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giuseppe simeone
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martedì 29 novembre 2011
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da un sensazione, ecco la danza!
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Si rimane travolti e disorientati dalla cascata di emozioni e sensazioni che colpisce dritto come un pugno gli occhi e la mente degli spettatori attraverso immagini di rara bellezza che inevitabilmente lasciano il segno: è uno spettacolo eccezionale ed unico. E Wim Wenders è bravissimo nel dare quel valore aggiunto che solo il cinema poteva dare, girando in esterni dei pezzi eseguiti da alcuni dei ballerini della compagnia di Pina che altro non sono se non che un tributo ed un ultimo regalo personale a questa grandissima ed ispirata artista del nostro secolo.
Le invenzioni visive dei balletti sono "sensazioni" che nascono da una parola, un concetto, che fa scaturire in noi un idea che solo attraverso la danza può essere espressa: la rappresentazione dell'impossibile, della "luna", quello che Pina chiedeva alla sua compagnia.
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Si rimane travolti e disorientati dalla cascata di emozioni e sensazioni che colpisce dritto come un pugno gli occhi e la mente degli spettatori attraverso immagini di rara bellezza che inevitabilmente lasciano il segno: è uno spettacolo eccezionale ed unico. E Wim Wenders è bravissimo nel dare quel valore aggiunto che solo il cinema poteva dare, girando in esterni dei pezzi eseguiti da alcuni dei ballerini della compagnia di Pina che altro non sono se non che un tributo ed un ultimo regalo personale a questa grandissima ed ispirata artista del nostro secolo.
Le invenzioni visive dei balletti sono "sensazioni" che nascono da una parola, un concetto, che fa scaturire in noi un idea che solo attraverso la danza può essere espressa: la rappresentazione dell'impossibile, della "luna", quello che Pina chiedeva alla sua compagnia. Il cerchio e la ripetitività sono i temi prediletti, ed è attraverso la ripetizione che la coreografa cercava di descrivere la condizione umana: disperatamente felice nella sua immobilità in movimento, furiosa e pazzesca.
L'immagine che resta è quella di un genio che tutto ha dato e ricevuto dall'arte: un intera vita consacrata per un valore immortale, che l'ha resa a sua volta immortale.
E poi, le musiche sono indimenticabili, la regia di Wenders favolosa: si potrebbe mai chiedere di più?
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samia
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giovedì 10 novembre 2011
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visione e umanità
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Una artista che ha reinventato la danza.
I suoi danzatori animano coreografie visionarie.
La potenza del corpo esprime i sentimenti umani, lasciando lo spettatore estatico.
Un Corpo che riesce a mantenere tutta la sua componente umana, esaltatandola al sommo grado.
Un film assolutamente imperdibile.
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toro sgualcito
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domenica 6 novembre 2011
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orfani virtuosi
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Wenders inizia questo progetto con Pina Bausch, ma purtroppo lei morirà prima del termine della lavorazione del film. Forse sarà per questa ragione che Wenders ha scelto di raccontare ciò che di lei è ancora vivo nel Tanztheater Wuppertal. La grande coreografa resta dunque una figura sullo sfondo. Brevi testimonianze di ogni componente attuale di questo straordinario corpo di ballo sono alternate a momenti di danza. Il film, sottotitolato in italiano, non mostra solo frammenti di spettacoli già avvenuti ma anche coreografie danzate in interni ed esterni appositamente create per il film. Ed è in queste scene che Wenders ci mostra momenti di una bellezza non ostentata ma sicuramente intensa. La definizione di documentario va stretta a questo film perché Wenders evita il registro strettamente biografico e porta il Tanztheater ad esprimersi in varie locations, nelle quali appare spesso la metropolitana sospesa di Wuppertal.
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Wenders inizia questo progetto con Pina Bausch, ma purtroppo lei morirà prima del termine della lavorazione del film. Forse sarà per questa ragione che Wenders ha scelto di raccontare ciò che di lei è ancora vivo nel Tanztheater Wuppertal. La grande coreografa resta dunque una figura sullo sfondo. Brevi testimonianze di ogni componente attuale di questo straordinario corpo di ballo sono alternate a momenti di danza. Il film, sottotitolato in italiano, non mostra solo frammenti di spettacoli già avvenuti ma anche coreografie danzate in interni ed esterni appositamente create per il film. Ed è in queste scene che Wenders ci mostra momenti di una bellezza non ostentata ma sicuramente intensa. La definizione di documentario va stretta a questo film perché Wenders evita il registro strettamente biografico e porta il Tanztheater ad esprimersi in varie locations, nelle quali appare spesso la metropolitana sospesa di Wuppertal. Bello questo accostamento di un elemento forte e pesante ma anche sospeso come i vagoni sopraelevati con la forte fisicità dei danzatori sempre sospesi verso una rottura di equilibrio, ma sempre controllata con rigore. La sospensione pare essere comunque un fantasma che attraversa tutto il film. Forse è proprio l’assenza di Pina Bausch a togliere un appoggio più solido alla narrazione. Inoltre la comprensibile condizione di “orfani” di questi danzatori sembra troppo evidenziata. La frase di Pina che appare nel finale è una esortazione a danzare non a trattenersi nella nostalgia.
Se a chi pratica la danza il film può parlare con maggiore intensità agli altri restano comunque vari momenti di evidente bellezza.
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riccardo tavani
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venerdì 25 novembre 2011
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l'epidermide digitale e l'origine della danza
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Il neologismo “rimediazione” sta a indicare il passaggio, la traslazione di un'immagine, di una rappresentazione da un medium all'altro. In questo film di Wim Wenders sulla coreografa tedesca Pina Baush abbiamo addirittura un intreccio, una tessitura vera e propria di rimediazioni. Il primo medium della rappresentazione è la danza, la quale trasla in quello del teatro, che a sua volta passa a quello del cinema, e a questo viene applicata la “rimediazione” della tecnologia digitale in 3 D. Abbiamo detto tessitura, perché non c'è un passaggio lineare dall'uno all'altro medium in modo ascendente, ma un intreccio dell'uno nell'altro, un essere di volta in volta l'uno rimediazione dell'altro.
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Il neologismo “rimediazione” sta a indicare il passaggio, la traslazione di un'immagine, di una rappresentazione da un medium all'altro. In questo film di Wim Wenders sulla coreografa tedesca Pina Baush abbiamo addirittura un intreccio, una tessitura vera e propria di rimediazioni. Il primo medium della rappresentazione è la danza, la quale trasla in quello del teatro, che a sua volta passa a quello del cinema, e a questo viene applicata la “rimediazione” della tecnologia digitale in 3 D. Abbiamo detto tessitura, perché non c'è un passaggio lineare dall'uno all'altro medium in modo ascendente, ma un intreccio dell'uno nell'altro, un essere di volta in volta l'uno rimediazione dell'altro. Ci sarebbe da considerare, però, anche altri intrecci mediatici. Ad esempio, quello del racconto orale, fatto dai ballerini della loro maestra non solo di danza, quanto anche di psicologia e vita. E quelli alla base della stessa danza della Baush. Pina parte dai gesti semplici della vita quotidiana e li mostra nella loro successione, ripetizione, finché non diventano danza, scena, teatro. O parte da immagini statiche che si fanno via via emozioni vive, passi, gesti, azioni pulsanti, attraversamenti e tagli dello spazio scenico, ritmo incalzante di situazioni emozionali modernamente ancestrali. E c'è una scena di “rimediazione” davvero geniale. Viene inquadrata la scatola di un teatro di marionette, la macchina da presa vi entra dentro e ci troviamo nel bel mezzo di un allestimento scenico in via di attuazione. Ma il film di Wenders porta il teatro-danza anche all'aperto, nelle strade, sotto i cavalcavia, su un vagone del metrò sospeso, e poi nei prati, nei boschi. Lo trasla, cioè, nella forma mediatica dello spettacolo di strada, la cui tradizione affonda nelle origini. L'origine non è dunque un punto storico X sepolto nel passato, ma una condizione sempre incombente sotto la pelle del presente e che può essere riattivata in determinate circostanze. E sono proprio quei ponti, quei cavalcavia, quelle monorotaie sospese a rappresentare visibilmente il passaggio, la traslazione da un medium all'altro. Il film si può vedere anche in 2 D, ovvero attraverso una proiezione tradizionale della pellicola, ma Wenders lo ha ideato e realizzato propriamente per il 3 D. Ma il 3 D, che sembra essere allora il medium finale attraverso il quale, dallo schermo e per mezzo degli appositi occhiali, noi riceviamo la rappresentazione, subisce a sua volata una “rimediazione”? Sembrerebbe di sì e proprio da parte della danza. Tecnicamente il 3 D reca ancora degli evidenti difetti, percepiti immediatamente dalla nostra vista. Ad esempio, l'effetto “pupazzetto insostanziale” che i corpi umani fanno, sopratutto se ripresi in campo lungo. Ora è proprio questa insostanzialità provocata dall'attuale epidermide digitale del 3 D che sembra singolarmente cogliere e restituire il vero aspetto della danza, ovvero quello della lievità eterea, quasi astratta dei concreti corpi umani in movimento. Non c'è dubbio che i tre spettacoli di Pina Baush qui rappresentati hanno una loro forza e originalità teatrale che conquista immediatamente e non ti lascia più. Altrettanto certo è che la rimediazione wendersiana le fa assumere una potenzialità ancora maggiore, proiettandola su uno spazio, quello del cinema, e in una dimensione, quella del 3 D, che ne esaltano le qualità narrative. Tanto che alla fine di quel paio di ore vorresti ci fosse qualche ultimo folgorante brandello da vedere ancora.
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riccardo76
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lunedì 21 novembre 2011
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un vortice di movimenti, espressioni ed emozioni
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La stereoscopia costituisce senza dubbio una delle più importanti innovazioni nel campo del cinema, tuttavia sono veramente pochi finora i registi che sono riusciti a sfruttare al massimo le potenzialità espressive di questa tecnica. Wenders è sicuramente tra questi, e ci riesce, non con un film ordinario, ma con un documentario su una forma d’arte, il teatrodanza, finendo a sua volta per comporre arte allo stato puro.
L’utilizzo del 3D diventa elemento essenziale alla riuscita del suo intento: portare l’arte di Pina Bausch nelle sale cinematografiche riuscendo a conservare l’emozione dell’esperienza vissuta dal vivo in un teatro.
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La stereoscopia costituisce senza dubbio una delle più importanti innovazioni nel campo del cinema, tuttavia sono veramente pochi finora i registi che sono riusciti a sfruttare al massimo le potenzialità espressive di questa tecnica. Wenders è sicuramente tra questi, e ci riesce, non con un film ordinario, ma con un documentario su una forma d’arte, il teatrodanza, finendo a sua volta per comporre arte allo stato puro.
L’utilizzo del 3D diventa elemento essenziale alla riuscita del suo intento: portare l’arte di Pina Bausch nelle sale cinematografiche riuscendo a conservare l’emozione dell’esperienza vissuta dal vivo in un teatro. Il cinema così si fa illusione, e proietta lo spettatore tra il pubblico di un teatro, dove grazie ad un sapiente gioco di inquadrature dal basso, il palcoscenico entra nella sala cinematografica con tutta la sua profondità e la sua concretezza.
Ma Wenders si spinge oltre, e rende lo spettatore partecipe di esperienze uniche, permettendogli di salire sul palco, e di condividere la dimensione dello spazio con gli occhi dei ballerini. Il pubblico diventa perciò spettatore privilegiato, offrendoglisi la possibilità di percepire la scena da diversi punti di vista.
Le meravigliose quanto innovative coreografie si fanno dunque concrete e si cimentano nella conquista dello spazio circostante, in un vortice di movimenti, espressioni, colori ed emozioni. Tuttavia, Wenders sembra ritenere ciò ancora insufficiente per esprimere appieno la grandezza di Pina; è allora che ci mostra tutta la potenza dell’arte di questa grande coreografa, talmente potente da abbattere i limiti del palcoscenico ed estendersi al di fuori, verso la conquista dello spazio esterno, tra ambienti naturali, quali giardini, e scenari urbani, come le strade della città, fino a raggiungere prospettive infinite di fabbriche e cave. Grandiosa, a tal proposito, è la fotografia, che fa di ogni elemento architettonico, anche quello apparentemente meno bello, un trampolino di lancio verso orizzonti infiniti.
Il film alterna poi alle scene di danza, interviste ad allievi e colleghi della Bausch, che aiutano a farci conoscere meglio questa grande coreografa, venerata da essi come una sorta di dea, o meglio, di sfinge, che elargiva consigli tanto preziosi quanto enigmatici, come: “continua a cercare...”.
Ciò che emerge alla fine è dunque il ritratto di una grandissima artista, raccontato attraverso la sua arte, vissuta sulla pelle dello spettatore.
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flyanto
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martedì 15 novembre 2011
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la danz come concepita da una grande artista
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Omaggio del regista Wim Wenders alla coreografa tedesca sua amica Pina Bausch, morta di cancro nel 2009. Attraverso le interviste ai componenti della sua compagnia ed alle performances teatrali degli stessi tratte dagli allestimenti dei suoi spettacoli, il film presenta e descrive la concezione che la Bausch aveva della danza e dell'arte in generale. Ottimo film su tutti i fronti. Per gli appassionati della danza, però.
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