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lizzy
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domenica 24 maggio 2026
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strada senza uscita. (meritava il david...)
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ATTENZIONE SPOILER: chi non ha visto il film rischia di veder rivelate parti fondamentali della trama.
E' indubbio che ci sono fior fiori di artisti che riescono ad interpretare qualsiasi ruolo risultando più che credibili ed altri, sicuramente non meno validi, che però tendono ad essere monocordi e ad interpretare sempre se stessi in ogni occasione.
Un esempio lampante viene dal duo Tognazzi e Vianello dove mentre il primo era un vero e proprio camaleonte, ed è stato capace di interpretare più o meno quasi tutti i possibili caratteri esistenti, il secondo recitava sempre non discostandosi mai dallo stesso copione che oserei chiamare "autobiografico", comunque ottenendo sempre risultati eccellenti.
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ATTENZIONE SPOILER: chi non ha visto il film rischia di veder rivelate parti fondamentali della trama.
E' indubbio che ci sono fior fiori di artisti che riescono ad interpretare qualsiasi ruolo risultando più che credibili ed altri, sicuramente non meno validi, che però tendono ad essere monocordi e ad interpretare sempre se stessi in ogni occasione.
Un esempio lampante viene dal duo Tognazzi e Vianello dove mentre il primo era un vero e proprio camaleonte, ed è stato capace di interpretare più o meno quasi tutti i possibili caratteri esistenti, il secondo recitava sempre non discostandosi mai dallo stesso copione che oserei chiamare "autobiografico", comunque ottenendo sempre risultati eccellenti.
In tempi più recenti come prima tipologia mi viene da pensare ad Alessandro Gassmann, Pierfrancesco Favino o Sergio Castellitto ad esempio. Margherita Buy, Laura Morante e Tony Servillo fanno, per me, parte del secondo caso.
E in questa tipologia ci inserisco, guardacaso, proprio la Valeria Bruni Tedeschi e Valerio Mastandrea.
Per artisti come loro non va bene tutto: se vuoi vederli eccellere devi cucir loro addosso il film che devono girare, non sono loro che devono adattarsi al personaggio che devono interpretare.
E mai come nel caso di Cinque Secondi i ruoli sono azzeccati.
Il Sereni infatti è introverso, scontroso, triste e incazzoso, pur celando dentro di se un animo nobile e disponibile.
La Giuliana invece è una pazzarella estroversa e imprevedibile. Fa quel che gli passa per la testa, ma è una donna irrisolta e nevrotica, sempre in cerca di un vero affetto e di attenzioni da parte di chiunque.
Fin dalle prime battute si vede che questo è un film "vero", sofferto, determinato a sollevare la polvere non soltanto dal vecchio casolare, ma su un certo perbenismo protettivo che pervade la società moderna.
Certo, alcune cose sarebbero discutibili: Io non giustifico, infatti, l'arbitraria occupazione di locali e terreno da parte dei giovani, pur se la Matilde dovrebbe avere voce in capitolo essendo parente del proprietario, come non giustifico l'uso di stupefacenti (sempre) o di alcolici (in certe situazioni: nel film si vede esattamente cosa "non" deve fare una donna in stato interessante, specialmente bere...), ma di base il film illustra un malessere diffuso (i giovani che cercano di rompere gli assurdi schemi imposti loro da certi beceri status quo proponendo una loro soluzione dinamica ed intelligente) e una condizione di gestione di certe disabilità gravi che solo chi ha a che farci giornalmente può permettersi di dibattere.
Ci si mette certo un po' a capire la trama del film e le varie situazioni, ma passato un po' di tempo ci rendiamo conto del dramma umano vissuto dal Sereni.
E la domanda "Voi cosa avreste fatto al suo posto?" è la prima cosa che mi verrebbe in mente di chiedere discutendo di questo film.
Personalmente mi rendo conto che quei "cinque secondi" di blackout del Sereni non sono forse inspiegabili, ma inconsciamente, anche se fa senso dirlo, sono la soluzione finale al drammatico problema della figlia che l'inconscio serve allo sfortunato avvocato sopra un piatto d'argento.
Perchè anche se lui negligentemente, in effetti, lascia sola la ragazza, quel voltargli le spalle durante l' inopportuna (?) telefonata non è forse un modo per aiutare la figlia a capovolgersi ed impedirle di vivere un terribile inevitabile destino?
Il film infatti si risolve in quell'ultimo dialogo con la figlia già sistemata nella canoa: la consapevolezza della giovane di quel che sicuramente sarà e l'inferno di un padre impotente di fronte al brutto scherzo giocatogli da Madre Natura.
Asettica la figura e la interpretazione della Spada. Forse troppo esasperata quella della Bellugi, ma qua torniamo alle moderne ideologie che vogliono vedere una donna indipendente tout court che comunque deve combattere con una certa isteria di base dovuta dallo stravolgimento ormonale di certi momenti (vedi parallelismo con "Due cuori e due capanne").
Giusto invece il "ravvedimento operoso" del figlio alla fine del film: fortunatamente il negativo influsso materno non ha potuto cambiare la realtà dei fatti.
Su questo film, sulle sue implicazioni morali, e sui suoi personaggi, ci si potrebbe discutere molto a lungo.
E si, esso avrebbe dovuto vincere il David al posto di quel insulso, "Le città di pianura", robetta risibile da nemmeno Raitre a tarda nottata.
Un bel film che ci ricorda cosa può valere il Cinema Italiano.
E, credo, la miglior regia di Virzì dai tempi di "La bella vita".
P.S. Se io fossi un padre sarei esattamente una copia del Sereni. Decisione finale compresa.
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virginia torna
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sabato 27 dicembre 2025
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finalmente
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finalmente un film apolitico, introspettivo, molto ben fatto senza tante retoriche. ero stufa di vedere tutti quei film dei toscani che per quanto bravi il ritmo basso continuo dove si va sempre a finire nella battuta, s? ci vuole anche quella, ma qui si illustra una nuova generazione che noi 60enni o poco meno pensiamo di capire o di essere simili, invece siamo lontani anni luce! Bravo Virz? meriterebbe un bel premio grande grande!
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ugothebest1990
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sabato 13 dicembre 2025
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film imbarazzante
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'5 secondi'
Un film in cui:
I dialoghi sembrano scritti da un robot.
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'5 secondi'
Un film in cui:
I dialoghi sembrano scritti da un robot.
I personaggi hanno la profondità di un bicchiere d’acqua
La trama è un labirinto senza uscita.
Guarda se vuoi piangere, ridere o rimpiangere di avere un telecomando.
E poi ci sono i dialoghi retorici,quei monologhi appassionati che dovrebbero evocare emozioni… peccato che i personaggi li recitino come se li avessero letti cinque minuti prima in fila alla posta. Ti raccontano il loro “dolore”, il loro “amore”, le loro “ferite interiori”—ma non vivono nulla. È come guardare un navigatore che ti descrive un panorama: tecnicamente accurato, emotivamente morto.
In breve: il film promette emozioni “ogni 5 secondi” ma poi ti lascia con la testa tra le nuvole… ma non in senso poetico.
Una delusione epica.
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amgiad
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lunedì 8 dicembre 2025
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buon film ventotene.
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Nell' attuale panorama della cinematografia italiana questo è un film che vale la pena di vedere. Giustifica il prezzo del biglietto e la concessione del contributo del fondo per il cinema. Non capita spesso. Non sto a riepilogare la storia e la tesi, altri lo hanno fatto ampiamente in altri commenti. Mi limito a dire che pur essendo diverso dai temi a cui Virzì ci ha allenato però anche qui, in alcune figure, esce fuori lo sguardo ironico (vedi il gineceo rifatto che "protegge" l' ex moglie o la scena in caserma).
E' un film che bene rappresenta la fiducia del regista verso i giovani. Perlomeno verso alcuni tipi di giovani.
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Nell' attuale panorama della cinematografia italiana questo è un film che vale la pena di vedere. Giustifica il prezzo del biglietto e la concessione del contributo del fondo per il cinema. Non capita spesso. Non sto a riepilogare la storia e la tesi, altri lo hanno fatto ampiamente in altri commenti. Mi limito a dire che pur essendo diverso dai temi a cui Virzì ci ha allenato però anche qui, in alcune figure, esce fuori lo sguardo ironico (vedi il gineceo rifatto che "protegge" l' ex moglie o la scena in caserma).
E' un film che bene rappresenta la fiducia del regista verso i giovani. Perlomeno verso alcuni tipi di giovani..
Lo sguardo benevolo verso i ragazzi pieni di speranza in una vita diversa, e che vogliono riportare in produzione una vecchia vigna contrapposto alla rappresentazione di chi vede solo un' altra occasione di profitto nella acquisizione e nella gestione della proprietà (inquietante il corteo di macchine nere che annuncia l ' arrivo dei possibili acquirenti) mi ha ricordato, per certi versi, il confronto tra i due gruppi di "Ferie di Agosto". Ma qui la simpatia verso il gruppo dei "fricchettoni" è completa e assoluta, e non è presente l' ironia che tratteggiava alcuni personaggi del gruppo di Ventotene.
Una piena adesione alle tematiche ambientaliste e ai rapporti tra le persone più sinceri e immediati, liberati dai vincoli borghesi che, talvolta, non riusciamo a superare. La gioventù aiuta in questa scelta e forse traspare da parte del regista la nostalgia del "come eravamo".
Solo una piccola incongruenza nel racconto l' ho trovata nella scena del lago. Credo che l' atteggiamento di un padre che voglia proteggere sua figlia sia quello di guardare verso di essa mentre telefona, e non voltare le spalle. A meno che questo, unito ai cinque secondi di blocco, non vogliano farci pensare a un padre che, dopo le parole corse, con tanto amore voglia risparmiare alla figlia il tanto dolore che l' attende. Se questa fosse la riflessione che Virzì ci presenta, allora si spiega bene perchè il babbo non intervienga subito per evitare una specie di "suicidio" volontario. Disgrazia o suicidio "assistito" che comunque ferma la vita in un momento di felicità.
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ralphscott
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domenica 7 dicembre 2025
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a pensar male...
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Scorre veloce e piacevole, la commedia. La Toscana con i suoi paesaggi, ragazzi che credono in un futuro di solidariet?, adulti in crisi: c'? tutto Virz?. Mastandrea in grande spolvero ? tormentato e, di rimando, lo siamo noi, in chiusura del film, con un dubbio che rimarr? tale. La Tedeschi in un ruolo secondario - insolito, di questi tempi - che affronta con la consueta bravura.
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sergio dal maso
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martedì 2 dicembre 2025
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l''introspezione di un attimo
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“… ed ero verde, più verde della collina, dove i fiori crescono e il sole splende sempre,
ora sono più scuro dell'oceano più profondo, dammi un posto dove stare (…)
ora sono più debole dell’azzurro più pallido, così debole in questo bisogno di te”
dalla colonna sonora, Place To Be (Nick Drake)
Sguardo malinconico e barba incolta, mezzo toscano in bocca. Un aspetto a dir poco trasandato.
Adriano si è ritirato, o meglio, rintanato, in un appartamento malmesso ricavato dalle scuderie in disuso di una antica villa toscana, disabitata e in vendita.
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“… ed ero verde, più verde della collina, dove i fiori crescono e il sole splende sempre,
ora sono più scuro dell'oceano più profondo, dammi un posto dove stare (…)
ora sono più debole dell’azzurro più pallido, così debole in questo bisogno di te”
dalla colonna sonora, Place To Be (Nick Drake)
Sguardo malinconico e barba incolta, mezzo toscano in bocca. Un aspetto a dir poco trasandato.
Adriano si è ritirato, o meglio, rintanato, in un appartamento malmesso ricavato dalle scuderie in disuso di una antica villa toscana, disabitata e in vendita.
Non vuole vedere nessuno, ha scelto di vivere in solitudine l’indicibile dolore che porta dentro, il peso della tragedia famigliare che all’improvviso ha travolto la sua vita.
L’isolamento che si è imposto viene interrotto dall’arrivo di un gruppo di ragazzi “alternativi”, una piccola comunità idealista, colorata e chiassosa, che vuole lavorare i terreni della villa per recuperare un vitigno di Sangiovese abbandonato. Non sono sprovveduti, tra loro ci sono enologi e agronomi. Li guida Matilde, combattiva nipote del defunto conte Guelfi, il vecchio proprietario della tenuta, determinata a riportare all’antico splendore i vigneti della villa malgrado sia incinta.
Lo scontro, almeno inizialmente, è inevitabile. Ma la conflittualità e la reciproca diffidenza si trasformeranno piano piano, prima in curiosità, poi in solidarietà e complicità. Adriano, che scopriremo essere stato un avvocato di uno studio prestigioso, finirà per affezionarsi a quei ragazzi, in particolare a Matilde.
Il rapporto tra Adriano e l’irrequieta contessina è il motore della storia. La gravidanza di Matilde gli dà la possibilità di fare i conti con la propria paternità, di rielaborare, in una introspezione dolorosissima ma necessaria la tragedia vissuta. È un confronto anche generazionale, che oppone il cinismo e la disillusione degli adulti alla speranza, magari ingenua, di questi ragazzi, così carichi di energia vitale.
Cinque secondi si svela poco a poco, dosando con efficaci flashback e grande maestria lo sviluppo della storia e gli avvenimenti precedenti, accompagnando così lo spettatore nel disvelamento progressivo dei pezzi del puzzle.
Il percorso interiore di Adriano segue i tempi della terra, del passare delle stagioni, come quel vigneto prima abbandonato e poi amorevolmente rivitalizzato dal lavoro e dalla passione dei ragazzi. Quella terra che,
se lavorata con cura, può tornare a dare frutti dopo tanto tempo, far maturare l’uva e produrre vino.
La catarsi del dolore passa per il bisogno di capire cosa è successo dentro di lui in quei cinque secondi,
decifrare cosa c’è dietro alla brevissima ma letale paralisi della sua volontà.
Lo scoglio più grande è il dubbio e l’angoscia che quei cinque secondi non rappresentino il fallimento di un istante, ma dell’intera vita, in cui, forse, non ha mai accettato fino in fondo la disabilità della figlia, e per questo ha sempre cercato di trattarla come se non fosse disabile, sentendosi inconsciamente inadeguato.
O forse, al contrario, era solo amore smisurato quello che sentiva nei suoi confronti, voleva solamente che fosse felice.
Non c’è una risposta, come non può esserci una rinascita purificatrice, tantomeno un perdono che lui per primo non può darsi. C’è però la possibilità di ripartire, di accettare quella tragedia e di ricominciare a vivere. Adriano ci riesce grazie a Matilde, all’affetto reciproco che li lega e alla scelta di prendersi di lei.
Cinque secondi è un film duro, amarissimo, per nulla consolatorio, non privo però di un bagliore di speranza, come quei raggi di luce che filtrano nell’angusto appartamento di Adriano. Affronta tanti temi, dall’espiazione della colpa al perdono, dalla paternità alla disabilità, sempre con la giusta misura, senza alcuna retorica. Per questo lascia il segno e commuove.
Dopo Un altro ferragosto Paolo Virzì abbandona i canoni della commedia graffiante e della satira sociale dando vita al suo film più intimo e malinconico. E realizza uno dei suoi capolavori. Dalla fotografia di Luca Bigazzi che cambia i toni e i colori seguendo gli stati d’animo dei protagonisti alle belle musiche di Carlo Virzì, sempre calzanti, tutto funziona a meraviglia.
Valerio Mastandrea conferma la sintonia e l’affiatamento con il regista livornese con una interpretazione magistrale, una recitazione per sottrazione fortemente magnetica dove gli sguardi e i silenzi scandagliano gli abissi del dolore. All’opposto Galatea Bellugi esprime la vitalità straripante di Matilde dosando energia vitale, tenerezza e irascibilità. Due personaggi complementari e necessari l’uno all’altro interpretati da due attori in stato di grazia.
Un sorriso liberatorio chiude il film accompagnato dalle note struggenti di Place to be di Nick Drake.
Adriano e Matilde hanno trovato entrambi “un posto dove stare”, così deboli e nello stesso forti dopo essersi presi cura l’uno dell’altra.
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aldot
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sabato 29 novembre 2025
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lascia il segno anche dopo
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Un film che ha tante sfumature non subito evidenti. Ottima interpretazione di Valerio Mastrandrea. Riflessione per nulla banale sull'eutanasia.
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alessandro ferro
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sabato 29 novembre 2025
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libert? di essere, un bel film
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Virzi' si esprime al meglio in questo film. Consigliata la visione
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eugenio
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lunedì 24 novembre 2025
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l''elaborazione del lutto secondo virzi''
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Un inizio in un ambiente agreste, smarrito nella remota campagna toscana con un uomo che vive da eremita nelle ex scuderie di una villa nobiliare decaduta. Un misantropo questo Adriano Sereni (Valerio Mastandrea) ma i suoi movimenti, l’attenzione e il saluto quotidiano senza risposta al figlio adolescente, tradiscono un dramma sopito indicibile che lo ha spezzato. Poi, d’improvviso, un gruppetto di giovani, capeggiati da Matilde (Galatea Bellugi), cresciuta da bambina nella proprietà, nipote del nobile del posto, si insedia tra quei terreni per renderli nuovamente fertili, dare vita alla vite. Un gioco di parole che irrita in qualche modo il recluso ma la cui energia vitale non lo lascerà indifferente e forse, coadiuvato dall’ex socia di uno studio (la brava Valeria Bruni Tedeschi) -perché il misantropo era un avvocato civilista di successo- lo aiuterà a fare i conti col suo passato, nel cammino di espiazione, oltre una condanna giudiziaria inevitabile.
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Un inizio in un ambiente agreste, smarrito nella remota campagna toscana con un uomo che vive da eremita nelle ex scuderie di una villa nobiliare decaduta. Un misantropo questo Adriano Sereni (Valerio Mastandrea) ma i suoi movimenti, l’attenzione e il saluto quotidiano senza risposta al figlio adolescente, tradiscono un dramma sopito indicibile che lo ha spezzato. Poi, d’improvviso, un gruppetto di giovani, capeggiati da Matilde (Galatea Bellugi), cresciuta da bambina nella proprietà, nipote del nobile del posto, si insedia tra quei terreni per renderli nuovamente fertili, dare vita alla vite. Un gioco di parole che irrita in qualche modo il recluso ma la cui energia vitale non lo lascerà indifferente e forse, coadiuvato dall’ex socia di uno studio (la brava Valeria Bruni Tedeschi) -perché il misantropo era un avvocato civilista di successo- lo aiuterà a fare i conti col suo passato, nel cammino di espiazione, oltre una condanna giudiziaria inevitabile.
Sopravvivere al peso di una colpa che si sarebbe potuta evitare, superare con difficoltà il momento, conviverci, accettando l’amore di chi ci circonda, sembra dirci Virzì è l’unica soluzione. Abbandonarsi al nichilismo, celebrarlo come nel fallimento esistenziale dell’Ultimo Ferragosto, lascia crepe che non fanno altro che allontanare, dividere, privarci del calore di un gesto d’amore. Adriano lo rifiuta e in fondo lo comprende come il lucido atto di auto-accusa finale dinanzi al giudice (cameo di De Cataldo, realmente magistrato prima che scrittore), parrebbe dirci. E in fondo come il grappolo d’uva, metaforicamente diventa vino, il nostro protagonista somatizza quei cinque secondi minimali ma fondamentali per salvare una vita. La stessa che sarà portato maieuticamente a condurre verso la luce, quella di una nuova speranza.
Nonostante la sofferenza che la maschera di Mastandrea abilmente indossa adattandola e rendendola sua, Cinque secondi è un film profondamente ottimista nei confronti di una natura madre, trascurata fino al rischio estinzione da noi tutti, che la diamo per scontata, e nella innata capacità umana di superare il lutto, anche quello più micidiale, senza arrendersi all’autocommiserazione. E scusate se è poco.
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