| Anno | 2026 |
| Genere | Documentario |
| Produzione | Germania, Italia, Francia, Lituania |
| Durata | 176 minuti |
| Regia di | Sergei Loznitsa |
| Tag | Da vedere 2026 |
| MYmonetro | Valutazione: 4,00 Stelle, sulla base di 3 recensioni. |
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Ultimo aggiornamento giovedì 23 luglio 2026
Una rilettura dell'Unione Sovietica degli anni Settanta attraverso archivi italiani, che restituiscono un ritratto immersivo della società nell'era brezneviana. In Italia al Box Office Imperium ha incassato 363 .
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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Un montaggio di immagini dell'Unione Sovietica, girate tra il 1970 e il 1973 e montate in modo libero, a costruire un viaggio che, nel corso di quasi tre ore, da Mosca arriva a Leningrado, passando per il Volga, le repubbliche asiatiche, la Georgia, l'Ucraina, la Bielorussa, le repubbliche baltiche. Sullo schermo passano immagini di metropoli e di villaggi sperduti, il lavoro operaio e quello agricolo, le tradizioni di popoli distanti e diversi e le feste, le canzoni, le cerimonie della gente comune. Alla fine, una scritta compare lapidaria: «Il 26 dicembre 1991 l'Unione Sovietica ha smesso di esistere».
Specializzato in lavori di montaggio, quasi completamente muti e con un lavoro sul sonoro costruito in post-produzione, Loznitsa utilizza soprattutto materiale girato da operatori italiani, che attraversarono oltre venti regioni dell'Urss e realizzarono il più grande progetto mai realizzato nel paese da cineasti stranieri.
Il punto di partenza è la parata per XXIV Congresso del Partito Comunista dell'Unione, nel marzo del 1971; il punto d'arrivo un giorno d'inverno, sotto la neve copiosa a Leningrado, la città che ai bambini della prima elementare di un villaggio ucraino le maestre facevano vedere in plastico, come origine della Rivoluzione. Tra questi due estremi, un mondo che era geograficamente e politicamente grande, anzi gigantesco - un impero per l'appunto - che al suo interno aveva tutto, anche troppo, e che per questo non poteva essere uno solo.
Il montaggio allestito da Loznitsa con il materiale d'archivio conservato presso l'archivio AAMOD di Roma, che separa con quadri rossi singole sequenze mai lunghe oltre i dieci minuti l'una, offre un'immagine composita e naturalmente affascinante dell'Unione Sovietica; mostra il lavoro operaio e quello agricolo, la pastorizia nelle steppe dell'oriente e le corse delle renne sulla neve, i campi di cotone e le cave, le canzoni popolari della comunità yakut in Siberia e un gruppo di artisti di città che canta per contadini infastiditi, una bambina che danza una musica antica e un gruppo di ubriachi, un matrimonio ucraino e donne kirghise che tessono tappeti o partecipano a una sfilata di vestiti tradizionali, un numero di danza contemporanea in Estonia sulle note di una versione tradotta della hit rock Stumblin' In e una cerimonia islamica.
Campi lunghi, primi piani, panoramiche, volti, paesaggi, automobili, petrolio, cotone, mucche, montagne, cimiteri, caucasici e popoli del Medio Oriente: in quasi tre ore il film offre un'infinità di dettagli, colori e suoni, portando a chiedersi come potesse un'ideologia nuova come quella marxista tenere insieme tutto questo... I pannelli rossi, gli slogan trionfalisti, i busti e le statue di Lenin sono ovunque (Stalin invece era scomparso, negli anni '70 del neostalinismo di Brežnev), ma il potere, in immagini dove a mancare sono per l'appunto le autorità, sembra solamente far parte del paesaggio; una presenza con poca presa sulla realtà.
A un certo punto si legge uno slogan che invoca lunga vita all'unione tra operai e contadini, ma proprio nella distanza tra una repubblica e l'altra, tra una cultura e l'altra - dentro quella vastità che Dziga Vertov celebrava in uno dei suoi documentari più celebri, La sesta parte del mondo - si percepiscono la complessità e la difficoltà dell'esistenza stessa dell'Unione Sovietica.
In questo modo il film di Loznitsa, che guarda a Vertov e alla sua idea di cinema «costruito attorno all'ideologia, al commercio e alla geografia», non è solamente un lavoro di montaggio di immagini lontane, e nemmeno una forma di riappropriazione (in fondo il lavoro in postproduzione sul sonoro serve a rendere solamente il tutto più fluido), ma una vera e propria riflessione storica sull'Unione Sovietica, la sua utopia, la sua illusione, ovviamente la sua fine.
Tre ore di materiali d'archivio, muti ma sonorizzati a posteriori, girati da operatori italiani in varie repubbliche sovietiche tra 1970 e 1973, montate da Sergei Loznitsa con l'intento dichiarato di mostrare le tracce di conflittuale autonomia, nelle province, dal giogo imperiale moscovita. Tracce che in sé sono poca cosa: metodi arcaici di estrazione mineraria accanto all'automazione forzata; una [...] Vai alla recensione »
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