegnarci a scrutare nel buio nella successiva. Ci parla, col cinema, di ciò che dentro e fuori dagli schermi solitamente non vediamo e non chiediamo di vedere. I suoi personaggi, privi di tutto, possiedono però il dono umanissimo della parola: non sapranno farne un'arte ma uno strumento di vita sì, riempiendo col racconto e con il sogno un tempo in cui nulla succede e nulla cambia.
Il vecchio si trascina nella sua missione silenziosa di tenere unita la comunità, di creare dei legami anche dove non esistono, di far rinascere un quartiere dalle sue macerie, di rimettere in marcia la gioventù che si è persa. Si affaccia, nella tragedia dell'immobilità, una spinta di speranza.

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Recensione di Francesca Felletti
venerdì 24 novembre 2006

"Vorrei offrirti centomila sigarette, dozzine di bei vestiti, una macchina, la piccola lavatrice che hai sempre sognato, un bouquet da quattro penny. Ma sopra a tutto, bevi una bottiglia di buon vino e pensa a me". Sono alcuni dei versi, semplici e commoventi, della lettera che Ventura scrive alla moglie che lo ha lasciato. Un uomo di Capo Verde solo fra i palazzi popolari e metafisici della periferia di Lisbona, che incontra i tanti figli (Vanda, una drogata in cura con il metadone, un meccanico, il guardiano di un museo, ecc.) in clima quasi sacrale di silenzio o di dialoghi senza significato.
Lo stile del portoghese Pedro Costa è ben lontano da quello accattivante di un certo cinema americano simil-videoclip, ma anche da psicologie da commedia francese o dalla dilatazione di alcune cinematografie come quella iraniana. È un cinema in cui le immagini e i luoghi preesistono e sopravvivono ai personaggi, in cui il colore si trasforma attraverso il chiaro scuro in un bianco e nero con qualche punta di rosso, in cui l'eternità prende la sua rivincita sul tempo. Non esistono movimenti di macchina, né musica extradiegetica, le inquadrature fisse lasciano il tempo ai personaggi di mostrarsi in maniera tanto naturalista quanto simbolica. Un film per chi ama un cinema di immagini e non si lascia scoraggiare da due ore e quaranta di ipnotica immobilità.

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