| Titolo originale | The Institute |
| Anno | 2025 |
| Genere | Horror, Fantascienza |
| Produzione | USA |
| Regia di | Jack Bender, Jeff Renfroe, Brad Turner, Clark Johnson |
| Attori | Ben Barnes, Joe Freeman, Simone Miller, Mary-Louise Parker, Fionn Laird . |
| MYmonetro | Valutazione: 2,00 Stelle, sulla base di 1 recensione. |
|
Condividi
|
Ultimo aggiornamento mercoledì 4 novembre 2026
Un gruppo di ragazzini dalle abilità speciali rapiti da una misteriosa organizzazione che li addestra e usa come armi.
|
CONSIGLIATO NÌ
|
Luke Ellis ha quattordici anni, un'intelligenza anomala e una debole capacità di spostare piccoli oggetti con la mente. Una notte viene prelevato da casa e si risveglia in una replica esatta della sua stanza, dentro una struttura isolata nei boschi del Maine diretta dalla signora Sigsby. Altri ragazzi dotati, catalogati come telecinetici o telepatici, vi subiscono esami dolorosi in attesa di essere trasferiti in un'ala da cui nessuno torna. Nella cittadina vicina, intanto, l'ex poliziotto Tim Jamieson accetta un impiego da guardiano notturno e comincia a sospettare di quel complesso sulla collina.
Le trasposizioni seriali di Stephen King hanno ormai una storia così lunga che ci permettono di riconoscere un tratto ricorrente: un potenziale quasi sempre leggibile nella premessa, ma accompagnato da un'identità che tende tragicamente a dissolversi man mano che quella stessa premessa deve sostenere l'intera durata di una stagione.
O, nei casi peggiori, più stagioni; si pensi a Under the Dome, che trasformava un meccanismo chiuso e funzionante in tre stagioni di sottotrame che si accumulavano senza sosta, finendo per perdere di vista il romanzo da cui partiva. The Mist (2017) diluiva l'assedio del supermercato in un melodramma di provincia. Castle Rock provava a fare dell'universo kinghiano un sistema di rimandi interni e The Stand del 2020, sviluppata dallo stesso Benjamin Cavell che firma questa serie per MGM+, frammentava la cronologia senza che il montaggio producesse un senso nuovo. Potremmo andare a lungo avanti, o indietro nel tempo, dato che il fenomeno lo rintracciamo anche nelle trasposizioni degli anni '90 e 2000. Insomma, The Institute arriva da questa genealogia e ne conferma l'andamento, mettendo alla regia di gran parte degli episodi Jack Bender, che di Under the Dome era stato produttore esecutivo e che aveva già provato, con Mr. Mercedes, a tenere insieme King e televisione.
L'inceppo non riguarda soltanto la dilatazione. Nella narrativa di King il bambino dotato non possiede soltanto un'abilità soprannaturale; questa è solitamente il sintomo di qualcosa di assai più profondo. La telecinesi di Carrie è il precipitato di un'umiliazione che passa per il corpo e per la sessualità negata. La luccicanza di Danny ("Shining") è la capacità di percepire la violenza che cova dentro il padre. Il fuoco di Charlie ("Firestarter") è la rabbia di una bambina che lo Stato ha trasformato in risorsa. Il potere, cioè, funziona come una sonda nelle zone dell'esperienza che il realismo non riesce a nominare e il fantastico serve a rendere visibile ciò che resta altrimenti interiore.
The Institute conserva la distinzione tra ragazzi TK e TP che era già nel romanzo, ma in assenza di un vero punto di vista interno quella classificazione smette di essere il primo gesto di una burocrazia disumanizzante e diventa una tassonomia di capacità. A quel punto, i poteri restano senza una funzione propria e si agganciano al primo immaginario disponibile, che per l'audience contemporanea è quello del supereroismo americano: la comunità di adolescenti speciali segregati da adulti che ne amministrano il talento, la promessa di un fine superiore che giustifica il sacrificio e la ribellione, che (banalmente) diventa funzionale a una sostanziale presa di coscienza del gruppo. È il territorio degli X-Men e delle loro scuole, delle divisioni corporative che fabbricano superuomini in The Boys e in Stranger Things, il cui laboratorio di Hawkins discende in linea diretta dalla Bottega de L'incendiaria. Questo affastellamento di referenti si trasforma in una genealogia rovesciata in cui il testo d'origine viene misurato sui propri discendenti. Cosa ancor peggiore, in questo caso, è che davanti a quei modelli The Institute non ha armi per vincere la battaglia del confronto: non possiede la scala spettacolare né la mitologia accumulata di un ciclo supereroico e, allo stesso tempo, rinuncia all'orrore intimo che le apparterrebbe di diritto.
Lo stesso spaesamento attraversa le scelte visive, dominate da cemento, toni grigi e da un'illuminazione piatta e fredda. Queste scelte sarebbero, in linea di principio, coerenti con un orrore che nasce dalla routine amministrativa; il problema è che la regia non trasforma quell'austerità in un sistema. Anche quando la serie chiama in causa il referente storico più pesante - con il fumo che sale dal camino della struttura ricordando l'olocausto - lo fa senza elaborarlo. Momenti potenzialmente molto perturbanti (come la festicciola con torta e cappellini con cui il personale saluta il ragazzo destinato all'ala posteriore) contengono in sé un grottesco autentico (nell'esempio, il rituale dell'infanzia convertito in annuncio di morte), ma viene messo in scena con la stessa neutralità di ogni altra sequenza.
Il discorso sui referenti esterni vale anche per il cast adulto e in particolar modo per Mary-Louise Parker. La sua Sigsby non restituisce l'ambiguità e la spigolosità del personaggio, intuibili, ma mai maneggiati del tutto. La mostruosità del personaggio non emerge, rimane nella sottrazione con cui la sceneggiatura prova a darle spessore, attraverso alcune eccentricità che complicano la psicologia del personaggio. In quel vuoto il pubblico proietta inevitabilmente la memoria di un'attrice molto riconoscibile, in particolare per il personaggio di Nancy Botwin. Ne emerge, infatti, la compostezza ironica che caratterizzava la madre borghese di Weeds nel gestire, al contempo, un'impresa illecita e la vita domestica. Il distacco - che in Weeds era un registro comico consapevole - qui appare come una distanza dell'interprete dal ruolo e Sigsby finisce per essere "abitata" dalla serie precedente. Con Ben Barnes accade qualcosa di simile in direzione opposta: la sua immagine pubblica si è sedimentata attorno a un fascino ambiguo (Logan in Westworld, Darkling in Shadow and Bone): lo spettatore si aspetta da lui un'ombra che il suo personaggio, invece, non prevede.
Restano i ragazzi, che sono l'unica parte della serie senza un'immagine pregressa con cui fare i conti. È proprio qui, infatti, che The Institute lascia intravedere la serie che avrebbe potuto essere: un racconto sull'infanzia sottratta e amministrata da adulti che ne hanno fatto una risorsa - cioè il tema che King aveva posto al centro del romanzo e che l'adattamento perde di vista, distratto dal confronto con altri modelli.
Il riesame e il controllo editoriale dei contenuti del presente sito sono affidati al team di MYmovies e al direttore responsabile.
Per contatti, scrivere al seguente indirizzo email: live@mymovies.it